

La donna nera, in bilico tra Africa e Occidente *
Come sta la donna nera contemporanea? Come vede se stessa e qual è la sua condizione esistenziale? Come costruisce e aggiorna il suo immaginario una volta entrata per scelta o per rassegnazione in contatto con la cultura e i modelli occidentali? Queste domande delimitano un territorio complesso e ancora poco battuto tanto dall’arte quanto dall’antropologia. Fa eccezione, da questo punto di vista, Wangechi Mutu, giovane e versatile artista kenyota, femminista, trapiantata negli Usa dal 2000. La sua produzione, pur attraverso distinte fasi di sviluppo (è passata da semplici schizzi in bianco e nero alla pittura a collages sempre più elaborati per approdare recentemente alle installazioni) ruota in larga parte attorno agli interrogativi di cui sopra, anche se non si ferma ad essi.
Wangechi, classe 1972, è nata e cresciuta a Nairobi. Ha studiato antropologia in Galles e scultura all’Università di Yale e adesso vive e crea nel quartiere di Brooklyn, a New York. E’ internazionalmente ben quotata: alcuni suoi quadri sono stati venduti a 90mila dollari e le sue installazioni sfiorano i 120mila. In Italia ha partecipato ad alcune collettive ma è ancora poco conosciuta. La casa editrice Damiani, specializzata in volumi d’arte, esce questo settembre con un’antologia-monografia su di lei che contiene molti inediti ed è suddivisa in quattro sezioni (A Thin line sugli schizzi, The Pin-Up, collage su carta, Hybrid, collage su plastica, Body as Space, sulle installazioni). Si intitola A shady promise, un’ambigua promessa. E A shady promise è anche il titolo dell'opera riportata nella cover del libro, un collage molto strutturato che mette lo spettatore di fronte a una donna/mutante che cavalca il tronco di un albero che non ha rami ma radici ad entrambe le estremità ed è chiaramente una rappresentazione paradossale del membro maschile.
«Il concetto di promessa è considerato infantile o desueto e questo mi sembra un po' triste», spiega Wangechi. «C'è una parte di me, romantica e idealista, che continua a credere nel valore delle promesse. Ma ci sono tanti tipi di promesse: quelle fatte per amore e per affetto, i giuramenti spirituali o religiosi, quelle che i politici ci fanno in continuazione. Mentre lavoravo a questo libro mi sono trovata a pensare quelle che ho fatto io nella mia vita, a quelle che non ho mantenuto e, in generale, a quanto la vita, le relazioni si trovino spesso ad essere costruite attorno a promesse ambigue». Wangechi è un’artista “difficile” che è molto facile fraintendere, soprattutto se ci si accosta ai suoi lavori in modo frettoloso: le sue opere, per nulla rassicuranti o celebrative, possono sconfinare nella pornografia e disorientano sempre lo spettatore. Richiamano, a tratti, certi lavori di Gustav Klimt e di Egon Schiele. Sono tutte costruite attorno al corpo femminile: rovesciato, dilatato, mistificato, amputato, riconfigurato mescolando particolari etnici e identitari eterogenei. Il corpo femminile (spesso nero ma non necessariamente o esclusivamente) rappresenta per Wangechi un naturale punto di partenza. Perché lei è una donna e perché lo considera oggi più che mai “luogo” privilegiato dello scontro politico e culturale.
«Tutto ciò che appare come massimamente desiderabile o massimamente deprecabile e peccaminoso continua a trovare nel corpo della donna la sua collocazione», scrive Wangechi a commento di uno dei suoi collage più riusciti (Adult Female Sexual Organs, è stato esposto alla Saatchi Gallery di Londra tre anni fa ma non è presente nel volume) «Per questo il corpo femminile porta su se stesso i segni della propria cultura più di quanto faccia quello maschile». Per costruire Adult Female Sexual Organs Wangechi è partita da una pagina strappata da un antico testo di medicina, che riportava, appunto, il disegno anatomico degli organi sessuali di una donna adulta. Ma quell'immagine in realtà non appare: è coperta dalla fotografia di una donna bianca tratta da una rivista patinata ed è solo l’intestazione della pagina a dirci quale fosse il suo contenuto. La donna bianca ha capelli lunghi mossi da un vento probabilmente artificiale e un sorriso d’ordinanza, come richiesto dai servizi di moda. Di lei, a parte il sorriso, i capelli e il frammento di trench rosso fuoco, non si vede altro. E’ “coperta” a sua volta, dal grosso, ingombrante profilo di un’africana, dallo sguardo vellutato e intenso e le labbra esageratamente turgide e truccate. Il tutto è tenuto insieme o, meglio, incerottato, da comunissimo scotch per pacchi. Il frammento di donna bianca sorridente coincide con lo spazio del cervello della donna nera. E’ un’immagine che cattura in modo immediato: per la sua plasticità, i contrasti di colore, il senso: un involucro incontestabilmente nero è attaccato a un immaginario bianco, fasullo e patinato. Entrambi gli elementi però si innestano su una specificità che travalica le contrapposizioni razziali ed è, appunto, il femminile. Questo collage non è una descrizione fenomenologica della donna nera contemporanea. Non è quel che appare all’esterno. Bensì quello che una donna nera contemporanea, in bilico tra Africa e Occidente, percepisce se stessa. E’ una auto-rappresentazione ontologica.
