sabato 31 maggio 2008

Stupri correttivi in Sudafrica. Le parole e le immagini di una fotografa lesbica



Alias (l'allegato culturale del Manifesto) pubblica oggi un mio articolo sui correptive rapes, gli stupri educativi (l'ossimoro è inevitabile) inferti alle lesbiche, in SudAfrica, per riportarle sulla buona strada. Parlo di questa cosa con Zanele Muholi, una fotografa lesbica originaria del Kwa-Zulu. Sue sono le foto che illustrano il pezzo (alcune le ho postate).
Di seguito il testo dell'articolo e l'intervista a Zanele.
«Dura 14 minuti ed è un concentrato di sorprese, scossoni, poesia. Parliamo di Enraged by a picture, il cortometraggio in cui Zanele Muholi, fotografa sudafricana emergente, racconta le reazioni della gente davanti agli scatti che componevano la sua prima personale. Era il 2004, e alla Johannesburg Art Gallery Zanele portava Visual Sexuality: only half the picture, una mostra che raccontava senza filtri e pruderie la quotidianità delle lesbiche sudafricane, una realtà fatta di tenerezza, ma anche (come è naturale) di sesso, corpo, dolore, piacere. In Sudafrica non si era mai visto niente di simile. La Costituzione sudafricana è una delle più avanzate e progressiste del mondo (stabilisce l’assoluta uguaglianza tra i cittadini, a prescindere dall’orientamento sessuale, il colore della pelle o l’appartenenza religiosa; il Sudafrica è inoltre il primo e unico stato africano ad avere autorizzato i matrimoni gay) ma la mentalità dominante ha un passo completamente diverso. Molti, tra il pubblico, reagirono con irritazione e disagio. Alcuni liquidarono le immagini come provocatorie espressioni d’arte, decidendo di ignorarne la natura reportagista e di denuncia. Colpita da queste risposte Zanele decise di raccontarle in un documentario. Enraged by a picture (cioè infuriati da un’immagine) ha girato, dal 2005 a ora, diversi festival. Tra il 19 e il 22 giugno di quest’anno tornerà a essere visibile a Cincinnati, alla conferenza annuale della National Women’s Studies Association, appuntamento importante per il femminismo made in Usa.
Zanele è un’artista e un’attivista lesbica. Ha cominciato a fotografare professionalmente nel 2000, concentrandosi sulla sua comunità. «Era arrivata l’ora di autorappresentarci. Eravamo tante ma quasi invisibili. Non volevo che a parlare di noi fossero gli altri. Bisognava fare qualcosa prima che fosse troppo tardi». Zanele si è messa a fare: con metodo, sistematicità e sfruttando le potenzialità di chi guarda dall’interno.
Recentemente alcune sue immagini (selezionate, va detto, tra le più soft) sono state esposte al Palazzo delle Papesse di Siena, in occasione della collettiva .Za, giovane arte del Sudafrica. A “raccomandarla” (la selezione dei giovani artisti era stata affidata a cinque curatori-artisti sudafricani di fama) è stata Sue Williamson. Williamson ha apprezzato il contributo di Zanele «alla stesura di una storia del’omosessualità in Africa più democratica e rappresentativa», la sua volontà di «rendere pubblica l’immagine della comunità lesbica di colore, che è non solo avversata dal pregiudizio ma anche minacciata fisicamente da uomini che nelle lesbiche vedono un ostacolo alla loro mascolinità». Minacciata fisicamente, nel caso specifico, vuol dire esposta alla pratica dei cosiddetti correptive rape, gli stupri rieducativi, che a volte culminano con l’uccisione della vittima (per la serie colpirne una per educarne cento). Non esiste un conteggio ufficiale per sapere quanti siano. In Sudafrica, però, secondo le statistiche, ci sono in media tre stupri al minuto. Vuol dire più di 180 all’ora. Almeno uno su dieci dovrebbe rientrare nella categoria correptive rape. Un recente rapporto della Commissione Sudafricana per i Diritti Umani ha evidenziato che la violenza contro le lesbiche è estremamente diffusa anche nelle scuole, tra adolescenti. «La stigmatizzazione delle lesbiche di colore, nella maggior parte dei casi, nasce dal fatto che l’omosessualità viene percepita come un fenomeno non africano», spiega Zanele. «Che una donna abbia tanti bambini e procrei accanto a un uomo cui spetta il ruolo di capofamiglia è considerato parte della nostra tradizione. Dal momento che non ci conformiamo a questo modello, veniamo percepite come identità deviate, che necessitano di un abuso sessuale di tipo curativo per tornare sulla buona strada e convertirci in donne vere: femmine, madri e mogli».

A rendere ancora più sconcertante e paradossale questo quadro è dunque il fatto che la maggior parte degli stupratori ritiene di stare agendo per il bene delle donne deviate e della società. Come dimostra, per esempio, la vicenda recente della 18enne Linda Masondo, che vive in una township (Nispruit) nella provincia di Mpumalanga. I fatti risalgono allo scorso 23 febbraio. Erano all’incirca le tre di notte e Linda, 18 anni, stava dormendo nella sua casa. Viene svegliata da alcune voci dall’esterno, voci maschili che gridano il suo nome. Linda intuisce cosa sta accadendo, ma non fa in tempo a chiedere aiuto. La porta si apre e nella stanza irrompono due uomini: uno si allontana quasi subito, l’altro, armato di coltello, le ordina di vestirsi e seguirlo. La trascina fino a un corso d’acqua poco distante e le spiega che è venuto a darle il buongiorno e a farle capire che lei, Linda Masondo, non è il maschio che crede di essere. Quindi la violenta, la violenta e la violenta ancora. Lei grida ma nessuno sente o vuole sentire. A stupro conlcuso, l’uomo la invita a seguirlo a casa sua: per dargli degli abiti femminili (più adatti quindi al suo nuovo stato) da indossare. Ma Linda non accetta la generosa profferta. Torna alla township. Chiama una zia, le spiega cosa è accaduto e si fa accompagnare in ospedale, dove riceve assistenza fisica e psicologica e le viene data la pillola del giorno dopo. Quindi si rivolge a un’associazione che supporta le donne vittime di violenza e denuncia l’accaduto. La polizia avrebbe già individuato il principale responsabile dello stupro e il suo complice. La vicenda di Linda è esemplare ma, al tempo stesso, eccezionale: perché è stata seguita da una denuncia e da un’indagine che dovrebbe portare a un processo (mentre scriviamo, c’è già stata la prima udienza). Altre donne, nelle sue condizioni, avrebbero taciuto: per vergogna, solitudine, sfiducia nei confronti delle forze dell’ordine. Se questo non è accaduto, il merito va in parte alle associazioni che si stanno battendo per supportare le vittime e cambiare la mentalità.
Zanele fa parte del Forum for the Empowerment of Women, un’organizzazione che negli ultimi anni ha lanciato diverse campagne. La principale è, probabilmente, Rose Has Thorns, le rose hanno le spine, che risale al 2003 e si rivolge espressamente alle donne delle township. «Essere lesbiche in Sudafrica è sempre pericoloso, ma ovviamente lo è molto di più se sei povera, poco istruita e non hai una famiglia o una rete amicale su cui contare. I principali nemici di molte lesbiche sono spesso le donne delle loro stesse famiglie».


