mercoledì 3 settembre 2008

Un documentario sui bihari. Parla il regista Tanvir Mokammel

Tanvir Mokammel è uno dei più apprezzati e impegnati cineasti bengalesi ed è anche scrittore, poeta e insegnante di cinema. È stato presidente del Bangladesh Short Film Forum, che raccoglie e promuove le produzioni cinematografiche indipendenti e alternative. Il suo ultimo lavoro è The Promised Land, un documentario che racconta che la vicenda dei bihari ed è stato girato, in parte, proprio a Genéva Camp.

Perché un film sui bihari?
Per una questione di giustizia. Da tempo desideravo fare qualcosa per i bihari. La loro vicenda mi ha sempre colpito molto. Per la sua drammaticità e per la sua assurdità. Io credo nel cinema impegnato. Il mio obiettivo era cercare di «coscientizzare» non solo i governi coinvolti in questa vicenda, quelli del Pakistan e del Bangladesh, ma anche la comunità internazionale, le Ong, la gente comune, che magari aveva una conoscenza solo superficiale del problema.
Il film è stato preceduto da mesi e mesi di ricerche. Quali sono state le principali difficoltà nella sua realizzazione?
Era un soggetto estremamente delicato. I bihari, come è noto, contrastarono l'indipendenza del Bangladesh e si schierarono con l'esercito pakistano. I bengalesi non li amano. I miei amici non erano entusiasti all'idea che mi misurassi con questo tema. Dall'altra parte, io sono un bengalese ed è risaputo che sono stato e rimango un sostenitore del movimento indipendentista. Alcuni bihari non potevano fare a meno di guardarmi con sospetto. In diversi hanno ostacolato il mio lavoro. Mi auguro che adesso abbiano cambiato idea e si siano resi conto che anche un bengalese può avere uno sguardo obiettivo ed empatico su di loro. Un altro problema è stato che non ho potuto girare nulla in Pakistan. Le autorità non mi hanno rilasciato il visto di ingresso.
«The Promised Land» è recentemente passato all'International Short and Indipendent Film Festival di Dhaka. Come è stato accolto il film in Bangladesh?
Le reazioni sono state positive, sia da parte degli attivisti per i diritti umani, sia da parte dei media sia da parte della comunità dei bihari, e questa era la cosa più importante per me. Mi piacerebbe poter dire di avere suscitato anche l'interesse dei politici. Ma non nutro troppe speranze al riguardo. I politici hanno altre priorità.
Chi è responsabile di ciò che è accaduto ai bihari?
Le responsabilità maggiori sono sulle spalle di Muhammad Ali Jinnah, il fondatore del Pakistan, colui che esortò tutti i musulmani dell'India a trasferirsi in Pakistan. Non poteva esserci una richiesta più assurda! Questo stato ha dimostrato dall'inizio di essere un concetto artificale e quindi un fallimento. Karachi ha avuto inoltre la colpa immensa di avere strumentalizzato i bihari, prima e durante la guerra di liberazione del 1971, e successivamente di averli scaricati. Anche il governo bangladese, però, si è colpevolmente disinteressato delle sofferenze di questa comunità. Ma non possiamo neanche dimenticare i peccati di omissione della comunità internazionale.
Molti colpevoli, insomma. Ma che giustizia, che compensazione può esserci oggi per i bihari?
Non possiamo cambiare il passato, ma il futuro sì. Alle famiglie che sono state separate dovrebbe essere consentito di riunirsi in Pakistan, riconoscendo loro uno status legale certo. Mentre i bihari che lo desiderano dovrebbero avere finalmente la cittadinanza bangladese.

1 commenti:

cacioman ha detto...

Molte belle queste interviste. Mi piace sopratutto vedere come questi artisti vivano il loro ruolo in termini di ponte, di rinconciliazione, di promozione della conoscenza.
Da questa parte invece stiamo invece tutti dietro una qualche barricata. Per la cronaca oggi sull'autobus ho guardato con evidente diffidenza due ragazzi che leggevano a mezzavoce un corano corano tascabile (penso). Poi mi sono ricordato che sul tuo post avevi detto che e' iniziato il ramadam: mi sono un po' rassicurato. Alla fine fanno piu' paura due ragazzi troppo pii che dei tizi in incognito alla racicerca di "foto di stupri".