venerdì 23 dicembre 2011

Il viaggio di Shahidul

(mio articolo pubblicato su Vogue di novembre)

Nei progetti di Shahidul Alam non c’era la fotografia ma la chimica. Era andato a Londra per studiarla. Si era laureato e faceva il ricercatore quando gli capitò in mano una macchina fotografica. Questo incontro, casuale e magico, stravolse i suoi piani e lo riportò a casa, in Bangladesh, con l’idea di mettersi a lavorare per aziende e pubblicità. Era la metà degli anni ’80, le vie di Dhaka erano piene di gente che sfidava il coprifuoco e manifestava contro il generale Ershad. «Stava accadendo qualcosa di importante, sentivo la necessità di usare la mia macchina per fermare quelle scene, raccontare una lotta democratica che non interessava i media occidentali e quindi rischiava di non esistere», ricorda Shahidul. La fotografia commerciale fu messa da parte. «La mia storia di fotogiornalista cominciò in quel momento». Una storia scandita da viaggi e incontri fuori e dentro il Bangladesh, premi e riconoscimenti, che ha avuto come filo conduttore l’impegno sociale e il rifiuto dell’egemonia estetica e culturale dell’Occidente e che adesso è raccontata da un libro e da una mostra: My Journey as a Witness. Più di cento immagini di grande effetto che permettono di scoprire il Bangladesh e la sua complessità e, ovviamente, di ricostruire il percorso individuale di Shahidul. Sebastiao Salgado, autore della prefazione, sottolinea le affinità tra questo percorso e il suo.
Il volume, publicato da Skira, sarà presentato al bookstore Rizzoli di New York il 10 novembre, la mostra (in corso a Londra, alla Wilmotte Gallery fino al 18 novembre) arriverà in Italia nel 2012.
Shahidul Alam non è solo un grande fotografo e un artista eclettico che spazia tra l’immagine, la scrittura e la musica. E’ soprattutto un uomo che combatte per la giustizia e la dignità degli esseri umani e ha posto l’arte al servizio di questa battaglia. «La fotografia è uno strumento potente. La uso per questo e continuerò a farlo fino a quando servirà allo scopo», spiega.
Con il suo impegno e la sua disponibilità è diventato un punto di riferimento per i giovani fotografi bangladeshi Per loro, per facilitare l’accesso alla professione, ha fondato a Dhaka una scuola, la Pathshala Media Academy, che gode di una reputazione internazionale; con loro ha costruito un’agenzia, la Drik Agency, specializzata in fotogiornalismo sociale e con la mission di raccontare il majority world (espressione che Shahidul ritiene più appropriata rispetto a third world o developing world) dal punto di vista dei suoi abitanti. Ha dato vita inoltre al Chobi Mela, divenuto il festival di fotografia più importante di tutta l’Asia. Until the lions have their own storytellers, tales of the hunt shall always glorify the hunter, si legge in epigrafe al volume. Non si tratta di ribaltare i ruoli, sostituendo la prospettiva del cacciatore con quella del leone, un potere totalizzante a un altro potere totalizzante. L’obiettivo è moltiplicare le prospettive e farle coesistere, allargare i processi decisionali, riconoscere che il majority world è la maggior parte del mondo e non la periferia «I leoni hanno già cominciato a raccontare le loro storie», osserva Shahidul. «Ma i cacciatori non se ne sono ancora accorti».

mercoledì 28 settembre 2011

Rosarno d'Italia alla Cascina Cuccagna

Arci Metromondo e Cascina Cuccagna vi invitano all'aperitivo culturale:
Mercoledi 5 Ottobre 2011 – dalle 19 in Cascina Cuccagna
V.Cuccagna 2-4 (angolo v. Muratori – mm3/fermata Lodi –90/91) Milano/tel.0254118733
con presentazione del libro “Le Rosarno d’Italia” – Edito da Vallecchi -
con l’autrice, Stefania Ragusa, interviene Domenico Tambasco (avvocato dell’ Associazione Tribunale dei Diritti dell’immigrato). Presenta Gabriella Grasso, giornalista
Segue aperitivo con stuzzichini e musica, il cui ricavato andrà a sostegno dei lavori di Cascina Cuccagna.

giovedì 2 giugno 2011

Tante polveriere pronte a esplodere come a Rosarno

Intervista pubblicata sul portale di Famiglia Cristiana e firmata da Roberto Zichittella all'interno dell'inchiesta "Lavoro, il salario in mano ai caporali"