Nella lotta contro i correptive rape, l’intolleranza e l’ignoranza, Zanele non è l’unica intellettuale. Ce ne sono molte altre. Una è la regista Lovinsa Kwavuma, ugandese di nascita ma sudafricana d’adozione, sulle storie di lesbiche correttivamente stuprate ha realizzato un documentario. Si intitola Raped for who I am, è passato attraverso vari festival ed scaricabile su You Tube.

INTERVISTA
Zanele Muholi è al momento impegnata in un master in Documentary Media Studies alla Ryerson University di Toronto. Finirà nel 2009. Per quella data conta di rientrare in SudAfrica e continuare la sua mappatura di vite queer. Lesbiche ma non solo. Tra i suoi lavori più recenti e più apprezzati c’è, infatti, la serie di immagini dedicata alla camaleontica drag queen Miss D’vine.

Quando hai capito che la fotografia era la tua vocazione?
Ancora a metà degli anni ’90 facevo foto sostanzialmente per piacere mio. E’ stato solo dopo il 2000 che ho iniziato a impegnarmi in modo serio e sistematico in modo da trasformare questo interesse nel mio lavoro, spinta anche dal fatto che mi ero resa conto che nel Kwa-Zulu, la regione da cui provengo, solo gli uomini facevano i fotografi.

Hai cominciato quasi subito a raccontare, con la tua macchina fotografica, la vita quotidiana delle lesbiche, che poi è anche la tua vita. Perché?

Perché riguardo a noi c’era un vuoto oggettivo, una visibile mancanza di storie e testimonianze. Tutto questo mi preoccupava. Qualcuno, dall’interno della comunità, doveva assumersi la responsabilità di documentare, prima che lo facessero altri, estranei, trasformando le nostre vite in oggetti di ricerca e scomponendole in dati statistici e numeri. E’ una cosa che succede spesso alle minoranze: arriva qualcuno da fuori a spiegare loro chi sono. Non volevo che succedesse anche a noi.

La comunità queer sudafricana, sulla carta, si trova in una posizione di privilegio. Potete sposarvi, adottare bambini, anche la Costituzione riconosce i vostri diritti.
E’ vero. La Costituzione sudafricana è una delle più avanzate del mondo e questo è positivo, ma non è sufficiente. Purtroppo la carta è una cosa, la realtà è un’altra. Anche perché la situazione di lesbiche, omosessuali e via discorrendo non rappresenta certo una priorità del governo. Bisogna lavorare sulla cultura, sulle mentalità, sui valori personali. La violenza xenofoba di questi ultimi giorni ha reso più che mai evidente la necessità di lavorare sul piano culturale.

Quali difficoltà hai incontrato nel tuo lavoro?
All’interno della comunità lesbica nessuno. Probabilmente perché ho fatto precedere tutti i miei scatti da una lunga fase di ricerca, durante la quale spiegavo bene quali erano i miei obiettivi e le mie preoccupazioni, e il senso politico delle fotografie che mi accingevo a fare. E poi, ovviamente, perché ero contemporaneamente soggetto ed oggetto del lavoro. E questo le altre lesbiche lo coglievano.
Il pubblico invece spesso non ha gradito. Ovviamente non mi riferisco alle scelte stilistiche ma agli argomenti. Le lesbiche nere rappresentano un tema ancora molto disturbante, anche negli ambienti intellettuali, a riprova di quanta strada ci sia ancora da fare.

venerdì 30 maggio 2008

Il genocidio sconosciuto che è finito l'altro ieri

Mi riferisco a quello che è stato portato a termine, in Canada, a partire dagli anni '60 del secolo scorso, con la benedizione dello Stato e della Chiesa. Personalmente non ne sapevo nulla. Ma ieri ho letto un articolo interessantissimo sul Manifesto...

Lo sterminio dimenticato dei primi abitanti canadesi
Il governo canadese e la chiesa non sono mai usciti allo scoperto né ammesso quello che hanno fatto, con l'uccisione di milioni di persone «Unrepentant: Kevin Annett e il genocidio del Canada», un documentario di 105 minuti a firma di Louie Lawless, che racconta gli abusi avvenuti durante il dopoguerra nelle «scuole residenziali» su centinaia di migliaia di aborigeni
di Daniela Sanzone

