Dodicimila arresti in sette giorni. In Bangladesh è in corso una mega operazione di polizia finalizzata, sulla carta, a rendere il Paese più sicuro in vista delle elezioni politiche di dicembre. Ma l'obiettivo non dichiarato del governo militare provvisoriamente in carica da 16 mesi è ovviamente un altro: eliminare velocemente il più alto numero possibile di oppositori. Non a caso tra gli arrestati ci sono pochissimi "criminali" e una quantità impressionante di persone più o meno legate alla Lega Awami e al BNP (i due partiti pincipali). Non a caso la maggior parte degli arresti è avvenuta senza nessuna giustificazione di tipo legale. Lo stato d'emergenza, in vigore da gennaio 2007 ha significato, tra le altre cose, la revoca delle garanzie costituzionali e il divieto di attività politica. Il governo ad interim non ha reso noto se e quando lo stato d'emergenza sarà revocato. Ma questa cosa prima o poi dovrà accadere, per dare alla campagna elettorale una parvenza di regolarità. L'esecutivo intanto cerca di far passare gli arresti come normali operazioni di routine ma il panico si sta diffondendo tra la popolazione che non sa cosa aspettarsi. L'unico dato certo è che l'operazione pulizia dovrebbe dovrebbe andare avanti ancora altre tre settimane.
Domanda: come si è arrivati a una situazione come questa? Alla fine del 2006 si sarebbero dovute tenere in Bangladesh le elezioni politiche. Nei mesi precedenti scoppiarono però violentissimi disordini che costarono la vita a più di 40 persone. Il Presidente della Repubblica decise di fermare i giochi nominando un governo provvisorio, appoggiato dall'esercito, che avrebbe dovuto portare il Paese a elezioni pulite e trasparenti entro la fine del 2008. Il governo provvisorio, guidato da Fakhruddin Ahmed, ha decretato lo stato d'emergenza (con tutti i suoi corollari censori) e si è assunto l'onere di ripulire la scena da corrotti e corruttori. Proposito degnissimo sulla carta ma che, come è sempre più evidente, è servito a far piazza pulita degli avversari politici e degli oppositori e a giustificare il ricorso sistematico ad arresti arbitrari e alla tortura. Le due signore della politica bangladese, l'ex primo ministro Khaleda Zia e la sua nemica giurata Sheika Hasina (personaggi tutt'altro che limpidi) sono state arrestate. Insieme a loro un centinaio di nomi eccellenti della politica ma anche tanti pesci piccoli e, poi, giornalisti, attivisti per dirittti umani, studenti, rappresentanti dei gruppi tribali, gente comune. Affermare che oggi il Bangladesh si trovi sotto dittatura militare non è un'iperbole. L'unica nota positiva è che dovrebbe trattarsi di una dittatura a tempo.
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