Stefania Ragusa, giornalista e scrittrice, tra le fondatrici della rete antirazzista “Primo Marzo”, ha scritto “Le Rosarno d'Italia. Storie di ordinaria ingiustizia”, pubblicato da Vallecchi. E' un viaggio fra le situazioni di ingiustizia e sfruttamento che coinvolgono i lavoratori migranti.
Stefania, l'idea del libro ti è venuta dopo i fatti di Rosarno o già da prima avevi pensato di occuparti di caporalato?
«Mi è venuta a Trento, durante un incontro della rete “Primo Marzo”. In quell'occasione ho ascoltato un intervento che mi ha colpito a proposito dello sfruttamento del lavoro migrante in val di Cembra, la valle del porfido. «Qui ci sono lavoratori invisibili, soprusi legalizzati: c'è una Rosarno in miniatura di cui tutti preferiscono ignorare l'esistenza» aveva detto una persona. «Vogliamo cominciare a parlarne?». Conoscevo già la situazione di Zingonia (cui dedico un capitolo del libro). Mi sono detta: forse è il caso di provare a raccontare le Rosarno del Nord, che hanno certo una fenomenologia differente e una capacità mimetica maggiore rispetto a quelle del sud, ma non sono meno insidiose. Rosarno, dopo il 7 gennaio 2010, non è più solo un comune della piana di Gioia Tauro circondato da aranceti e soffocato dalla 'ndrangheta: rappresenta una categoria, le situazioni di conflitto e discriminazione dei migranti a rischio di esplosione, situazioni in larga parte riconducibili allo sfruttamento del lavoro nero e al caporalato, ma intrecciate anche ad altre questioni: il business dei rifiuti (Imola), speculazioni edilizie (Zingonia), l'incapacità di ripensare i modelli produttivi (Val di Cembra e Prato), a riprova di come il razzismo non sia mai fine a se stesso ma sempre al servizio di altre cause».
Il tuo libro è un viaggio da Nord a Sud, ormai siamo di fronte a un fenomeno di sfruttamento su scala nazionale?
«La questione ha una portata nazionale e probabilmente anche europea. I lavoratori migranti (e in particolare quelli più ricattabili perché senza documenti o con il permesso di soggiorno in scadenza) sono i veri "ammortizzatori societari" del presente. Le aziende e le imprese (anche nel pubblico) sempre più spesso ricorrono all'esternalizzazione e il modo più semplice per risparmiare in questo sistema di appalti e subappalti è tagliare sul costo del lavoro e sulla sicurezza. Si tratta di un sistema che colpisce i migranti in prima battuta ma produce una degenerazione culturale e l'erosione graduale dei diritti di tutti».
Quali sono le realtà che più ti hanno impressionato?
«Mi ha sorpreso trovare realtà di sfruttamento in contesti evoluti come il Trentino e l'Emilia. Per quanto possa sembrare paradossale, avere una serie di servizi garantiti può favorire una specie di affievolimento delle coscienze. A Imola e a Trento la gente è così abituata all'efficienza dell'amministrazione, al fatto che non appena si manifesta un bisogno viene subito aperto uno sportello o offerto un servizio, da non riuscire più a interrogarsi con occhi critici sulla propria condizione e sulle proprie responsabilità. Non mi ha sorpreso ma mi ha molto coinvolto emotivamente scrivere di Milano, la città in cui vivo, e sopratutto di Vittoria e del ragusano, la mia terra d'origine».
Dove sono le potenziali "polveriere" che potrebbero esplodere come Rosarno?
«Non azzardo previsioni ma senza incertezze mi sento di dire che le Rosarno d'Italia e in particolare del Nord son molto più numerose di quello che si immagina. E ritengo che andrebbero tenute particolarmente d'occhio le Rosarno diffuse, non concentrate in un luogo specifico ma "sparse" sul territorio, alimentate da leggi, disposizioni e provvedimenti irrazionali e ingiusti. Nel libro parlo della situazione legata ai Cie (Centri di identificazione ed espulsione) e della cosiddetta sanatoria truffa. Ma, oggi più che mai, anche la questione mai approcciata seriamente dei richiedenti asilo e protezione umanitaria rappresenta una realtà esplosiva».
I lavoratori che hai incontrato quanto sono consapevoli della forma di sfruttamento di cui sono vittime? Sono soli o chiedono aiuto, magari ai sindacati?
«I gradi di consapevolezza sono molto diversi, a seconda del background del migrante e del Paese di provenienza. A Vittoria, per esempio, c'è uno scontro in atto tra magrebini e rumeni. I primi, radicati in Sicilia da vari lustri, sono sindacalizzati. I secondi no: accettano paghe da fame e nella maggior parte dei casi non si rendono conto di essere sfruttati. Sicuramente la crescita di consapevolezza e una maggiore compattezza tra i lavoratori migranti e tra i lavoratori tout court sarebbe fondamentale per contrastare le Rosarno, le derive razziste e la perdita dei diritti. Tra gli obiettivi del mio libro c’è quello di favorire questa compattezza».

martedì 10 maggio 2011

Rosarno, Imola e l'algerino che viene dalla Luna

Recensione di Daniele Barbieri - pubblicata sul suo blog - al mio libro "Le Rosarno d'Italia". Giuro di non averlo pagato per scrivere le cose che ha scritto...