Toronto - «È necessario che il mondo sappia quello che è successo». Con queste parole, pronunciate tra le lacrime da una nativa canadese, si apre Unrepentant: Kevin Annett e il genocidio del Canada, documentario di 105 minuti a firma di Louie Lawless, veterano di Hollywood e residente a Vancouver Island. Il documentario racconta i raccapriccianti abusi subiti dai nativi canadesi nella seconda metà del XX secolo, nelle cosiddette «scuole residenziali», dove in centinaia di migliaia di aborigeni sono stati rinchiusi, dopo essere stati rapiti alle famiglie, e costretti a parlare solo inglese, a dimenticare la propria cultura e a professare la religione cristiana e cattolica. Qui avrebbero subito violenze fisiche e sessuali, elettroshock, sterilizzazioni e, in molti casi, la morte.
È stato il regista a contattare Kevin Annett, con cui ha scritto e prodotto il documentario. Insieme hanno poi deciso che Annett avrebbe fatto parte integrante del film, per fare identificare meglio i canadesi. Si tratta di un documentario low budget, dal costo inferiore ai 2000 dollari, ricchissimo di testimonianze, realizzato in un anno e mezzo con montaggio al computer. Racconta la storia di Kevin Annett, cacciato dalla United Church di cui era ministro e lasciato dalla moglie dopo aver perso il lavoro, per aver sostenuto la causa degli indiani nativi del Canada. L'ex reverendo, autore del libro Hidden from History: The Canadian Holocaust (Nascosto dalla storia: l'olocausto canadese) e diversi sopravvissuti tra i nativi, raccontano gli abusi subiti fino alla chiusura di queste scuole, cominciata nel 1969 e finita solo all'inizio degli anni Novanta. Secondo Annett, la responsabilità è del governo e della chiesa, compresa quella cattolica, che non hanno mai ammesso finora pubblicamente quello che è successo. Il film ha ricevuto numerosi premi, al New York Independent Film and Video Festival nel 2006 e come miglior documentario al Los Angeles Independent Film Festival nel marzo 2007, circola su internet ed è stato distribuito in dvd.
Nei giorni scorsi, il primo ministro canadese Stephen Harper ha annunciato che farà le scuse ufficiali del governo ai nativi il prossimo 11 giugno, nell'ambito del suo discorso dal trono, che si fa in Canada ogni anno per la chiusura dell'anno parlamentare. Dallo scorso settembre, quasi 2 miliardi di dollari sono stati già distribuiti a oltre 64mila nativi sopravvissuti agli abusi. Hanno chiesto il compenso in oltre 92mila, rivendicando di aver subito danni mostruosi in una delle 132 scuole residenziali aperte in Canada nel secolo scorso. Le scuse dovrebbero seguire la creazione di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione, che verrà inaugurata il 1 giugno.
Tutto questo è avvenuto a quasi due anni dalla produzione del film, in cui Annett parla di genocidio e di olocausto. «Nella storia non si ricorda niente del genere - afferma l'autore, originario della provincia canadese dell'Alberta, raggiunto telefonicamente nella sua abitazione di Vancouver, in British Columbia - solo nella West Cost canadese c'erano 2 milioni circa di nativi, ne sono stati uccisi tra il 95 e il 99 percento. In tutto il Nordamerica ne sono morti circa 10 milioni, una cifra inaudita, oggi sono solo 20mila i nativi rimasti».
A febbraio Kevin Annett e la sua organizzazione, Hidden from History (www.hiddenfromhistory.org) hanno spedito una lettera a papa Benedetto XVI, chiedendo aiuto per identificare dove siano stati sepolti migliaia di bambini. «Secondo noi - sostiene Annett - la chiesa cattolica dovrebbe avere le documentazioni dei luoghi di sepoltura. Ma ancora non abbiamo ricevuto nessuna risposta. Anche per questo voglio venire in Italia».
Annett sarà a Roma a settembre, sostiene, dove vuole anche tenere una veglia di fronte al Vaticano in memoria dei bambini morti nelle scuole indiane cattoliche in Canada. Di lui, Noam Chomsky ha detto che merita il premio Nobel per la pace più di molti tra coloro che lo hanno ricevuto in passato.

Mister Annett, per sostenere questa causa, lei è stato licenziato dal suo posto come ministro di Dio nella United Church, che nel film racconta ha offerto a sua moglie di pagarle il divorzio, quindi ha perso anche la sua famiglia, perché lo ha fatto?

All'inizio è stato un dovere, perché ero un ministro di Dio. Poi una cosa ha portato all'altra e mi sono reso conto che il problema diventava di sempre maggiore portata e più urgente. Ho assistito a numerosi funerali di persone che si erano uccise per quello che era successo. Volevo trovare un modo per aiutare i sopravvissuti e le loro famiglie. Il fatto che ho perso la mia famiglia mi ha aiutato a capire di più la loro situazione, cosa era accaduto e come per loro non fosse più possibile avere una vita «normale».
Di cosa si occupa ora?
Faccio molto lavoro nella comunità, consulenze ai nativi, parlo pubblicamente del problema e organizzo workshop nelle scuole per aiutare queste persone a guarire dalle terribili ferite fisiche e morali che hanno subito, faccio ricerche, aiuto come posso, per tutto il Canada. Sto anche lavorando a un altro libro e a un nuovo documentario, entrambi proseguimento dei primi. Saranno sulle condizioni di oggi nel mondo dei nativi. Perché il tasso di morte è ancora molto alto. Circa 500 donne sono scomparse negli ultimi 15 anni a Vancouver e in tutta la BC, quasi tutte native.
Cosa ne pensa delle scuse del primo ministro Harper ai nativi? E del denaro pagato loro come compenso per i danni subiti?
Non è abbastanza. È come dire, non volevamo farlo, non abbiamo colpa. Se veramente il governo e la chiesa volessero fare qualcosa, avrebbero aperto un'inchiesta e individuato cosa sia veramente successo. Gli indennizzi economici che sono stati dati non sono serviti a niente. Molti di quelli che li hanno ricevuti li hanno spesi in droga e alcol, i problemi più diffusi tra le First Nations. E sono morti persino prima. Il governo canadese e la chiesa non sono mai usciti allo scoperto per ammettere veramente quello che hanno fatto.
Che dovrebbero fare chiesa e governo, secondo lei?
Prima di tutto dovrebbero non solo riconoscere che c'è stato un crimine, ma anche aprire un'inchiesta seria. Perché questo dovrebbe essere considerato diversamente da altri crimini? Trattano il problema come se qualcun altro fosse colpevole, non loro. Noi aspettiamo che le Nazioni Unite prendano una posizione, cosa che non è ancora accaduta. Abbiamo mandato materiale e informazioni già dieci anni fa, comprese prove della sterilizzazione delle donne e delle morti, ma non hanno fatto niente.
Se potesse tornare indietro o se la United Church la riaccettasse, tornerebbe con loro?
No, perché non vorrei essere associato con una chiesa che non solo ha fatto tutto questo, ma neanche lo vuole confessare e ha continuato a negare e a seppellire la verità per tutti questi anni.
Perché lo hanno fatto, secondo lei?
Per prendersi la terra. Il governo voleva occupare il Paese e controllare chi già si trovava qui.
Che potrebbero fare oggi i nativi per recuperare la loro identità e la loro cultura?
È un'operazione molto, molto difficile. La percentuale di morti tra gli indiani è 15 volte più alta dei canadesi non aborigeni. Inoltre, c'è una grande pressione per imparare l'inglese e integrarsi.
Cosa ne pensa del fatto che il film verrà visto in Italia?
Di recente un paio di persone nel Parlamento europeo hanno sollevato il problema, a quanto mi è stato riferito. È incoraggiante. Ad agosto e settembre io sarò in Europa e parlerò del film. A settembre sarò in Italia, Inghilterra sicuramente.
Ha paura per la sua vita?
A volte. Può succedere. Ma penso che più parlo pubblicamente e più mi espongo e meno rischi corro. Io non ho paura.





