A proposito dell'accordo italo-libico di qualche settimana fa. Popoli di ottobre pubblica un articolo estremamente interessante e assai utile per capire il senso vero di questo patto. L'autore, Enrico Casale, è un amico e un giornalista bravissimo.
Libia-Italia
Sulla pelle dei migranti
Il Trattato firmato il 30 agosto prevede che il Paese maghrebino collabori nel contenimento dei flussi migratori provenienti dall'Africa subsahariana. Nessuna garanzia viene chiesta sul rispetto dei diritti umani, oggi ampiamente violati. I racconti di chi è finito nella rete dei trafficanti e ha «assaggiato» le carceri di Gheddafi
«Meno clandestini, più gas e più petrolio». Così il premier italiano Silvio Berlusconi ha sintetizzato l'accordo sottoscritto con il leader libico Muammar Gheddafi il 30 agosto a Bengasi. Un'intesa nella quale convergono interessi e istanze diverse di carattere storico (gli indennizzi per i danni inflitti dall'Italia durante il periodo coloniale), economico (lo sfruttamento delle risorse petrolifere), sociale (il contenimento dell'immigrazione irregolare che transita dalla Libia prima di approdare in Italia). Ed è proprio quest'ultimo punto a rappresentare l'anello debole dell'accordo perché il nostro Paese di fatto affida a Tripoli la gestione dell'immigrazione dall'Africa subsahariana, concedendo alla Libia tecnologie d'avanguardia per il controllo dei flussi migratori, e «delegandole» l'espulsione degli immigrati verso i Paesi d'origine. Tutto questo senza chiedere in cambio alcuna garanzia sul rispetto dei diritti fondamentali dei migranti.
Intese simili sono già state sottoscritte con altri Paesi, per esempio Albania e Tunisia. La Libia però è un caso a sé: da 39 anni è retta da una dittatura che non ha mai nascosto la sua «allergia» verso le pratiche democratiche e i diritti umani. «In Libia - denuncia Human Rights Watch, organizzazione internazionale che difende i diritti umani - sono comuni l'arresto e la tortura degli oppositori politici. Negli ultimi 18 mesi tre oppositori sono scomparsi e di loro non si sa più nulla». Ancora più dura la denuncia di Amnesty international, che critica proprio la gestione dei flussi migratori da parte libica: «Negli ultimi anni, le forze di polizia libiche hanno arrestato e rimpatriato decine di migliaia di stranieri accusati di essere entrati nel Paese in modo irregolare. Il governo non fa distinzioni tra semplici immigrati e rifugiati o richiedenti asilo. Desta particolare preoccupazione il caso degli eritrei fuggiti per paura delle persecuzioni politiche e rimpatriati da Tripoli».
Sono gli stessi immigrati a raccontare le vessazioni e le violenze subite in Libia, ma anche le complicità delle autorità libiche (che secondo l'intesa dovrebbero arrestare l'immigrazione illegale) nel traffico di esseri umani. Popoli ha raccolto alcune testimonianze di immigrati eritrei e somali riusciti ad arrivare in Italia dopo essere passati dalla Libia.
POLIZIOTTI COMPLICI
I trafficanti (perlopiù sudanesi o libici) sono bene organizzati e armati ma, soprattutto, non hanno scrupoli. Per loro gli immigrati sono merce da comprare, vendere e sfruttare. Per massimizzare i profitti razionano il cibo e l'acqua lasciando gli immigrati senza bere né mangiare per giorni. «Ai passeurs - osserva Abdulaziz Ali Hassan, somalo - non importa che tu viva o muoia, a loro interessa solo guadagnare. Noi abbiamo attraversato il deserto del Sahara senza acqua. Per non morire disidratati bevevamo le nostre urine. Le vittime principali dei trafficanti sono le donne. Quando ci accampavamo nel deserto, lasciavano scendere il buio e aspettavano che tutti si addormentassero. Poi andavano dalle ragazze sole, sotto la minaccia delle armi le portavano lontano e le violentavano».