Quante Rosarno ci sono state (che i media non hanno raccontato) e soprattutto quante altre si preparano? Partiamo da quella originaria, del gennaio 2010. Il ministro dell’Interno spiega gli “incidenti” così: la troppa tolleranza riservata ai clandestini rafforza la criminalità. Con ogni evidenza è il contrario: le organizzazioni criminali si giovano della vulnerabilità dei migranti (in primo luogo dell’essere costretti alla clandestinità, non avendo modo in Italia di avere documenti e lavoro regolari) per sfruttarli e quando serve ricattarli o arruolarli. Ma questo è un ragionamento, corredato dai dati oltre che dall’evidenza, che di solito i media e le forze politiche non fanno. Perciò faticano a capire cosa è accaduto a Rosarno e nulla dicono salvo specifiche contestazioni – la rivolta esplode dopo le aggressioni armate… non è un particolare secondario – su come si sono svolti i fatti in quel gennaio e qualche generica rivendicazione di diritti sempre più astratti. Il governo ha sui migranti una linea politica chiara: crudele e razzista (dunque anti-costituzionale) ma senz’altro chiara. Perfino coerente pur mettendo nel conto le fanfaronate, le bocciature a livello di Corte Costituzionale e/o Unione europea, la cialtroneria di molti amministratori, la scarsità per le risorse da impiegare nella repressione ecc. Giornalisti e politici che si vorrebbero democratici invece non hanno una minima strategia rispetto all’immigrazione.

Così non vedono «Le Rosarno d’Italia» come Stefania Ragusa titola il suo bel reportage, le «storie di ordinaria ingiustizia» precisa il sottotitolo. E’ uscito a fine aprile, pubblicato da Vallecchi (196 pagine, 14 euri) de è un libro che non dovete perdere.

Un viaggio attraverso tutta l’Italia, anche in luoghi che si vorrebbero “insospettabili” se non altro per la scarsa penetrazione della criminalità organizzata. Il libro è diviso in «Rosarno del Nord» (5 tappe), nelle «Rosarno diffuse» (due tappe, poi si spiegherà il senso della definizione), in una sofferta «Rosarno del Sud» (Vittoria, città natale dell’autrice che da anni vive a Milano) per finire con le «classiche» (altre 6 tappe).

Si inizia con Milano, la via Padova che i media da tempo hanno condannato – «è un ghetto» – senza un regolare processo. La realtà è molto più complessa come mostra l’autrice. Lo capisce la diocesi di Milano come molte fra le persone (straniere e italiane) che lì abitano o chi ha studiato il quartiere; la sindaca Mestizia no, preferisce l’accetta o forse più banalmente subisce i ricatti del suo vice e della Lega. Forse non è solo questione milanese. Sintomatiche, in chiusura di capitolo, le considerazioni di una persona rientrata in patria dopo quasi 30 anni: «L’Italia che avevo lasciata era completamente diversa, era un Paese libero. Adesso ci sono telecamere ovunque, controlli e divieti dappertutto: è vietato mendicare, sedersi sulle panchine, bere la birra per strada e chiacchierare nei parchi alla sera. La delazione è incoraggiata, hanno inventato le ronde e ci sono i militari per strada: come in Nicaragua sotto la dittatura. Per avere un permesso di soggiorno o un visto d’ingresso si aspettano mesi e mesi. E questo mi ricorda la Birmania. Forse il cambiamento è stato graduale e voi avete fatto in tempo ad abituarvi ma io sono sconvolta».

Non tutte le persone che qui vivono si sono abituate e/oo sono state zitte ma la voce dell’anti-razzismo, della difesa dei diritti è debole e appunto non trova sponde mediatiche-politiche.

Seconda tappa il Trentino, uno dei luoghi dove il passa-parola (ma con il conforto di dati oggettivi) assicura che va bene, siamo a un livello di garanzie da Nord Europa. Ma anche qui crescono soprusi o peggio che si preferisce non vedere. Stefania Ragusa decide di raccontare lo sfruttamento «gentile» (le virgolette sono sue) nella valle del porfido ma «gentilezza non vuol dire innocenza».