Bombe cluster messe (quasi) al bando

Dopo un po' di tira e molla, a Dublino è stato raggiunto l'accordo sulla messa al bando delle bombe cluster, le cosiddette bombe a grappolo, che spesso rimangono inesplose e, a distanza di anni, continuano a mietere vittime e a rendere impraticabili i terreni. Purtroppo i maggiori produttori di cluster bomb (ossia Usa, Russia, Cina, Israele, India, Pakistan) non hanno sottoscritto l'accordo. La notizia è rilevante, anche se sui giornali italiani (mi sembra, se sbaglio chiedo scusa) non se ne è parlato granché. Per saperne di più cliccate qui e qui.

mercoledì 28 maggio 2008

Sudafrica. Una soap contro l'aids

Leggendo Internazionale di questa settimana ho scoperto con piacere che il British Medical Journal aveva dedicato un certo spazio alla serie tv sudafricana Soul City, una serie tv pedagogica, che affronta temi sociosanitari, come l'aids e la violenza e che presto dovrebbe essere esportata in altri otto Paesi africani. L'articolo, purtroppo, può essere letto integralmente solo a pagamento. Io mi ero occupata di questo tema nel 2005. Avevo intervistato Sheerin Usdin, che è stata, nel 1992, tra i fondatori dell'Institute for Health and Development Communication, la ong che realizza Soul City e che ha fatto della produzione di programmi televisivi e radiofonici socialmente utili la sua ragion d'essere. L’idea base di questa ong è che per migliorare le condizioni di vita delle persone bisogna agire su più fronti: sollecitare interventi mirati da parte di chi governa, rimuovere le cause strutturali (povertà, analfabetismo, sradicamenti forzati, guerre) che favoriscono la diffusione delle malattie ma anche modificare i comportamenti individuali, attraverso l'educazione ma anche attraverso un uso intelligente e lungimirante dei mezzi di comunicazione più accessibili, primi tra tutti radio e tv.
Vi propongo alcuni stralci dell'intervista, che era stata pubblicata su Popoli. Alcuni dati, probabilmente, sono superati, però il testo permette ugualmente di cogliere lo spirito con cui lavorano Usdin e soci.

Rispetto all’aids, qual è la situazione oggi nell’Africa subsahariana?
“Secondo le Nazioni Unite è qui che si concentrano il 60 per cento dei casi mondiali: in totale parliamo di oltre 25 milioni di persone infettate dal virus. Si calcola che il 90 per cento di queste non ricevano cure adeguate. Lo scorso anno, i decessi sono stati 2,3 milioni. I nuovi casi almeno 3,1 milioni. Sono cifre terribili. Sarebbe improprio però riferirsi all’aids in Africa come se si trattasse di una realtà omogenea. La situazione cambia da paese a paese e, anche, da regione a regione. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite riferisce che ci sono stati leggeri segnali di miglioramento in Africa Orientale e in quei paesi, come l’Uganda, che già all’inizio degli anni ’90 avevano riconosciuto l’esistenza del problema e si erano attivati per trovare delle soluzioni. In Africa Occidentale la situazione è stazionaria. Mentre in quella Australe, e in primo luogo in Sudafrica, la diffusione del virus aumenta. Miglioramenti o meno, il panorama resta preoccupante ovunque. Ma c’è un altro elemento che accomuna tutto il continente: la condizione delle donne. Con percentuali differenti, sono sempre loro le più colpite. Ciò dipende in parte dalla struttura fisica femminile, più vulnerabile al contagio. Ma anche dalla diffusione di violenze, abusi e pratiche rischiose come l’escissione o l’infibulazione. Non è un caso che il Sudafrica, che ha il maggior numero di ammalati di aids, vanti un altro triste primato mondiale: quello degli stupri. Se ne registra, in media, uno ogni 17 secondi”.
Perché tutto questo accade in Africa e non altrove?
“Perché è qui che si concentrano una serie di fattori che favoriscono la diffusione di questa malattia e di molte altre. Mi limito a citarne alcuni. La povertà, in primo luogo. È una condizione che limita in generale le possibilità di scelta: per esempio, davanti alla prospettiva della fame ora o della malattia dopo, milioni di persone (le donne soprattutto) scelgono di prostituirsi per garantire la sopravvivenza propria e della famiglia. La condizione di indigenza limita anche la possibilità di pagarsi le cure. In molti paesi, la spesa da affrontare per coprire i costi delle terapie antiretrovirali supererebbe l’intero bilancio sanitario dello stato. Altri fattori determinanti sono la carenza di informazione e l’analfabetismo. Difficile, per chi non sa leggere e scrivere, farsi un’idea di cosa sia l’aids, di come si contrae, di come ci si possa proteggere. E poi ci sono le guerre, con i loro tragici corollari di volenze, abusi sessuali, migrazioni forzate. A questo si deve aggiungere il ritardo con cui molti governi hanno preso atto della situazione e, anche, il loro ridottissimo potere contrattuale rispetto alla politica dei brevetti delle multinazionali farmaceutiche.”
E perché il Sudafrica è il paese più colpito?
“Quello che ho detto prima qui è stato amplificato dalla complessa vicenda dell’apartheid che ha determinato dei tremendi dislivelli sociali e delle chiusure altrettanto esasperate”.
Che fare per cambiare la situazione?
“Sono sempre più convinta della necessità una risposta globale, che mobiliti tutti i settori della società sudafricana e non solo un segmento specifico (i medici o la classe dirigente). Ci vogliono i farmaci, ma è necessaria anche una rete che consenta la loro distribuzione, il sostegno psicologico e materiale per gli ammalati e le famiglie, una corretta informazione… I media, in tutto questo, hanno un ruolo importantissimo: da un lato per informare e contribuire a eliminare la cappa di sospetto e condanna che ancora avvolge l’aids e discrimina pesantemente gli ammalati, dall’altro per vigilare sulle istituzioni, raccontare cosa accade a livello governativo, come vengano spesi i soldi stanziati per la cura e per la prevenzione. Personalmente sono soddisfatta del lavoro fatto sino ad ora con Soul City. Attraverso i nostri programmi riusciamo a raggiungere una larga fascia della popolazione (secondo alcune stime, l’83 per cento, ndr), e a farla riflettere su tematiche che magari, fino ad allora, non aveva mai considerato. Non solo l’aids o la condizione dei sieropositivi. Ma anche il modo in cui la violenza, l’ignoranza, la discriminazione si intrecciano e favoriscono la diffusione della malattia”.
Medicina tradizionale e ufficiale possono collaborare?
“Possono e devono. Sia per ridurre la diffidenza che molte persone nutrono verso la medicina occidentale, sia perché in alcuni casi i medicamenti tradizionali interferiscono con i farmaci antiretrovirali ed è importantissimo avere in mano tutti gli elementi per trattare il paziente.”
Secondo lei, esperienze positive, come quella ugandese, sono esportabili?
“È una questione dibattuta. Il governo ugandese da una parte ha sollecitato un cambiamento dei comportamenti sessuali, attraverso la campagna ABC, dove A sta per “abstain” (astenersi), B per “be faithful” (essere fedele), C per “use condom” (usare il profilattico), dall’altra si è sforzato di creare un clima di apertura e non discriminazione verso sieropositivi ed ammalati, chiedendo l’appoggio di larghi strati della società civile. Si continua a discutere su quale sia stata la parte determinante di questo programma. Io credo che la sua efficacia sia dipesa non da questo o da quel punto ma, soprattutto, dal fatto di avere agito su più fronti e coinvolgendo tutta la popolazione. In questo senso l’esperienza è replicabile. D’altra parte ogni paese ha proprie specificità. In Sudafrica un piano anti-aids che prescinda dalla lotta alla povertà e dall’integrazione sociale difficilmente potrebbe produrre risultati”.

