mercoledì 28 maggio 2008

Sudafrica. Una soap contro l'aids

Leggendo Internazionale di questa settimana ho scoperto con piacere che il British Medical Journal aveva dedicato un certo spazio alla serie tv sudafricana Soul City, una serie tv pedagogica, che affronta temi sociosanitari, come l'aids e la violenza e che presto dovrebbe essere esportata in altri otto Paesi africani. L'articolo, purtroppo, può essere letto integralmente solo a pagamento. Io mi ero occupata di questo tema nel 2005. Avevo intervistato Sheerin Usdin, che è stata, nel 1992, tra i fondatori dell'Institute for Health and Development Communication, la ong che realizza Soul City e che ha fatto della produzione di programmi televisivi e radiofonici socialmente utili la sua ragion d'essere. L’idea base di questa ong è che per migliorare le condizioni di vita delle persone bisogna agire su più fronti: sollecitare interventi mirati da parte di chi governa, rimuovere le cause strutturali (povertà, analfabetismo, sradicamenti forzati, guerre) che favoriscono la diffusione delle malattie ma anche modificare i comportamenti individuali, attraverso l'educazione ma anche attraverso un uso intelligente e lungimirante dei mezzi di comunicazione più accessibili, primi tra tutti radio e tv.
Vi propongo alcuni stralci dell'intervista, che era stata pubblicata su Popoli. Alcuni dati, probabilmente, sono superati, però il testo permette ugualmente di cogliere lo spirito con cui lavorano Usdin e soci.

Rispetto all’aids, qual è la situazione oggi nell’Africa subsahariana?
“Secondo le Nazioni Unite è qui che si concentrano il 60 per cento dei casi mondiali: in totale parliamo di oltre 25 milioni di persone infettate dal virus. Si calcola che il 90 per cento di queste non ricevano cure adeguate. Lo scorso anno, i decessi sono stati 2,3 milioni. I nuovi casi almeno 3,1 milioni. Sono cifre terribili. Sarebbe improprio però riferirsi all’aids in Africa come se si trattasse di una realtà omogenea. La situazione cambia da paese a paese e, anche, da regione a regione. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite riferisce che ci sono stati leggeri segnali di miglioramento in Africa Orientale e in quei paesi, come l’Uganda, che già all’inizio degli anni ’90 avevano riconosciuto l’esistenza del problema e si erano attivati per trovare delle soluzioni. In Africa Occidentale la situazione è stazionaria. Mentre in quella Australe, e in primo luogo in Sudafrica, la diffusione del virus aumenta. Miglioramenti o meno, il panorama resta preoccupante ovunque. Ma c’è un altro elemento che accomuna tutto il continente: la condizione delle donne. Con percentuali differenti, sono sempre loro le più colpite. Ciò dipende in parte dalla struttura fisica femminile, più vulnerabile al contagio. Ma anche dalla diffusione di violenze, abusi e pratiche rischiose come l’escissione o l’infibulazione. Non è un caso che il Sudafrica, che ha il maggior numero di ammalati di aids, vanti un altro triste primato mondiale: quello degli stupri. Se ne registra, in media, uno ogni 17 secondi”.
Perché tutto questo accade in Africa e non altrove?
“Perché è qui che si concentrano una serie di fattori che favoriscono la diffusione di questa malattia e di molte altre. Mi limito a citarne alcuni. La povertà, in primo luogo. È una condizione che limita in generale le possibilità di scelta: per esempio, davanti alla prospettiva della fame ora o della malattia dopo, milioni di persone (le donne soprattutto) scelgono di prostituirsi per garantire la sopravvivenza propria e della famiglia. La condizione di indigenza limita anche la possibilità di pagarsi le cure. In molti paesi, la spesa da affrontare per coprire i costi delle terapie antiretrovirali supererebbe l’intero bilancio sanitario dello stato. Altri fattori determinanti sono la carenza di informazione e l’analfabetismo. Difficile, per chi non sa leggere e scrivere, farsi un’idea di cosa sia l’aids, di come si contrae, di come ci si possa proteggere. E poi ci sono le guerre, con i loro tragici corollari di volenze, abusi sessuali, migrazioni forzate. A questo si deve aggiungere il ritardo con cui molti governi hanno preso atto della situazione e, anche, il loro ridottissimo potere contrattuale rispetto alla politica dei brevetti delle multinazionali farmaceutiche.”
E perché il Sudafrica è il paese più colpito?
“Quello che ho detto prima qui è stato amplificato dalla complessa vicenda dell’apartheid che ha determinato dei tremendi dislivelli sociali e delle chiusure altrettanto esasperate”.
Che fare per cambiare la situazione?
“Sono sempre più convinta della necessità una risposta globale, che mobiliti tutti i settori della società sudafricana e non solo un segmento specifico (i medici o la classe dirigente). Ci vogliono i farmaci, ma è necessaria anche una rete che consenta la loro distribuzione, il sostegno psicologico e materiale per gli ammalati e le famiglie, una corretta informazione… I media, in tutto questo, hanno un ruolo importantissimo: da un lato per informare e contribuire a eliminare la cappa di sospetto e condanna che ancora avvolge l’aids e discrimina pesantemente gli ammalati, dall’altro per vigilare sulle istituzioni, raccontare cosa accade a livello governativo, come vengano spesi i soldi stanziati per la cura e per la prevenzione. Personalmente sono soddisfatta del lavoro fatto sino ad ora con Soul City. Attraverso i nostri programmi riusciamo a raggiungere una larga fascia della popolazione (secondo alcune stime, l’83 per cento, ndr), e a farla riflettere su tematiche che magari, fino ad allora, non aveva mai considerato. Non solo l’aids o la condizione dei sieropositivi. Ma anche il modo in cui la violenza, l’ignoranza, la discriminazione si intrecciano e favoriscono la diffusione della malattia”.
Medicina tradizionale e ufficiale possono collaborare?
“Possono e devono. Sia per ridurre la diffidenza che molte persone nutrono verso la medicina occidentale, sia perché in alcuni casi i medicamenti tradizionali interferiscono con i farmaci antiretrovirali ed è importantissimo avere in mano tutti gli elementi per trattare il paziente.”
Secondo lei, esperienze positive, come quella ugandese, sono esportabili?
“È una questione dibattuta. Il governo ugandese da una parte ha sollecitato un cambiamento dei comportamenti sessuali, attraverso la campagna ABC, dove A sta per “abstain” (astenersi), B per “be faithful” (essere fedele), C per “use condom” (usare il profilattico), dall’altra si è sforzato di creare un clima di apertura e non discriminazione verso sieropositivi ed ammalati, chiedendo l’appoggio di larghi strati della società civile. Si continua a discutere su quale sia stata la parte determinante di questo programma. Io credo che la sua efficacia sia dipesa non da questo o da quel punto ma, soprattutto, dal fatto di avere agito su più fronti e coinvolgendo tutta la popolazione. In questo senso l’esperienza è replicabile. D’altra parte ogni paese ha proprie specificità. In Sudafrica un piano anti-aids che prescinda dalla lotta alla povertà e dall’integrazione sociale difficilmente potrebbe produrre risultati”.