Le violenze sulle donne sono solo un aspetto del disprezzo che molti libici provano nei confronti delle popolazioni dell'Africa subsahariana, un disprezzo che assume i contorni di un autentico razzismo. Per gli immigrati è impossibile farsi vedere di giorno nelle città. I libici, uomini, donne, ma anche i ragazzi, quando li vedono li denunciano o addirittura li percuotono e li derubano di tutto. Non hanno riguardo neppure verso i confratelli musulmani somali. «I libici disprezzano la gente di colore - spiega Abdulaziz Ali Hassan -. Se possono ti aggrediscono per strada. E la polizia non fa nulla per difenderti. Anzi, spesso, partecipa ai pestaggi». Qualche immigrato reagisce, ma ha quasi sempre la peggio. «La cosa che ti impressiona - ricorda Kaleb Hagos, eritreo - è la furia con la quale le bande di ragazzini aggrediscono noi immigrati. Ti perquisiscono come se fossero poliziotti e, se non hai nulla, ti malmenano».
Per le forze dell'ordine l'immigrazione è un affare lucroso come per i trafficanti. E infatti lo gestiscono insieme spartendosi i proventi. A testimoniarlo sono molti immigrati. La storia di Hassan Mohammed Hassan, somalo, è significativa. Arrivato in Libia dopo aver attraversato Kenya e Sudan, viene portato insieme ai compagni di viaggio in un campo di concentramento nel deserto. Qui i trafficanti li riuniscono e dicono loro che li rilasceranno solo dietro il pagamento di 500 dollari a testa. Hassan non ha denaro. I passeurs lo obbligano a lavorare nei loro campi. «I poliziotti sanno tutto - rivela - e sono complici dei trafficanti. Da loro prendono cospicue "mazzette" e li lasciano fare. Nei mesi in cui sono stato detenuto in quel campo spesso ho visto ufficiali della polizia venire a ritirare le buste con i soldi. Alcuni di loro erano addirittura in divisa».
Lungo il tragitto dalla frontiera con il Sudan fino a Tripoli o a Bengasi (dove si imbarcano per l'Italia), gli immigrati vengono venduti più volte da un gruppo di trafficanti a un altro. Anche in questo caso i poliziotti pretendono la loro parte. «Io sono stato venduto tre volte - ricorda Iyob Sennay, eritreo - prima dai passeurs sudanesi a quelli libici, poi ad un altro gruppo di libici. Questi, invece di portarci a Tripoli, ci hanno condotto a Bengasi. Erano d'accordo con la polizia. Infatti una volta in città ci hanno abbandonati in mezzo a una strada e, poco dopo, sono arrivati alcuni agenti. L'assurdo è che, invece di arrestarci, ci hanno rubato soldi, catenine, orologi, anelli e sono scappati».
LE PRIGIONI DI GHEDDAFI
Non solo negli accampamenti gestiti dai trafficanti, ma anche nelle carceri libiche la violenza è una dura costante che accompagna gli immigrati. «I secondini non hanno pietà - spiega Abdullahi Ahmed, somalo -, per loro ogni scusa è buona per picchiarci sia a mani nude sia con i manganelli». Contro di lui gli agenti libici si sono accaniti. Forse perché è più debole di altri. Le percosse gli hanno inferto ferite profonde, delle quali porta ancora vistose cicatrici. I colpi alla testa gli hanno invece procurato danni neurologici tali per cui spesso non riesce a seguire i discorsi degli interlocutori. Ma non è l'unico ad aver subito le percosse. «Se tenti di fuggire senza pagare i secondini e ti riprendono - gli fa eco Kaleb Hagos -, la reazione della polizia è dura. Alcuni compagni che sono stati ripresi dopo una fuga, sono stati picchiati in modo così violento che per un mese non sono riusciti a mangiare da soli e dovevano essere imboccati dagli amici».
Anche il cibo è un problema. In alcune carceri viene dato un solo pasto al giorno. «Il "menù" - ricorda ancora Abdullahi Ahmed - è sempre lo stesso: pane e fagioli. Il vero problema è che se non finivamo la nostra razione in dieci secondi ci veniva tolto il cibo e venivamo picchiati selvaggiamente. Spesso riuscivamo a mangiare soltanto due bocconi».