domenica 25 maggio 2008

Informazione dall'Africa sull'Africa

Mini post per segnalare l'esistenza (da oggi) di un nuovo sito di informazione sull'Africa. Si chiama africanews e la sua particolarità è che elabora e diffonde notizie ricevute da blogger e giornalisti africani attivi in vari punti del continente. Altra nota positiva: la redazione del sito, invece che nelle solite Roma e Milano, si trova a Reggio Calabria.

sabato 24 maggio 2008

Poesia evergreen

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non era rimasto nessuno a protestare.

Bertolt Brecht, Berlino, 1932

Arte africana in Africa/3














Arte africana benvenuta in Occidente, chi la fa no
Alla Fondation Zinsou, fino ad ora, sono state organizzate sette importanti mostre. Attualmente sono esposti 250 scatti di Malick Sidibé, il fotografo maliano premiato con il Leone d’Oro alla scorsa Biennale di Venezia. Si tratta, in assoluto, della sua retrospettiva più ricca e completa. Tra i primi a collaborare con Marie-Cécile Zinsou è stato Romuald Hazoumé, geniale artista beninese, molto conosciuto e apprezzato in Europa (all’ultima Documenta, la più importante exhibition mondiale di arte contemporanea, ha ricevuto il prestigioso premio Arnold Bode) e che si è sempre rifiutato di lasciare Cotonou. Hazoumé realizza maschere e composizioni bellissime partendo da semplici bidoni e utilizzando materiali poveri. A disposizione della Fondation ha messo 85 pezzi inediti. «Non li avevo tirati fuori prima perché non volevo che uscissero dal Benin. Ho sempre pensato alle mie opere come a un patrimonio da riservare alla mia gente». La sua posizione, rispetto all’Occidente, è molto critica. E non ne ha mai fatto mistero. «Dove si trova oggi l’arte africana contemporanea? In Europa, cioè laddove gli africani possono entrare solo se trasformati in forza lavoro. Tutto questo è francamente inaccettabile».
La Fondation lavora spesso in collaborazione con altri enti culturali. Con il parigino Musée du Quay Branly è stata realizzata, per esempio, la mostra dedicata a Béhanzin, il re di Abomey, antico regno del Benin distrutto dai francesi alla fine dell’800. Lo scorso anno, invece, sono state esposte le fotografie del belga Jean Dominique Burton sul Vodoun. Subito dopo è stata la volta dell’americano Jean-Michel Basquiat, primo nero ad avere partecipato alla Biennale del Whithney Museum of African Art. «Non è indispensabile che gli artisti siano africani», sottolinea Marie-Cécile. «L’importante è che abbiano qualcosa da dire sull’Africa e per l’Africa».
In media vengono organizzate un paio di grosse mostre all’anno. In parallelo si procede all’acquisto di opere che andranno a comporre una collezione permanente che dovrebbe essere pronta per il 2015. La Fondation aspira a diventare un punto di riferimento per gli artisti africani e per la gente comune, a favorire gli scambi e gli incontri ma anche diffondere l’educazione artistica. A questo scopo è stato creato un laboratorio didattico, l’atelier dei Petits Pinceaux (piccoli pennelli) dove tre pomeriggi a settimana, per due ore, i bambini dai 3 ai 12 anni (divisi in due classi) possono prendere lezione. E per aiutare nuovi talenti ad emergere vengono banditi periodicamente concorsi ad hoc.


