«Una mattina di qualche anno fa il mio direttore mi ha chiesto se me la sarei sentita di partire per un paese difficile, con dei medici impegnati in un progetto umanitario e un fotografo famoso. Il paese era il Bangladesh, la domanda, come minimo, inusuale: un giornale come il mio non manda i giornalisti nei paesi difficili e raramente lavora con fotografi famosi che non siano di moda. Del Bangladesh, io sapevo davvero solo tre cose: che era uno stato musulmano, che era poverissimo e che si era separato dal Pakistan, con molto spargimento di sangue, nel 1971. Le mie informazioni finivano lì. Non avevo mai oltrepassato, fino a quel momento, i rassicuranti confini dell’Europa e non avevo idea di come mi sarei adattata al clima monsonico né di come avrei reagito alla concentrazione di pathos che si preannunciava. I medici erano chirurghi maxillo-facciali, ogni anno andavano a Khulna, città di cui sentivo il nome per la prima volta, a ricomporre le bocche e i palati di bambini nati con il labbro leporino e altre malformazioni del viso. Bambini che, a causa di questo loro problema, spesso non avevano imparato a parlare e a masticare. Piccoli mostri tenuti ai margini e guardati dalla società con un misto di repulsione e sospetto. Quel difetto, così marcato, impossibile da nascondere, veniva talvolta letto come un segno di infamia impresso da Dio, da cui non ci si poteva riscattare. L’intervento, che i medici offrivano gratuitamente, cancellava contemporaneamente la colpa e la pena e rappresentava una specie di rinascita. Le operazioni venivano fatte al Santa Maria Sick Assistance Center, un ospedale costruito da missionari saveriani e gestito da alcune suore. Io avrei dormito lì, con i medici, le infermiere, i ferristi. Il fotografo famoso era Guido Harari, noto per avere immortalato i musicisti più celebri del mondo, da Laurie Anderson a Frank Zappa. Era strano immaginarlo a fare un reportage di quella natura. Prima ancora di sapere tutte queste cose, al mio direttore avevo comunque risposto di sì, senza troppe esitazioni...».
Questo è l'inizio di Bangladesh inferno di delizie, un libro che ho scritto con grande passione e che finalmente vede la luce. Il titolo riprende la definizione dal Bengala data da Ibn Battuta, il Marco Polo Islamico. Presento il volume domani a Firenze, intorno alle 18, alla Biblioteca delle Oblate (via dell'Oriuolo 26, terrazza al secondo piano) in concomitanza con la rassegna Firenze città dei lettori. Il libro può essere acquistato già ora in internet. L'arrivo nelle librerie è previsto per il 20 giugno. Acquistando il volume si sostiene la onlus Progetto Sorriso nel Mondo.
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2 commenti:
Ammazzate oh !
Stefania, se vieni a Roma a fare una presentazione, porto la mia copia fresca fresca di lettura.
Ciao
Cacioman
sono curiosa...
Mi chiamo Angela Ragusa, e scrivo e traduco libri per ragazzi (per saperne di più: www.angelaragusa.com)
Una mia amica di Firenze mi ha segnalato la quasi-omonimia... non è che i Ragusa abbondino, in effetti!
ha per caso qualche legame con la Puglia, in particolare con Taranto?
comunque, complimenti per l'attività Onlus, e anche per il libro: sembra davvero molto interessante!
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