Il 23 marzo del 1971, Mujibur Rahman, leader della Lega Awami e vincitore mai riconosciuto alle elezioni di qualche mese prima pronuncia la «declaration of emancipation» per il Pakistan Orientale. Due giorni dopo l'esercito pakistano entra in azione. Quella notte furono uccisi, nella sola città di Dhaka, 7000 bengalesi. Il numero delle vittime, nei due giorni successivi, arrivò a 50mila. Cominciava in questo modo uno dei più terribili genocidi della storia (tre milioni di morti in nove mesi) e la guerra che avrebbe portato alla nascita del Bangladesh. Una guerra che suscitò clamore ai tempi (anche per via dello sfacciato appoggio americano al Pakistan) ma che non ha trovato posto nella memoria occidentale. Oggi i media tornano a parlarne, grazie a The Golden Age, opera prima della 31enne Tahmima Anam, scrittrice bangladese trapiantata a Londra e salutata con entusiasmo da pubblico e critica. Garzanti lo ha pubblicato con il titolo I giorni dell'amore e della guerra. Si tratta di un romanzo che racconta e ripercorre quei terribili nove mesi attraverso lo sguardo di Rehana, una vedova madre di due figli che partecipano attivamente alla resistenza.
Il tuo è il primo e, al momento, l'unico romanzo in lingua inglese sul genocidio bengalese. Perché questa tragedia è stata dimenticata così in fretta?
È difficile tenere a mente tutte le tragedie del Mondo. E le prime a scivolare nell'oblio sono quelle che riguardano Paesi non strategici o determinanti sullo scacchiere internazionale. Il Bangladesh è uno di questi. Ma io ritengo anche che il governo di Dhaka non abbia fatto abbastanza per tenere viva la memoria e, soprattutto, per avere giustizia. Per esempio, al Pakistan non sono mai state chieste scuse pubbliche, e non è mai stata istituita una commissione per accertare la verità e giudicare i criminali di guerra. La gente comune, invece, non ha dimenticato affatto. I Bangladesi sono consapevoli del prezzo pagato per l'indipendenza e molto fieri della propria storia. In bengali ci sono centinaia di articoli e libri su questo argomento.
La realtà che tu racconti si discosta dagli stereotipi a cui molti libri, concepiti forse più per vendere che per informare, ci hanno abituato. Mi riferisco alla condizione delle donne o alla tradizione di partecipazione politica del Bangladesh. I tuoi personaggi hanno una grande energia, libertà interiore, senso civico...
L'idea di scrivere questo libro mi è venuta mentre raccoglievo, per il mio dottorato, testimonianze orali sulla guerra del Bangladesh. Più andavo avanti più mi sembrava un peccato appiattire le storie che avevo trovato in uno scritto accademico. Troppi elementi psicologici ed emotivi sarebbero andati perduti. Ho cominciato a lavorare al romanzo, quindi, con l'intenzione di rappresentare quella realtà nella sua complessità e nelle sue sfaccettature, ispirandomi a personaggi reali. A suggerirmi la protagonista, Rehana, è stata in un certo senso mia nonna, che durante la guerra aveva trasformato la sua casa in una base e un punto di riferimento per la resistenza bengalese. Se la conseguenza di ciò è stata ribaltare una serie di stereotipi, sono felice. Ostinarsi a rappresentare le donne del Bangladesh solo come vittime passive dei matrimoni combinati, dimenticare l'attitudine bengalese a partecipare attivamente alla vita pubblica, le nostre tradizioni e la nostra cultura, dare a intendere che la salvezza arriva sempre da Occidente vuol dire strumentalizzare disonestamente i fatti. A chi giova?
In questo romanzo si parla anche dei bihari. Il termine però viene usato una volta soltanto
Non sono entrata nei dettagli perché ho cercato di lasciare il dibattito politico sullo sfondo, dando preminenza alle emozioni di Rehana. Lei, in fondo, è una bihari. È vedova di un bengalese ma è urdofona, le sue sorelle vivono in Pakistan e, se non fosse per i figli, forse, sarebbe rimasta estranea al movimento indipendentista.
Invece...
Non può fare a meno di schierarsi. E lo fa nel modo che non ci si aspetterebbe da un'urdofona. Lei però è una donna che ha studiato. Possiede entrambi i registri linguistici e una capacità critica che alla maggior parte dei bihari mancava.
Cosa pensi della questione bihari?
È una tragedia immensa. Non è ammissibile che sia ancora in corso. È molto importante che se ne parli. È il principale strumento di pressione disponibile. Io cercherò di farlo in futuro, con i miei libri. Non mi soffermerò però solo su di loro. Ci sono molte altre minoranze, in Bangladesh, i cui diritti vengono sistematicamente calpestati. Penso alle prostitutte, ai tribali, ai fuoricasta... La narrativa non fa rivoluzioni ma riesce a creare empatia tra il personaggio e il lettore. E ciò può farne un'arma molto efficace nella lotta contro le discriminazioni, gli stereotipi e le ingiustizie sociali.
mercoledì 3 settembre 2008
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1 commenti:
Il tuo è un lavoro davvero interessante, ricco di soddisfazioni da ricercare, le interviste, quelle fatte sopratutto a personaggi di questo "spessore" contemporaneo, fanno parte delle cose che sono sicuro porterai con te per sempre...
Basta vedere la luce che traspare dalla copertina di Garzanti, per avere un idea del di dentro, non l'ho letto , ma immagino parole dolci accostate a tremende verità vissute.
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