Arte africana in Africa/2

La "mission" della giovane Zinsou: riportare l'arte a casa
Contro l’assioma che vorrebbe i neri incapaci di apprezzare l’arte nera, si è mossa Marie-Cécile Zinsou, francobeninese, studi in storia dell’arte, nipote del primo presidente del Benin indipendente o, meglio, della Repubblica di Dahomey, come si chiamava il Paese fino al 1975. Nel 2005, questa giovane donna ha dato vita a Cotonou (la capitale economica) a una fondazione privata assolutamente unica che ha lo scopo di sostenere e promuovere in loco la produzione artistica africana. Abbiamo incontrato Marie-Cécile a Torino, in occasione di una tavola rotonda intitolata L’arte contemporanea africana: il suo significato e le sue implicazioni. «Dopo avere studiato in Francia, ero tornata in Benin. Lavoravo come volontaria in un villaggio con l’associazione SOS Enfants. Lì mi sono potuta rendere conto di quanto i bambini siano istintivamente e attivamente attiratti dall’arte», ci ha detto. «I miei orfanelli non avevano però strumenti ed esempi che facilitassero loro le cose. Gli artisti africani, che avevo avuto modo di apprezzare e conoscere in Europa, in Benin non erano visibili. Da qui la decisione di fare qualcosa di concreto per consentire ai miei concittadini, piccoli e meno piccoli, di avvicinarsi all’arte». Nel giugno 2005, dopo un lavoro preparatorio comprensibilmente complesso, la Fondation Zinsou ha aperto ufficialmente i battenti: ha uno spazio espositivo di 700 metri quadri luminoso, moderno e curato, che non ha nulla da invidiare alle gallerie occidentali. A Cotonou fino a quel momento non esisteva neanche un piccolo museo. «Ho cercato e trovato degli sponsor ma non ho chiesto aiuti al Governo. A parte pochissime eccezioni, lo Stato non è in grado di sostenere la cultura e l’arte contemporanea. Non possiamo scandalizzarci per questo. Le priorità sono altre. Non possiamo però neanche lasciar correre e rinunciare al nostro patrimonio culturale. La memoria e l’arte sono fondamentali per il presente e per il futuro dell’Africa». Marie-Cécile si è accordata con le scuole, per organizzare gite di istruzione, e ha fissato un ingresso a costo zero per gli africani. «In Benin nessuno ha soldi da spendere per andare a una mostra, ma basta abbattere la barriera del denaro e il pubblico arriva». A dimostrarlo sono le cifre: in meno di tre anni più di un milione e mezzo di persone ha visitato la Fondation. Un record se si considera che Cotonou conta circa 700mila abitanti. «Vuol dire che la gente si è spostata dalle città vicine. Noi abbiamo cercato anche di facilitare i collegamenti perché muoversi in Africa non è semplice» (continua).

Arte africana in Africa/1


L'esperienza della Fondazione Zinsou a Cotonou*

L’arte nera va di moda ma è sempre più lontana dall’Africa. Gli artisti vivono in Europa o negli Stati Uniti. Le opere si trovano nei musei o nelle collezioni occidentali. Ma in Benin una giovane donna ha dato vita a una fondazione, assolutamente unica, che promette di cambiare il segno.

L'art de la friche
Come mai tanto interesse attorno all’arte contemporanea africana? Una ragione, secondo Jean-Loup Amselle, antropologo dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, è che essa rappresenta oggi, per gli artisti occidentali, una delle poche buone fonti di ispirazione e di rinnovamento. L’emerito studioso lo sostiene nel suo ultimo libro, L’art de la friche (pubblicato in Italia con il titolo L’arte contemporanea africana). Friche è una parola che può avere molte traduzioni. Per Amselle sta a indicare uno spazio incolto e abbandonato ma capace di fiorire anche in assenza di cure. Così, a suo avviso, è l’arte africana: spontanea, rigogliosa e caparbia e, proprio per questo, portatrice di una vitalità e di uno slancio che quella occidentale avrebbe irrimediabilmente perduto. «Riciclando, incrociando e ibridando temi e tecniche, essa riesce ancora comunicare dei contenuti forti e a fare persino dell’ironia». L’Occidente ha bisogno di guardarla per ricordarsi come si fa ad essere creativi. Ma l’interesse attuale (misurabile in mostre e partecipazioni ai più importanti eventi artistici) sembra, purtroppo, più legato al business che alla creatività. La friche, infatti, rimane un terreno in buona parte inesplorato e senza muri di cinta: tra le sterpaglie si trovano tesori, che costano poco o pochissimo ma, una volta entrati nel grande mercato internazionale dell’arte, acquistano rapidamente valore, con ricadute positive su scopritori e autori (ma quasi sempre, soprattutto, sui primi). Non può sorprendere dunque che l’arte contemporanea africana si trovi oggi al centro di un grande progetto di marketing, gestito e portato avanti sostanzialmente dagli occidentali. E proprio per questo essa è stretta più che mai dentro un paradosso: quello della sua doppia lontananza fisica dall’Africa. La maggior parte degli artisti “quotati” vive in Occidente. E soprattutto in Occidente si trovano le opere di pregio, nei musei e nelle collezioni private. Quel poco che è teoricamente fruibile in Africa, nei fatti si rivela inaccessibile, almeno per il residente nero. La somma necessaria all’acquisto del biglietto, fatte le debite proporzioni, può arrivare a corrispondere a 125 euro in Italia. I mecenati occidentali non si fanno, tuttavia, molti sensi di colpa. Rivendicano una sorta di paternità putativa rispetto alle produzioni africane e si affidano a un ragionamento che può essere sintetizzato così: l’arte non esiste in sé, ma solo in presenza di un circuito che la valorizzi; l’arte africana non aveva circuito: lo abbiamo creato Noi; di conseguenza Noi abbiamo il diritto di stabilire le regole del gioco e di portare i giocattoli (le opere) dove ci pare» (continua).

* Questo articolo, col titolo Metafora del domani, è stato pubblicato su Nigrizia di febbraio 2008

giovedì 22 maggio 2008

Viaggio in Giappone: ma solo per under 35

io sono decisamente fuori per età, ma qualcuno, tra chi mi legge, potrebbe partecipare....