6 commenti:

cacioman ha detto...

Molto interessante questa intervista. Per me che sono zuccone, anche istruttiva: solo ora ho capito il titolo di "ABC Africa" di Kirostami (tra l'altro, solo un poeta come lui ha la sensibilita' di trovare e di filmare la scena del padre e della bara di cartone improvvisata per suo figlio).
Un paio di anni fa ho scoperto per caso i libri di Kourouma, in particolare "Allah non e' mica obbligato" e' straordinario. Tu che sei africanista, cosa mi suggerisci da leggere (narrativa pero')?

stef. ha detto...

Carissimo Cacioman,

premesso che non ti credo neanche un po' quando dici di essere zuccone, ti informo subito che chiedermi consigli sui libri per me è un invito a nozze...
Ecco tre titoli:
La ventottesima moglie, di Ken Bugul (Baldini e Castoldi): se ti interessa capire un po' meglio la poligamia e l'anima senegalese;
Da madre a madre, di Sindiwe Magona (Gorée) che racconta una storia vera e drammatica ambientata nel Sudafrica dell'apartheid poco prima della fine dell'apartheid;
Rwanda. Murambi, il libro delle ossa, di Boubacar Boris Diop (edizioni e/o), per capire, in un'ottica africana, cosa è avvenuto in Rwanda. E' tutta narrativa.
Spero di esserti stata utile
alla prossima



stef.

Anonimo ha detto...

Cara Stefania, articolo veramente molto interessante.
Mi chiamo Virginia e sono laureanda in Mediazione Linguistica e Culturale alla Statale di Milano, con una tesi di storia economica sull'HIV/AIDS in Sudafrica. Posso chiederle di darmi una mano? Intendo, sono alla ricerca di libri, articoli, riviste e quant'altro sull'argomento... se potesse suggerirmi dove e cosa cercare, le sarei infinitamente grata!

stef. ha detto...

Cara Virginia, se posso ti aiuto molto volentieri. Se mi lasci una mail ti contatto
stef.

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Anonimo ha detto...

Spero che il mio post sia stato cancellato (come da me richiesto) dopo che lei l'abbia letto...non che magari sia stato cancellato da un altro amministratore del blog..in quanto forse non è propriamente adeguato lasciare una mail così... :)

Virginia