Per assurdo, fuggire non è difficile. Le guardie si fanno corrompere facilmente. Addirittura lasciano che gli immigrati utilizzino i cellulari per contattare le famiglie o gli amici in modo che queste spediscano il denaro per farli scappare. A volte, sono gli stessi direttori delle prigioni a trattare i compensi per la fuga. «Spesso - racconta Abdullahi - il trattamento duro esaspera i detenuti i quali minacciano di ribellarsi. I direttori, temendo le rivolte, prendono contatto con i leader dei carcerati promettendo loro che dietro il pagamento di somme tra i 500 e i 900 dollari a detenuto, si impegnano a diminuire i controlli favorendo le fughe collettive. I detenuti quasi sempre riescono a raccogliere il denaro telefonando a parenti o conoscenti fuori dalla prigione».
Chi non ha i soldi e non riesce a fuggire viene rimpatriato. La Libia non si cura del fatto che gli Stati d'origine tutelino o meno i diritti umani, siano o meno in guerra. Così molti eritrei sono stati costretti a rientrare in patria dove li aspettavano torture e, per alcuni, la pena capitale. Anche molti somali sono stati espulsi e costretti a ritornare in un Paese da diciassette anni in preda a una sanguinosa guerra tra i clan.
Per evitare rivolte, i libici, mentendo, dicono agli immigrati che verranno portati in Italia. «A luglio - ricorda Tesfay Gebrenegus, eritreo - mio fratello mi ha telefonato dal carcere di Tripoli dicendomi che i libici gli avevano assicurato che l'Italia era disposta ad accogliere 200 immigrati e che quindi il giorno successivo sarebbero stati imbarcati su un aereo diretto a Roma. Ci siamo informati e abbiamo capito che era una menzogna: l'Italia non aveva dato e non aveva intenzione di dare alcun permesso all'ingresso di immigrati. I libici volevano farli salire su un aereo, ma per rispedirli ad Asmara e rimpatriarli, senza farglielo capire».
L'INTESA
Infrastrutture, petrolio e immigrazione
Il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato a Bengasi il 30 agosto dal premier italiano Silvio Berlusconi e dal leader libico Muammar Gheddafi è un'intesa che ha tre obiettivi: chiudere il contenzioso coloniale tra i due Paesi (senza però risolvere il problema dei risarcimenti agli italiani espulsi dalla Libia nel 1970), creare i presupposti per una collaborazione in campo energetico, attuare gli accordi siglati in passato per contenere l'immigrazione clandestina. L'Italia investirà 5 miliardi di dollari in 25 anni in infrastrutture. In particolare, nella realizzazione di un'autostrada costiera dalla frontiera con la Tunisia a quella con l'Egitto, nella costruzione di abitazioni, nella creazione di borse di studio per studenti libici e nell'erogazione di pensioni di invalidità per i mutilati dalle mine seminate dall'esercito italiano durante la seconda guerra mondiale. La Libia intensificherà la lotta all'immigrazione clandestina attuando l'accordo siglato il 29 dicembre 2007 dal governo Prodi (e al quale avevano lavorato i governi Dini e D'Alema) che prevede il pattugliamento congiunto delle coste libiche e la fornitura di attrezzature e mezzi per controllare i flussi degli immigrati. La Libia poi ha accettato l'Italia come partner di riferimento nello sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio. I principali beneficiari, a livello commerciale, saranno imprese italiane. In prima fila i grandi gruppi statali Finmeccanica ed Eni.
I RIFUGIATI
«Un regalo al dittatore Gheddafi»
Mussie Zerai Yosief, presidente dell'Agenzia Habeshia, associazione per i rifugiati etiopi ed eritrei, come giudica l'intesa tra Italia e Libia?
Il trattato non è un risarcimento per i danni del periodo coloniale. Se lo fosse stato, avrebbe dovuto essere preceduto in Italia da un dibattito sul piano storico. Dibattito che non si è tenuto. Tra l'altro, questo risarcimento avrebbe dovuto essere fatto ai libici, non a un dittatore che da 40 anni governa senza rispettare i più elementari principi democratici. Penso invece che la Libia in futuro si trasformerà in una miniera d'oro per le aziende occidentali e che l'Italia abbia voluto accaparrarsi una parte degli affari. E non sto parlando solo del mercato degli idrocarburi, ma anche degli appalti che Tripoli bandirà per creare nuove infrastrutture. Pur di non perdere questo treno l'Italia ha regalato cinque miliardi di dollari a Muammar Gheddafi e anche un ampio riconoscimento internazionale.