La specificità di Wangechi e l’aspetto innovativo della sua arte sta, ad avviso di chi scrive, esattamente qui. Lei è un’africana (anche se della diaspora) che parla dell’immaginario africano dall’interno e che, come vedremo, ha l’abilità di trasformare strada facendo un discorso che potrebbe restare circoscritto, particolare, in una riflessione più ampia, che coinvolge tutto il femminile, e in una critica serrata del presente. Wangechi comincia il suo percorso usando l’acquerello. Ben presto scopre la duttilità e la plasmabilità del collage, le opportunità espressive che scaturiscono dalla fusione di pittura e materiali altri, eterogenei, anche poco nobili: foto, ritagli di giornali, plastiche, scotch. Il collage è la sua strategia: è una tecnica molto africana, costruita sul riciclo e sull’assemblaggio creativo, ed è certamente la più adatta a dare forma ai concetti di frammentazione e stratificazione, che caratterizzano l’immaginario della donna nera. I primi collage sono su carta. Poi cominciano i lavori realizzati su fogli di Mylar, una pellicola in poliestere trasparente che può ricoprire gli oggetti senza però mai aderire o cambiare effettivamente forma. Wangechi non pone limiti all’assemblaggio: combina immagini tradizionali con pagine prese da Vogue, dal National Geographic e da altri magazine, cartoline africane con ritagli di riviste pornografiche, carta, glitter, scotch. Il “coro” di ritratti che ne viene fuori interpreta e rappresenta gli aspetti più paradossali e disumanizzanti della cultura occidentale, veicolata molto spesso proprio dai magazine: l’ossessione per l'immagine e per la magrezza, l’ostentazione della gioia e dell’appagamento, le automutilazioni che le donne si infliggono attraverso la chirurgia estetica. Le Pin-up raccontano in modo esemplare come anche le donne nere non siano rimaste immuni da questa follia. Le pin up sono infatti donne dalla pelle nera ritratte spesso in situazioni che potrebbero sembrare africane: accovacciate per pestare il miglio, piuttosto che in cammino con un figlioletto al fianco. Ma certi particolari del loro look, come i capelli lisci e biondi o i tacchi a stiletto, ci dicono che siamo assai lontani dall’Africa oleografica e tradizionale. E l’esagerazione dei loro tratti così come la presenza di elementi caricaturali presi di peso dal mondo animale o, addirittura, di protesi ci avvisano che non ci troviamo di fronte a un lineare metissage. Le pin up ridono, ballano e ostentano allegria, ammiccano e ondeggiano sui tacchi ma hanno volti animaleschi o addirittura alieni, e talvolta protesi tecnologiche al posto delle braccia o delle gambe. Sono decisamente più spaventose e inquietanti che sensuali.
