
Alias (l'allegato culturale del Manifesto) pubblica oggi un mio articolo sui correptive rapes, gli stupri educativi (l'ossimoro è inevitabile) inferti alle lesbiche, in SudAfrica, per riportarle sulla buona strada. Parlo di questa cosa con Zanele Muholi, una fotografa lesbica originaria del Kwa-Zulu. Sue sono le foto che illustrano il pezzo (alcune le ho postate).
Di seguito il testo dell'articolo e l'intervista a Zanele.
«Dura 14 minuti ed è un concentrato di sorprese, scossoni, poesia. Parliamo di Enraged by a picture, il cortometraggio in cui Zanele Muholi, fotografa sudafricana emergente, racconta le reazioni della gente davanti agli scatti che componevano la sua prima personale. Era il 2004, e alla Johannesburg Art Gallery Zanele portava Visual Sexuality: only half the picture, una mostra che raccontava senza filtri e pruderie la quotidianità delle lesbiche sudafricane, una realtà fatta di tenerezza, ma anche (come è naturale) di sesso, corpo, dolore, piacere. In Sudafrica non si era mai visto niente di simile. La Costituzione sudafricana è una delle più avanzate e progressiste del mondo (stabilisce l’assoluta uguaglianza tra i cittadini, a prescindere dall’orientamento sessuale, il colore della pelle o l’appartenenza religiosa; il Sudafrica è inoltre il primo e unico stato africano ad avere autorizzato i matrimoni gay) ma la mentalità dominante ha un passo completamente diverso. Molti, tra il pubblico, reagirono con irritazione e disagio. Alcuni liquidarono le immagini come provocatorie espressioni d’arte, decidendo di ignorarne la natura reportagista e di denuncia. Colpita da queste risposte Zanele decise di raccontarle in un documentario. Enraged by a picture (cioè infuriati da un’immagine) ha girato, dal 2005 a ora, diversi festival. Tra il 19 e il 22 giugno di quest’anno tornerà a essere visibile a Cincinnati, alla conferenza annuale della National Women’s Studies Association, appuntamento importante per il femminismo made in Usa.
Zanele è un’artista e un’attivista lesbica. Ha cominciato a fotografare professionalmente nel 2000, concentrandosi sulla sua comunità. «Era arrivata l’ora di autorappresentarci. Eravamo tante ma quasi invisibili. Non volevo che a parlare di noi fossero gli altri. Bisognava fare qualcosa prima che fosse troppo tardi». Zanele si è messa a fare: con metodo, sistematicità e sfruttando le potenzialità di chi guarda dall’interno.
Recentemente alcune sue immagini (selezionate, va detto, tra le più soft) sono state esposte al Palazzo delle Papesse di Siena, in occasione della collettiva .Za, giovane arte del Sudafrica. A “raccomandarla” (la selezione dei giovani artisti era stata affidata a cinque curatori-artisti sudafricani di fama) è stata Sue Williamson. Williamson ha apprezzato il contributo di Zanele «alla stesura di una storia del’omosessualità in Africa più democratica e rappresentativa», la sua volontà di «rendere pubblica l’immagine della comunità lesbica di colore, che è non solo avversata dal pregiudizio ma anche minacciata fisicamente da uomini che nelle lesbiche vedono un ostacolo alla loro mascolinità». Minacciata fisicamente, nel caso specifico, vuol dire esposta alla pratica dei cosiddetti correptive rape, gli stupri rieducativi, che a volte culminano con l’uccisione della vittima (per la serie colpirne una per educarne cento). Non esiste un conteggio ufficiale per sapere quanti siano. In Sudafrica, però, secondo le statistiche, ci sono in media tre stupri al minuto. Vuol dire più di 180 all’ora. Almeno uno su dieci dovrebbe rientrare nella categoria correptive rape. Un recente rapporto della Commissione Sudafricana per i Diritti Umani ha evidenziato che la violenza contro le lesbiche è estremamente diffusa anche nelle scuole, tra adolescenti. «La stigmatizzazione delle lesbiche di colore, nella maggior parte dei casi, nasce dal fatto che l’omosessualità viene percepita come un fenomeno non africano», spiega Zanele. «Che una donna abbia tanti bambini e procrei accanto a un uomo cui spetta il ruolo di capofamiglia è considerato parte della nostra tradizione. Dal momento che non ci conformiamo a questo modello, veniamo percepite come identità deviate, che necessitano di un abuso sessuale di tipo curativo per tornare sulla buona strada e convertirci in donne vere: femmine, madri e mogli».
