Questo articolo, insieme con le interviste (al regista Tanvir Mokammel e alla scrittrice Tahmima Anam ) che troverete nei post successivi, è stato pubblicato dal Manifesto il 21 agosto scorso. La mia visita a Genéva Camp risale a diversi mesi fa. Ai bihari nati in Bangladesh è stato riconosciuto recentemente il diritto alla cittadinanza bangladese, ma non mi risulta che le condizioni di vita in questo e negli altri campi-ghetto siano sostanzialmente migliorate.
Genéva Camp, l'inferno della minoranza urdu
In un documentario la paradossale storia di una persecuzione
Un romanzo storico e un documentario coraggioso, che ora è un dvd (acquistabile su internet) sulle tragedie di una popolazione composita, etnicamente e religiosamente, stritolata prima dalla «spartitione» del Bengala, poi dagli eccidi dei soldati pakistani e infine dalla nascita dello stato libero e indipendente del Bangladesh
«Baracche spoglie, in lamiera, cartone e altri materiali di fortuna, addossate l'una all'altra o separate da stretti corridoi di fango. Montagnole di rifiuti. Una selva di antenne. Duecento cessi per 17mila persone. Può sembrare uno slum come tanti Genéva Camp, uno dei quattromila nascosti tra le pieghe di Dhaka, capitale del Bangladesh e tipica metropoli del cosiddetto terzo mondo. Ma non è proprio così. A Genéva Camp non si parla bengali ma l'urdu, come in Pakistan. Qui vivono solo bihari o, come vengono altresì chiamati, stranded pakistanis, pakistani bloccati, ostaggi della politica e della diplomazia, uomini e donne che, con la nascita del Bangladesh, nel 1971, avrebbero dovuto lasciare Dhaka per Karachi e, invece, non sono mai riusciti a partire. Uomini e donne sospesi tra due nazioni ostili, senza diritti e senza cittadinanza.
«Non abbiamo documenti. Non abbiamo assistenza. Non possiamo lasciare il campo». Ahmeda Khan ha 66 anni, sta rannicchiata dentro uno scialle di lana e mi offre del tè caldo. «Da più di 30 anni sogno il Pakistan. Mio marito è lì. I miei figli pure. Non li vedo da trent'anni». Suo marito e i figli sono rientrati nello scaglione fortunato di bihari sopravvissuti ai Mukti Bahini e approdati in Pakistan alla fine della guerra. «Non avevamo denaro per partire tutti. Così loro sono andati e io sono ancora qui». Ahmeda è arrivata a Dhaka da bambina. «Ricordo il viaggio da Patma, in treno. Mio padre era contadino ma, come tanti altri, si mise a lavorare in ferrovia. Non parlavamo bengali ma non ci preoccupavamo: ci avevano detto che l'unica lingua del Pakistan sarebbe stata l'urdu. Poi è scoppiata la guerra ed è cominciata la nostra tragedia».
In senso letterale bihari vuol dire: appartenente allo stato indiano del Bihar. Il termine venne usato, però, in modo estensivo per riferirsi a tutti gli immigrati urdofoni che, in seguito alla spartizione dell'India, si stabilirono nel Pakistan Orientale, l'attuale Bangladesh. Furono circa un milione. Molti provenivano effettivamente dal Bihar. Altri si erano mossi dall'Utter Pradesh, dal Madhya Pradesh, dal West Bengala, dal Rajasthan, dal Kerala. In comune avevano l'Islam, l'urdu, una bassa istruzione e la speranza di costruirsi una vita migliore.
Karachi li utilizzò da subito in funzione antibengalese, per controllare e contrastare le spinte indipendentiste. Riconobbe loro diversi privilegi e li esortò a non mescolarsi con i bengalesi, che erano l'etnia maggioritaria. Negli anni che seguirono, la maggior parte dei bihari si schierò contro il movimento indipendentista. «Sarebbe più appropriato dire che ne restammo esclusi», precisa Farhid Akter, un anziano con la barba tinta di hennè. «Il movimento nasceva dalla volontà di difendere il bengali, una lingua che non ci apparteneva». Quando il 25 marzo 1971 la sciagurata Operation Searchlight segnò l'inizio della guerra, i bihari si trovarono, volenti o nolenti, dalla parte dell'esercito pakistano. In molti casi parteciparono attivamente ai massacri. Ma in tanti altri no. Il clima di quei giorni, però, non consentiva sottili distinzioni.