Fermata successiva Zingonia, dalle parti di Bergamo, una «utopia trasformata in ghetto». Brutta storia ma anche stavolta, come altrove, la narratrice cerca e trova piccoli (e talvolta grandi) segni di speranza e resistenza: dal sedicenne pachistano che pianta fiori a Maria che organizza pulizie in autogestione. Segnalo (a pagina 64) a chi non la conosce la «teoria delle finestre rotte»: chiunque è vissuto in un quartiere popolare si riconoscerà in questa analisi semplice che rifugge le parole di moda (da ghetto a degrado, da Bronx a invivibile) e usa un’arma dimenticata ma sempre devastante, il buon senso. Qui i nativi non hanno seguito le urla della Lega Nord ma comunque Zingonia vanta un triste record: «il primo appartamento sequestrato in Italia per effetto del pacchetto sicurezza».

Terza tappa è Imola, luogo che conosco bene dato che da quasi 20 anni vi abito. Socialismo, cooperative, benessere e diritti, «vista da qui Rosarno appare molto lontana in tutti i sensi». Eppure… Proprio una cooperativa, nel ciclo dei rifiuti, è protagonista di uno scandalo che si cerca subito di soffocare invece che di affrontare. Eppure (bis) si sta ragionando di «condizioni igieniche allarmanti», di caporali e vessazioni, di paghe da schiavi dentro un’azienda il cui 57,5% è del gruppo Hera, insomma di pubblico interesse. Il titolo del capitolo è «Oltre le mani niente»; avete capito a cosa si riferisce? Le ultime righe raccontano del telefono che suona: qualcuno racconta alla giornalista che anche a Modena sta per esplodere una vicenda analoga… ma l’autrice non fa in tempo a verificare. Qualche altra/o forse romperà il muro del silenzio, Ho chiesto all’autrice di riprendere uno stralcio del reportage imolese; lo trovate qui di seguito.

Sull’invasione cinese, la destra a Prato ha vinto le elezioni. Ma il quadro che dipinge Stefania Ragusa è assai più complesso a partire dal fatto, mai citato, che il sindaco Roberto Cenni – così anti-cinese da non volere in città le bandiere a mezz’asta dopo un lutto – «è stato uno dei pionieri e dei primi fruitori della delocalizzazione industriale italiana in Cina». Non c’è dubbio che i cinesi a Prato siano tanti ma sono talmente gonfiate queste vicende che si possono sparare numeri a casaccio senza che qualcuno vada a verificare; e Ragusa coglie in fallo anche «il manifesto», un quotidiano di solito attento. Eppure non è piccola la differenza fra 10 mila regolari (che si può, forse esagerando, raddoppiare a 20 mila includendo i cosiddetti clandestini) e i 70 mila che fanno titolo sui media. Ce n’è anche per Roberto Saviano che in apertura di «Gomorra» amplifica, senza lo straccio di una prova, la leggenda dei «cinesi che non muoiono mai»: a Prato, come altrove, non glie l’hanno perdonato. Oltretutto in un libro così documentato: si vede che sui cinesi si può inventare di tutto.

Quelle che Stefania Ragusa chiama le «Rosarno diffuse» sono i luoghi ipocritamente chiamati Cie (e prima Cpt) e le truffe istituzionali come l’ultima sanatoria-trappola. Segnalo a chi vive in Toscana come Stefania Ragusa (a pag 102) affronti in poche righe il “sì-no-non so” istituzionale a proposito della creazione di un Cie. Certo è “di parte” l’autrice:intanto perchè anti-razzista e poi, come racconta, perchè «il mio compagno di vita è stato il terzo ospite» nel Cpt di Torino: dopo molti anni «preferisce non tornare a Torino: quello che ha visto e sentito in un mese e mezzo di prigionia continua a fargli troppo male». Fate occhio, in particolare nel capitolo sui Cie-Cpt, alle note perchè alcune di queste notizie non passano sui media e dunque l’opinione pubblica le ignora salvo che non sia particolarmente attenta. Ma segnalo anche, per la sua ironia quasi scespiriana, la frase di un esule algerino che all’ennesima udienza-beffa in tribunale dichiara di venire dalla Luna. «Ma in che Paese?» chiede il giudice, pensando a una omonimia, un po’ tipo Parigi in Texas. E lui risponde: «in cielo, vostro onore. Devo per forza venire dalla Luna perchè voi continuate a trattarmi come un extraterrestre».

