sabato 24 maggio 2008

Arte africana in Africa/1


L'esperienza della Fondazione Zinsou a Cotonou*

L’arte nera va di moda ma è sempre più lontana dall’Africa. Gli artisti vivono in Europa o negli Stati Uniti. Le opere si trovano nei musei o nelle collezioni occidentali. Ma in Benin una giovane donna ha dato vita a una fondazione, assolutamente unica, che promette di cambiare il segno.

L'art de la friche
Come mai tanto interesse attorno all’arte contemporanea africana? Una ragione, secondo Jean-Loup Amselle, antropologo dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, è che essa rappresenta oggi, per gli artisti occidentali, una delle poche buone fonti di ispirazione e di rinnovamento. L’emerito studioso lo sostiene nel suo ultimo libro, L’art de la friche (pubblicato in Italia con il titolo L’arte contemporanea africana). Friche è una parola che può avere molte traduzioni. Per Amselle sta a indicare uno spazio incolto e abbandonato ma capace di fiorire anche in assenza di cure. Così, a suo avviso, è l’arte africana: spontanea, rigogliosa e caparbia e, proprio per questo, portatrice di una vitalità e di uno slancio che quella occidentale avrebbe irrimediabilmente perduto. «Riciclando, incrociando e ibridando temi e tecniche, essa riesce ancora comunicare dei contenuti forti e a fare persino dell’ironia». L’Occidente ha bisogno di guardarla per ricordarsi come si fa ad essere creativi. Ma l’interesse attuale (misurabile in mostre e partecipazioni ai più importanti eventi artistici) sembra, purtroppo, più legato al business che alla creatività. La friche, infatti, rimane un terreno in buona parte inesplorato e senza muri di cinta: tra le sterpaglie si trovano tesori, che costano poco o pochissimo ma, una volta entrati nel grande mercato internazionale dell’arte, acquistano rapidamente valore, con ricadute positive su scopritori e autori (ma quasi sempre, soprattutto, sui primi). Non può sorprendere dunque che l’arte contemporanea africana si trovi oggi al centro di un grande progetto di marketing, gestito e portato avanti sostanzialmente dagli occidentali. E proprio per questo essa è stretta più che mai dentro un paradosso: quello della sua doppia lontananza fisica dall’Africa. La maggior parte degli artisti “quotati” vive in Occidente. E soprattutto in Occidente si trovano le opere di pregio, nei musei e nelle collezioni private. Quel poco che è teoricamente fruibile in Africa, nei fatti si rivela inaccessibile, almeno per il residente nero. La somma necessaria all’acquisto del biglietto, fatte le debite proporzioni, può arrivare a corrispondere a 125 euro in Italia. I mecenati occidentali non si fanno, tuttavia, molti sensi di colpa. Rivendicano una sorta di paternità putativa rispetto alle produzioni africane e si affidano a un ragionamento che può essere sintetizzato così: l’arte non esiste in sé, ma solo in presenza di un circuito che la valorizzi; l’arte africana non aveva circuito: lo abbiamo creato Noi; di conseguenza Noi abbiamo il diritto di stabilire le regole del gioco e di portare i giocattoli (le opere) dove ci pare» (continua).

* Questo articolo, col titolo Metafora del domani, è stato pubblicato su Nigrizia di febbraio 2008

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