A guerra finita, circa 100mila furono arrestati dall'esercito indiano intervenuto per fermare il genocidio, e considerati prigionieri militari. Ai pochi che la chiesero fu data la cittadinanza bangladese. Gli altri, più di mezzo milione, furono raccolti nei campi della Croce Rossa, in vista del trasferimento in Pakistan. Karachi si era impegnata a farsi carico del rientro di tutti i bihari, ma i costi dell'operazione e l'effetto che essa avrebbe potuto sortire su una popolazione già frammentata le fecero cambiare idea. Così, dal 1974 al 1992, solo 175mila stranded pakistanis lasciarono il Bangladesh. Dal 1993 in poi il processo si è fermato del tutto. Oggi, poco meno di 300mila bihari vivono abbandonati a se stessi in 66 affollatissimi campi.
A Genéva Camp, secondo le stime, sono almeno 17mila.
A guidarmi tra le baracche è Enamul Uddin, uno studente che parla inglese, urdu e bengali. «Il campo - mi spiega - è stato ricostruito qualche anno fa, dopo che un incendio lo aveva raso al suolo». Andiamo a vedere le latrine, quasi tutte scoperte e in comune tra uomini e donne. Il 25 per cento è inagibile. Passiamo davanti un piccolo negozio di sari: sono molto belli e costano meno che in un normale bazar. «A volte la gente viene a comprare da Dhaka, per risparmiare». Ma anche qui siamo a Dhaka, obietto. «Sembra così, invece è un altro mondo». Una bambina gioca con una bambola davanti alla porta della sua casa. Suo fratello, un ragazzetto di circa 15 anni senza scarpe, è seduto per terra e sta cercando di riparare una radio. Quando si alza, la sua testa sfiora il soffitto della baracca. È probabile che vivano in quella stanza con un'altra decina di persone. Nello slum c'è una sola scuola, la Non Local Junior High School, che arriva all'ottava classe, la nostra terza media. Gli insegnanti, una decina, e l'unico bidello vengono pagati quando capita. Nel 1993 c'erano 450 allievi. Nel 2003 solo 150. In teoria i bambini potrebbero andare a scuola anche fuori dal campo, ma solo pochi genitori si arrischiano a mandarli: troppo care le tasse, troppo faticoso l'inserimento. C'è solo un centro medico pediatrico. Nessuno ha l'assistenza sanitaria.
Una situazione critica insomma, criticissima. Ma chi vive a Genéva Camp si considera un privilegiato. «Qui riusciamo a lavorare». Molti stranded pakistanis guidano il rickshaw, fanno i barbieri o i tessitori. Le donne sono spesso impiegate nelle fabbriche di garments. Negli altri campi, a Khulna, a Dinajipur, la regola è morire di fame, freddo e malattie.
Le richieste dei bihari sono cambiate rispetto al passato. «Solo gli anziani, ormai, sognano il Pakistan. Noi che siamo nati qui e parliamo bengali, vorremmo la cittadinanza e condizioni di vita più umane», mi spiega Enamul. Sahid Ali Babul, segretario generale dello Stranded Pakistanis Youth Rehabilitation Movement (Spyrm), a un recente incontro pubblico, aveva detto qualcosa di simile: «Non siamo pakistani. Siamo bangladesi che parlano urdu. Vogliamo essere inseriti nelle liste elettorali ed avere diritto al voto, dal momento che siamo nati qui».
Nel 2003 l'Alta Corte di Giustizia ha effettivamente accolto la domanda di cittadinanza presentata da dieci bihari nati in Bangladesh, riconoscendo loro il diritto di voto. Quella sentenza non ha avuto, sino ad oggi, ricadute politiche. E domani? Secondo Babul le cose potrebbero cambiare. Il Bangladesh sta attraversando una fase molto delicata. Da più di un anno si è insediato un governo provvisorio incaricato di portare il Paese a elezioni entro la fine del 2008. Questo governo, per quanto in odore di regime militare, si sta occupando di redigere le nuove liste elettorali. Se ai bihari aspiranti bangladesi venisse finalmente riconosciuta la cittadinanza, potrebbe essere più semplice anche riprendere in mano la pratica del rientro in Pakistan per gli anziani nostalgici. «Difficile, almeno in linea teorica, immaginare un momento più propizio». La «doppia soluzione» non è auspicata solo dallo Spyrm, ma anche dalle (rare) ong che lavorano con i bihari (l'americana Refugee International, per esempio, o la bangladese Refugee and Migratory Movements Research Unit). Per realizzarla non basta però l'impegno dei governi, ci vorrebbe ciò che è mancato fino ad ora: il riconoscimento della specificità della questione dei bihari e una pressione seria e costante da parte della comunità internazionale.
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2 commenti:
Ho letto il suo articolo,è tutto vero.Comunque tuttora i bihari non hanno ne la cittadinanza ne i diritti fondamentali.Vedo che alcuni riescono a venire in italia e poi' chiedono la Protezione internazionale. Spero che vengano accolti.
Non ho notizie di bihari in Italia. Se sai qualcosa di più preciso, Din, mi informi per piacere?
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