Tenete a mente questa frase-capolavoro ma preparatevi a leggere un capitolo tragico perchè nei Cpt-Cie le proteste possono sfociare nell’autolesionismo o in roghi mortali (come a Trapani). Ma anche il capitolo successivo è drammatico: il racconto delle proteste “sulle gru” (a Milano e Brescia) è dettagliato e serrato. Rischia così di sfuggire qualche passaggio-chiave. Per esempio questo: «erano 28 anni che a Brescia non veniva vietata una manifestazione». O il discorso di Edda Pando che ad «Annozero» ammutolì Casini e solo per questo andrebbe ringraziata.

«La tappa nella Rosarno-Vittoria è stata la più difficile del mio viaggio» scrive Stefania Ragusa. Ma altrettanto sconcerto e dolore probablmente assale chi è di origine romana e si trova a leggere cosa accade agli «indiani invisibili» dell’agro pontino, a due passi dalle spiagge dei ricchi.

Imprevista la tappa successiva a Carsoli, provincia dell’Aquila, luogo che ben pochi hanno sentito nominare dove in una ditta ci sono addirittura i cessi separati: «su quello dei bianchi c’è scritto: “divieto di ingresso per gli indiani”». Una storia che perà ha almeno in parte un lieto fine, a dimostrare che il coraggio (degli immigrati) e l’impegno (delle persone antirazziste) spesso pagano.

Sconosciuto, «pressochè inesistente sulle carte geografiche», è anche San Nicola Varco nella Piana del Sele. O il piccolo comune di Palazzo San Gervasio, al confine tra Basilicata e Puglia. Ma il viaggio di Stefania Ragusa svela quel misto di arretratezza e modernità come quell’intreccio fra legale e criminale che ormai sembra caratterrizzare grandi estensioni dell’Italia… e non solo nel Meridione.

La tappa a Castel Volturno contempla l’orrore e il paradosso: una strage (il 18 settembre 2008) e un sindaco, Antonio Scalzone, che accusa i missionari comboniani di attirare sul territorio «prostitute, spacciatori e criminali di ogni risma». Altri preti sono nel mirino, come quello di Cassibile nel siracusano; un capitolo dove si può leggere un segretario del Pd che parla come la Lega Nord, tanto per tornare al discorso iniziale sull’assenza di un’altra “visione”.

Stefania Ragusa è una eccellente giornalista. Si è documentata per capire quali fossero le Rosarno “invisibili” (o prossime a esplodere) poi è andata lì a vedere, ascoltare, raccogliere documenti. Sono rimasti pochi in Italia a lavorare così e comunque raramente i media lasciano spazio a queste inchieste che magari trovano più facilmente un editore o un regista (preziose le indicazioni bibliografiche e di film nelle note del libro): la libertà di informazione è garantita nelle riserve indiane, nelle nicchie, nelle linde biblioteche dello zoo-safari. Ma oltre all’abilità nel reportage, bisogna dar conto a Stefania Ragusa di sapere, quando occorre, commentare quel che accade in modo chiaro e semplice senza quelle frasi pompose che caratterizzano a esempio i cosiddetti buonisti. Per far capire che la repressione dei migranti ci riguarda non ricorre a slogan vuoti o a pur sacrosanti inviti alla solidarietà. Spiega invece: «I migranti sono il “luogo” in cui vengono sperimentate oggi le politiche repressive che informeranno definitivamente il futuro e che hanno già reso ostico il presente: fine delle garanzie, fine dello Stato sociale, fine delle tutele sindacali». Chi non lo vede è cieco. «Il razzismo non è irrazionale o ignorante come spesso si tende a credere. Forse è tale a livello popolare ma quando lascia i bar e le portinerie e si accomoda nelle istituzioni, esso serve a uno scopo preciso: distrarre, dividere, indebolire» (pag 19).

E più avanti, a proposito dei “clandestini”, ricorda che nei Cie-Cpt si finisce in assenza di una condanna penale ma per un illecito amministrativo: «In un Paese in cui il falso in bilancio è stato depenalizzato ed evasori e truffatori seriali – loro sì ladri insidiosi e generalizzati – vengono percepiti come gente di mondo, l’assenza di un documento, non avere ucciso, rubato o cospirato ai danni dello Stato, ma la semplice assenza di un permesso – che per vie ordinarie risulta fra l’altro quasi impossibile da ottenere – si trasforma nella più grave delle colpe, punibile con 6 mesi di annientamento in un lager e la successiva interdizione all’Europa per 10 anni». Parole scritte prima che l’Unione europea avvisasse l’Italia che queste scelte non sono compatibili con i diritti garantiti.

Come la storia ci dimostra la persecuzione di un gruppo ci svela i rischi che corrono i diritti di tutte e tutti. I silenzi sono complici ma alla lunga sono anche auto-lesionisti.