Come vengono trattati i migranti in Libia?
I libici trattano malissimo i migranti i quali subiscono continue vessazioni, ricatti. Tra poliziotti e trafficanti poi c'è complicità. È come se si passassero i «clienti»: i trafficanti fanno in modo di «spremere» il più possibile i migranti e poi li fanno arrestare. I poliziotti cercano di guadagnarci a loro volta e poi li scarcerano, gettandoli ancora nelle mani dei trafficanti.
Quale futuro attende i migranti in arrivo dal Corno d'Africa?
Intanto va detto che dopo la firma degli accordi gli sbarchi non si sono arrestati. In secondo luogo, Gheddafi, subito dopo la firma, ha giocato su alcuni dettagli dell'intesa (l'eventuale patto di non aggressione Libia-Italia) per mettere in difficoltà Roma e alzare la posta chiedendo altre contropartite. Quindi non è detto che l'intesa verrà applicata integralmente. Chi ci rimetterà saranno certamente gli immigrati. Alcuni cercheranno di cambiare strada, passando da Egitto e Israele, come in parte stanno già facendo. Altri continueranno a transitare dalla Libia, subendo discriminazioni e violazioni.
IL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI
Craxi: «Un accordo di portata storica»
Sul trattato di cooperazione Italia-Libia abbiamo intervistato Stefania Craxi, sottosegretario agli Esteri con delega al Nord Africa. Avremmo voluto proporvi anche il parere di un esponente dell'opposizione. Per questo motivo abbiamo contattato Piero Fassino, ministro degli Esteri del governo ombra. Per diversi giorni ci è stata promessa dal suo staff e da lui stesso un'intervista che però non ci è mai stata concessa.
On. Craxi come giudica il Trattato siglato da Italia e Libia?
Il mio giudizio è positivo perché credo che sia una svolta nei rapporti fra i due Paesi. Penso che abbia ragione il premier Silvio Berlusconi quando dice che si è trattato di una firma storica. Con questo Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione si chiude finalmente l'ostico e decennale contenzioso sul passato coloniale e si apre una nuova fase di relazioni tra l'Italia e la Libia. I due Paesi hanno deciso di cooperare a favore della pace, della sicurezza e della stabilità nella regione del Mediterraneo.
Nell'accordo si prevede che la Libia collabori con l'Italia nel contenimento dell'immigrazione irregolare. Crede che, sotto il profilo dei diritti umani, la Libia sia un partner affidabile?
Intanto va detto che l'accordo sull'immigrazione esisteva già, ma la Libia non l'aveva mai attuato. Tanto che negli ultimi mesi gli sbarchi sulle coste italiane sono aumentati: a luglio e agosto sono arrivate a Lampedusa tremila persone, nei primi sette mesi dell'anno 12.500. La Libia è affidabile? Credo che l'unico modo per far sì che Tripoli rispetti i diritti degli immigrati, sia una collaborazione: con la Libia dobbiamo continuamente dialogare e scambiare le nostre esperienze.
Che cosa ne sarà delle persone che arrivano in Libia fuggendo da guerre e da Paesi non democratici?
L'unica possibilità è lavorare affinché l'immigrazione non sia più un assalto di disperati all'Europa, ma un'opportunità per i Paesi di partenza e per quelli di arrivo. Per far questo bisogna impegnarsi molto sui temi della formazione e dello sviluppo in loco. Detto questo non possiamo dimenticare che anche l'Italia avrà sempre bisogno degli immigrati, che quindi continueranno ad arrivare. Ma saranno lavoratori formati e qualificati che aiuteranno il nostro Paese a svilupparsi.
Quali strumenti ha l'Italia per costringere la Libia a rispettare l'accordo?
Il Trattato è molto complesso e fa sì che l'Italia diventi il partner commerciale di riferimento della Libia. Non solo, ma nell'accordo l'Italia riconosce alla Libia un indennizzo per i danni subiti nel periodo coloniale. Tripoli ha quindi l'interesse a far sì che l'intesa sia rispettata in ogni suo punto.


1 commenti:
importanti questi articoli che vanno sui fatti e superano la cortina di consenso mediatico.
Bella figura che fa il bobone craxi!
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