Viaggio studio in Giappone per Giovani europei promosso dal Ministero degli Affari Esteri del Giappone. E’ aperto il bando per la presentazione delle domande, scadenza: 3 giugno 2008. Il viaggio, il cui obiettivo è quello di consentire ai partecipanti di familiarizzare con la cultura, la società, la politica e l'economia del Giappone, sarà della durata di 10 giorni.
Si svolgerà per il primo gruppo di 30 partecipanti tra il 23 settembre e il 3 ottobre e per il secondo gruppo, sempre di 30 partecipanti, tra il 21 e il 31 ottobre.
I requisiti richiesti per la presentazione della domanda sono:
-età compresa tra i 18 e i 35 anni (al 1° giugno 2008)
-effettiva capacità di comunicare in inglese
-non essere mai stato in Giappone e non avere intenzione di visitarlo nell'immediato futuro
-buona predisposizione a partecipare ad attività di gruppo
Le domande devono includere:
-una lettera di accompagnamento
-un curriculum vitae
-un breve saggio in inglese sull'argomento previsto dal bando

Il Ministero degli Affari Esteri coprirà le spese del biglietto aereo A/R e i pernottamenti. Le spese personali e una parte dei costi di vitto saranno a carico dei partecipanti.
Le attività previste dal programma sono:
-introduzione ed esperienza legata agli aspetti della cultura, dell'economia e della politica giapponese sia
-momenti di incontro e confronto con giovani giapponesi
-visite in varie città
-stare in una host family
Nel sito di Nipponica (bacheca delle news) trovate il bando Study Tour of Japan for European Youth 2008

La segnalazione era nella newsletter dell'ISIAO, l'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente

Bangladesh. Ricordi di Sidr/2


Bangladesh. Ricordi di Sidr/1


Glamour forse pubblicherà qualcosa sul mio libro in uscita. Il mio direttore mi ha chiesto di mostrarle le foto che ho fatto in Bangladesh durante il mio ultimo viaggio, che è iniziato praticamente a ridosso dell'ormai dimenticato ciclone Sidr. Mi sono messa a spulciare tra le foto e, tra una pulce e l'altra, ne posto qualcuna. Sono state scattate a Bokultola, un villaggio inesistente sulle carte geografiche e che era stato decisamente strapazzato dal ciclone. Questa della bimba con sorellina in braccio è la stessa che si ritrova sulla copertina del libro.

martedì 20 maggio 2008

Sudafrica. I poveri bianchi





Come dicevo nel post precedente, a tempo debito non avevo potuto pubblicare quasi nulla sulle tensioni legate all'immigrazione sudafricana. In compenso, Popoli (novembre 2005) aveva ospitato un lungo articolo sugli afrikaners caduti in miseria dopo la fine dell'apartheid. Non trovo più l'originale pubblicato però posso postare il testo. A corredo, inserisco alcune foto che una misteriosa e irreperibile charity nata per aiutare i poveri bianchi (ho tentato varie volte di contattarla, ma nessuno ha mai risposto alle mie email) aveva messo in rete.

Johannesburg (giugno 2005) - Un uomo, di età indefinibile, con l’aria dimessa e gli abiti logori, spinge un piccolo carrello lungo i viali ombreggiati di Troyville. Questo quartiere, poco distante dal centro di Johannesburg, durante l’apartheid, era abitato prevalentemente da italiani. Ora è passato ai neri della meddle class ed è difficile incontrarvi persone che non abbiano la pelle nera. L’uomo però è indiscutibilmente bianco e sul carrello trasporta tutte le sue cose. È un homeless, un barbone o, per dirla in afrikaans, un armblank: un povero bianco. Fino a una decina di anni fa, una scena del genere sarebbe stata impensabile. Oggi, nel panorama urbano del nuovo Sudafrica, appare plausibile.
Nella maggior parte dei casi, la minoranza bianca continua a vivere in una situazione di privilegio economico. Ma c’è una fetta di questa minoranza, complessivamente poco più del dieci per cento, che si è risvegliata povera. Capita dunque di vedere bianchi che chiedono la carità ai semafori o che si improvvisano parcheggiatori, che aspettano in fila alla mensa dell’esercito della salvezza o lasciano, al mattino presto, gli ostelli dei poveri. Come l’uomo del carrello.
Secondo l’Istituto di Ricerche sulla Sicurezza, negli ultimi dieci anni, il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato tra i bianchi. “Circa 150mila persone (pari al 3,5 per cento) vivono sotto quella che è considerata la soglia di povertà sudafricana. Hanno un reddito inferiore, cioè, ai 1200 rand al mese, che sono, più o meno, l’equivalente di 180 euro”, dice Lawrence Schlemmer, direttore della Fondazione Helen Suzman di Johannesburg, che segue da tempo la questione.“Ce ne sono poi altre 300mila che, pur non potendo essere considerate formalmente povere (dal momento che contano su uno stipendio mensile superiore ai 3000 rands, circa 400 euro), non sono però più in grado di mantenere il tenore di vita a cui erano abituati. In molti hanno lasciato la propria abitazione per trasferirsi in zone meno care, in estrema periferia e nelle township nere. C’è anche chi si è adattato a vivere in un garage”. Gli operatori sociali evidenziano che, per non cambiare standard di vita, molte donne hanno deciso di prostituirsi. Talvolta con il consenso del marito o dei figli. Tra i giovani sarebbero diffuse le adesioni alle sette sataniche. Tra gli adulti l’alcolismo. Un quadro a tinte fosche, insomma. Anche se, come sottolinea Schlemmer, “si tratta sicuramente di numeri e realtà lontane dalla povertà dei neri”.
I poveri bianchi sono sparpagliati su tutto il territorio e questo permette al fenomeno di mimetizzarsi e passare relativamente inosservato. Ci sono dei luoghi, però, dove si vanno registrando delle vere emergenze. La stampa locale, per esempio, ha dedicato un certo spazio a Vanderbijlpark, una città dormitorio a sud di Johannesburg. Gli abitanti di Vanderbjlpark erano quasi tutti impiegati all’Iscor, la più grande acciaieria del Paese, un’azienda pubblica che, durante l’apartheid, aveva assicurato lavoro e alloggio a un grande numero di bianchi, anche a quelli privi di particolari qualifiche professionali. Come d’altra parte facevano tutte le aziende pubbliche in quegli anni. Con la fine dell’apartheid, i bianchi cessarono di essere una categoria protetta e quando all’Iscor, in seguito alla privatizzazione, furono tagliati 16mila posti di lavoro, moltissimi furono lasciati a casa. A Vanderbjilpark è sorta così, nel giro di poco tempo, una baraccopoli “for whites only”, che è diventata il simbolo di questa nuova povertà.
In una township nera, un’area come questa sarebbe definita, senza problemi, “squatter camp”, un accampamento abusivo. Ma gli armblank di Vanderbijlpark preferiscono chiamarla “camp transit”, campo di passaggio. Il ritocco verbale non modifica la sostanza delle cose: le case dove vivono questi ex impiegati rimangono alloggi di fortuna e costruzioni abusive, spesso senza acqua, elettricità, servizi. Ma sono tutte rigorosamente separate da quelle dei neri. I bianchi poveri, in genere, sono fervidamente razzisti: è una forma di difesa, il baluardo a cui si aggrappano per non cedere alla disperazione. “Le nostre case devono stare qui e quelle dei keffir (come vengono chiamati dispregiativamente i neri, ndr) laggiù”, dice con irritazione una giovane donna disoccupata. “Perché i neri poveri saranno sempre molto più in basso di noi, anche se siamo poveri”.