A rendere ancora più sconcertante e paradossale questo quadro è dunque il fatto che la maggior parte degli stupratori ritiene di stare agendo per il bene delle donne deviate e della società. Come dimostra, per esempio, la vicenda recente della 18enne Linda Masondo, che vive in una township (Nispruit) nella provincia di Mpumalanga. I fatti risalgono allo scorso 23 febbraio. Erano all’incirca le tre di notte e Linda, 18 anni, stava dormendo nella sua casa. Viene svegliata da alcune voci dall’esterno, voci maschili che gridano il suo nome. Linda intuisce cosa sta accadendo, ma non fa in tempo a chiedere aiuto. La porta si apre e nella stanza irrompono due uomini: uno si allontana quasi subito, l’altro, armato di coltello, le ordina di vestirsi e seguirlo. La trascina fino a un corso d’acqua poco distante e le spiega che è venuto a darle il buongiorno e a farle capire che lei, Linda Masondo, non è il maschio che crede di essere. Quindi la violenta, la violenta e la violenta ancora. Lei grida ma nessuno sente o vuole sentire. A stupro conlcuso, l’uomo la invita a seguirlo a casa sua: per dargli degli abiti femminili (più adatti quindi al suo nuovo stato) da indossare. Ma Linda non accetta la generosa profferta. Torna alla township. Chiama una zia, le spiega cosa è accaduto e si fa accompagnare in ospedale, dove riceve assistenza fisica e psicologica e le viene data la pillola del giorno dopo. Quindi si rivolge a un’associazione che supporta le donne vittime di violenza e denuncia l’accaduto. La polizia avrebbe già individuato il principale responsabile dello stupro e il suo complice. La vicenda di Linda è esemplare ma, al tempo stesso, eccezionale: perché è stata seguita da una denuncia e da un’indagine che dovrebbe portare a un processo (mentre scriviamo, c’è già stata la prima udienza). Altre donne, nelle sue condizioni, avrebbero taciuto: per vergogna, solitudine, sfiducia nei confronti delle forze dell’ordine. Se questo non è accaduto, il merito va in parte alle associazioni che si stanno battendo per supportare le vittime e cambiare la mentalità.
Zanele fa parte del Forum for the Empowerment of Women, un’organizzazione che negli ultimi anni ha lanciato diverse campagne. La principale è, probabilmente, Rose Has Thorns, le rose hanno le spine, che risale al 2003 e si rivolge espressamente alle donne delle township. «Essere lesbiche in Sudafrica è sempre pericoloso, ma ovviamente lo è molto di più se sei povera, poco istruita e non hai una famiglia o una rete amicale su cui contare. I principali nemici di molte lesbiche sono spesso le donne delle loro stesse famiglie».
Nella lotta contro i correptive rape, l’intolleranza e l’ignoranza, Zanele non è l’unica intellettuale. Ce ne sono molte altre. Una è la regista Lovinsa Kwavuma, ugandese di nascita ma sudafricana d’adozione, sulle storie di lesbiche correttivamente stuprate ha realizzato un documentario. Si intitola Raped for who I am, è passato attraverso vari festival ed scaricabile su You Tube.
INTERVISTA
Zanele Muholi è al momento impegnata in un master in Documentary Media Studies alla Ryerson University di Toronto. Finirà nel 2009. Per quella data conta di rientrare in SudAfrica e continuare la sua mappatura di vite queer. Lesbiche ma non solo. Tra i suoi lavori più recenti e più apprezzati c’è, infatti, la serie di immagini dedicata alla camaleontica drag queen Miss D’vine.
Quando hai capito che la fotografia era la tua vocazione?
Ancora a metà degli anni ’90 facevo foto sostanzialmente per piacere mio. E’ stato solo dopo il 2000 che ho iniziato a impegnarmi in modo serio e sistematico in modo da trasformare questo interesse nel mio lavoro, spinta anche dal fatto che mi ero resa conto che nel Kwa-Zulu, la regione da cui provengo, solo gli uomini facevano i fotografi.
Hai cominciato quasi subito a raccontare, con la tua macchina fotografica, la vita quotidiana delle lesbiche, che poi è anche la tua vita. Perché?
Perché riguardo a noi c’era un vuoto oggettivo, una visibile mancanza di storie e testimonianze. Tutto questo mi preoccupava. Qualcuno, dall’interno della comunità, doveva assumersi la responsabilità di documentare, prima che lo facessero altri, estranei, trasformando le nostre vite in oggetti di ricerca e scomponendole in dati statistici e numeri. E’ una cosa che succede spesso alle minoranze: arriva qualcuno da fuori a spiegare loro chi sono. Non volevo che succedesse anche a noi.
La comunità queer sudafricana, sulla carta, si trova in una posizione di privilegio. Potete sposarvi, adottare bambini, anche la Costituzione riconosce i vostri diritti.
E’ vero. La Costituzione sudafricana è una delle più avanzate del mondo e questo è positivo, ma non è sufficiente. Purtroppo la carta è una cosa, la realtà è un’altra. Anche perché la situazione di lesbiche, omosessuali e via discorrendo non rappresenta certo una priorità del governo. Bisogna lavorare sulla cultura, sulle mentalità, sui valori personali. La violenza xenofoba di questi ultimi giorni ha reso più che mai evidente la necessità di lavorare sul piano culturale.
Quali difficoltà hai incontrato nel tuo lavoro?
All’interno della comunità lesbica nessuno. Probabilmente perché ho fatto precedere tutti i miei scatti da una lunga fase di ricerca, durante la quale spiegavo bene quali erano i miei obiettivi e le mie preoccupazioni, e il senso politico delle fotografie che mi accingevo a fare. E poi, ovviamente, perché ero contemporaneamente soggetto ed oggetto del lavoro. E questo le altre lesbiche lo coglievano.
Il pubblico invece spesso non ha gradito. Ovviamente non mi riferisco alle scelte stilistiche ma agli argomenti. Le lesbiche nere rappresentano un tema ancora molto disturbante, anche negli ambienti intellettuali, a riprova di quanta strada ci sia ancora da fare.


