Il carattere che accompagna sempre le donne di Wangechi, è l'ibridità. Questo aspetto è particolarmente evidente nella "serie" successiva della monografia, non a caso intitolata Hybrid. Qui l’aspetto onirico, quasi cartoonista, prevale ancora di più. Le protagoniste di questi lavori incedono in modo spavaldo, alla maniera dei super eroi, piene di frizzi e lazzi, linee arricciate, colate di glitter, ma tutte drammaticamente prive di qualcosa (chi delle mani, chi dei piedi) o disumanizzate da appendici mostruose che discendono dai loro stessi arti. In una conversazione con Isolde Briemleier, curatrice, critica d’arte e suo interlocutore privilegiato all’interno del volume, è Wangechi stessa a spiegare: «Tento di raccontare gli elementi della spacconeria femminile e di sollevare interrogativi sull’identificazione etnica, attraverso la creazione di personaggi mitologici-futuristici che affrontino l’interminabile storia di questi dilemmi collettivi». Wangechi tenta di raccontare ed effettivamente racconta e sembra avere lo scopo di spingere chi guarda a interrogarsi. In questo senso il suo è un lavoro filosofico. Le domande spesso cominciano dalla donna nera, però non possono e non devono restare confinate ad essa. L’oggetto-soggetto della sua arte non è un’isola, una monade. La sua personale faticosa costruzione (o perdita) dell’identità si intreccia con le personali e faticose costruzioni e perdite di tutte le donne e di tutti gli esseri umani. Come rivela, per esempio, l’uso paradossale dei tacchi a stiletto, un vero topos nella produzione di Wangechi. «Le ragioni per cui li utilizzo sono contraddittorie», dice lei. «Sono delle armi, sono delle protesi, sono decorativi e sottolineano una simbologia del potere. I tacchi alti sono il tipico congegno “innalzante” che funge da indice di modernità, di urbanizzazione e di un ideale di bellezza straniero». Al tempo stesso però sono congegni che penalizzano tutte le donne e le traggono in inganno: da un lato innalzano, dall’altro ostacolano il passo e il movimento. Ecco allora che l’estraneità dell’ ideale si rivela a prescindere dal colore della pelle e che le categorie canoniche (bianco, nero, etnico) si svuotano. Come avviene in uno dei lavori più riusciti di Wangechi, Riding Death in My Sleep, in cui vediamo una figura femminile accovacciata e inerpicata su tacchi vertiginosi e vestita con una tuta che aderisce come una seconda pelle. Questa donna languida e triste appoggia le mani sul terreno, si tiene in equilibrio o forse oscilla, affacciata su una sfera di terra su cui crescono funghi e bizzarre teste di uccello. «Si tratta di un personaggio etnicamente non riconoscibile, surreale, la cui gestualità fa il verso alla posa accovacciata comunemente utilizzata nel fotografare le donne nere», osserva Wangechi. Un personaggio intimamente inquietante, ibrido, suggestivo e sofferente, che trascende, appunto, i concetti di razza ed etnia.
Wangechi dunque parte da un discorso per così dire autobiografico e introspettivo e approda a una riflessione più ampia e globale sul femminile, evidenziando il respiro universale di una ricerca solo apparentemente di nicchia e settoriale. Le donne in bilico, infatti, non sono solo quelle nere e sospese tra Africa e Occidente, sono tutte le donne. Anche se questo non si rivela subito a chi guarda i suoi lavori. «Dal momento che io sono nera, molti danno per scontato che io parli solo delle donne nere. Per qualche misteriosa ragione, che sarebbe interessante indagare, la tendenza a confondere l'artista e la sua opera si fa più marcata se l'artista è nero», osserva con un pizzico di polemica. «Ma, in tutta franchezza, non credo che abbia senso, nel presente, insistere ancora su certe contrapposizioni». Le categorie binarie (bianco/nero, noi/loro, nord/sud...) sono il retaggio di un pensiero e di un linguaggio inadatti a raccontare la contemporaneità. Semplificano la realtà secondo uno schema fuorviante, lasciano intravedere qualcosa che di certo non c'è più, forse non c'è mai stata. Riportano alle shady promises dalle quali bisognerebbe riuscire a guardarsi.
*Questo articolo è stato pubblicato su Alias, l'allegato culturale del Manifesto


3 commenti:
Ciao sono Mariangela ho letto e conservato il tuo articolo uscito sul manifesto qualche settimana fa. Conoscevo già l'artista per vie traverse, perchè è stata anche attrice e ha lavorato con un'altra famosa artista Lorna Simpson. Volevo solo ringraziarti, l'argomento della mia tesi di dottorato è la rappresentazione del corpo femminile nero nell'arte contemporanea e l'opera di Mutu è sensazionale, sconvolgente e spiazzante! Complimenti Mary
grazie mariangela!!!!!!
anch'io mi occupo del corpo della donna straniera ...e degli aspetti coincidenti tra la donna africana e la donna occidentale (entrambe straniere ad una struttura sociale e culturale basata su discriminazioni di genere, etniche, economiche e di generazione) argomento che in italia risulta essere talmente attuale ...quanto completamente trascurato.
questo articolo è uno spiraglio.
perciò vorrei ringraziarti.
j
http://www.ideadestroyingmuros.info
Posta un commento