domenica 28 dicembre 2008

Elezioni in Bangladesh. Cambiare tutto per non cambiare nulla

Lo stato di emergenza è stato revocato dieci giorni fa e domani il Bangladesh va alle urne. Per la prima volta a votare dovrebbero esserci gruppi sociali considerati di serie "b" o "c" come i bihari (ma non tutti), gli hira (cioè gli eunuchi), gli zingari di fiume, i tribali neo censiti (ma ai partiti dei tribali è stato accuratamente impedito di presentarsi). Scrivo al condizionale perché, come era largamente prevedibile, nella procedura di assegnazione dei certificati elettorali sono stati registrati infiniti pasticci. C'è gente che è stata censita tre volte e gente che continua a non avere documenti.
Ma su questo sorvolerei. La cosa davvero pazzesca è che dopo due anni di governo provvisorio, sospensione dei diritti civili, lotta alla corruzione, arresti eccellenti e colpi di scena, si è tornati esattamente al punto da cui si era partiti. A palleggiarsi il potere saranno ancora una volta Khaleda Zia, primo ministro nell'ultimo governo pre-emergenza e leader del BNP (nonché vedova del generale Zia ur-Rahman, che fu presidente dal 1977 al 1981 e che trasformò il Bangladesh in una republica islamica), e Hasina Wajed, in passato due volte primo ministro e leader della Lega Awami (nonché figlia del leader dell'indipendenza bangladese Sheikh Mujibur Rahman). Le due signore, durante l'emergenza, hanno passato diversi mesi in prigione, accusate di corruzione, e poi sono state rilasciate da un giorno all'altro, senza che le accuse contro di loro fossero cadute. Il governo provvisorio ha dovuto avallare il loro rientro sulla scena politica perché in assenza di questo, in buona sostanza, nessun partito si sarebbe presentato alle elezioni. Alla fine, nessuna vera pulizia è stata fatta in Bangladesh e, sia che vinca Hasina, sia che vinca Khaleda, la politica continuerà a essere un trastullo di casta alta, lontano, lontanissimo dal popolo minuto.
I due anni di governo provvisorio sono serviti solo a regolare alcuni conti personali e a operare una serie di privatizzazioni gradite agli Stati Uniti, a mettere il bavaglio alla stampa e (questo è l'unico dato positivo) a stimolare la crescita di interessantissimi e fortemente osteggiati blog di informazione e di denuncia.

1 commenti:

stef. ha detto...

un amico bangladese mi ha appena spiegato che il termine bihari è dispregiativo e non andrebbe usato. L'espressione più giusta anche se un po' più complessa è "urdu speaking people".