La crisi degli armblank, per quanto strano possa sembrare, è soprattutto esistenziale. Potrebbero, se volessero, attenuare il proprio disagio (almeno dal punto di vista materiale) chiedendo l’assistenza dello Stato. Non lo fanno quasi mai: per ignoranza e per orgoglio. Non riconoscono l’autorità di un governo che considerano responsabile della loro disgrazia. “D’altra parte è anche vero che gli aiuti che lo Stato può mettere a disposizione sono esigui”, osserva Schlemmer. “Il Sudafrica non ha le possibilità di intervento di un Paese europeo”.
C’è chi ritiene che il caso Vanderbijlpark sia stato montato ad arte proprio per mettere in difficoltà il governo. L’Afrikaner Freedom Front Plus (un partito politico di conservatori e nostalgici) denuncia l’esistenza di un razzismo al contrario. In particolare, sotto accusa è l’Affirmative Action, la legge che ha favorito l’insediamento dei neri nei posti da cui, per decenni, erano stati esclusi: per esempio, gli uffici pubblici, i tribunali, il mondo accademico.
È vero: l’Affirmative Action non ha mancato di sollevare perplessità. Ma la maggior parte dell’opinione pubblica, anche all’estero, concorda sul fatto che sia stato e, forse, è ancora uno strumento necessario. “In più di un’occasione mi sono sentito dire dai bianchi: padre, per i nostri figli adesso non c’è futuro in Sudafrica, non c’è lavoro, non c’è la possibilità di fare una carriera nel pubblico”, dice Efrem Tresoldi, missionario comboniano e direttore della rivista WorldWide. “Tutto questo è molto triste. Ma credo che questa situazione debba essere paragonata a quella del pendolo. Prima c’era un eccesso in una direzione. Adesso, per riequilibrare finalmente il tutto, ci si deve sbilanciare un po’ nell’altra”. Inoltre, il fenomeno degli armblank non appare tanto una conseguenza dell’Affirmative Action quanto della fine del welfare state riservato ai bianchi che aveva caratterizzato il regime dell’apartheid.
Thabo Mbeki, il presidente del Sudafrica, interpellato sull’argomento, ha riconosciuto l’esistenza del problema e asserito di volersi impegnare per fronteggiarlo. Ma non è ancora chiaro che cosa intenda fare in concreto. “Sarebbe auspicabile che i bianchi benestanti cercassero di aiutare quelli indigenti”, dice Schlemmer. “Nel frattempo, a farsi carico della situazione sono le organizzazioni religiose e quelle assistenziali private”. Che non sempre, però, agiscono in modo disinteressato. In alcuni casi, infatti, alimentano e strumentalizzano in chiave politica il risentimento degli armbalnk.

lunedì 19 maggio 2008

Sudafrica: era già tutto (o quasi tutto) previsto...


Inserisci link
Nessuno stupore, o quasi. La violenza razzista, purtroppo, è un male endemico del genere umano ed è una costante nelle guerre tra poveri. Mi riferisco ai terribili episodi che si sono verificati in questi giorni in SudAfrica. Sul numero di gennaio 2007 del tabloid da strada Come (interamente dedicato al Sudafrica del dopo apartheid e realizzato a cura mia e del mio amico fotografo Francesco Passerella) avevo pubblicato anche il piccolo articolo che vi propongo (cliccate sull'immagine per ingrandire).
Sono stata in Sudafrica nel 2005. Non ho visto i parchi e i leoni ma ho passato la maggior parte del mio tempo nelle township (a cominciare da Soweto). Ho potuto constatare di persona quanta tensione ci fosse tra sudafricani poveri (il tasso di disoccupazione supera il 40 per cento) e immigrati (i cosiddetti refugee, accusati di portare via il lavoro). Una tensione visibile, palpabile e incredibilmente sottovalutata. Quando sono rientrata dal SudAfrica, ho proposto a diversi giornali di parlare di questo argomento. Mi hanno detto tutti che mi avrebbero fatto sapere...

La regia della camorra

Ho fatto un giro nel blog di Kuda. Ho trovato, come al solito, molte cose interessanti e un post ultra istruttivo sull'assalto di Ponticelli ai rom, a quanto pare per nulla spontaneo e molto orchestrato dalla criminalità organizzata locale. Per leggerlo non dovete fare altro che cliccare il titolo di questo post.

Rom, mafiosi e clandestini: chi è più pericoloso?

Prima pagina del domenicale del Sole 24 0re. Riccardo Chiaberge, citando un'intervista fatta a Roberto Saviano, l'autore di Gomorra, scrive:

«Le mafie in Italia hanno ucciso, negli ultimi trent'anni, qualcosa come diecimila persone. Più morti che nella striscia di Gaza. Una minaccia permanente alla vita e alla sicurezza della gente per bene. Ma contro i "quartieri alti" della camorra , a Ponticelli e dintorni, nessuno pare disposto a marciare».

In compenso, e questo lo aggiungo io, il simpatico governo delle libertà appena insediatosi, ha deciso di equiparare, penalmente parlando, lo status di clandestino a quello di mafioso e terrorista. Da ora in poi, se un clandestino commette un reato, nessuna attenuante potrà essergli riconosciuta, al pari di mafiosi e terroristi. O, meglio, peggio ancora: mafiosi e terroristi possono sempre pentirsi...

Radici cristiane

Mi piacerebbe che il richiamo ricorrente alle radici cristiane d'Europa e d'Italia venisse usato, almeno qualche volta, per spiegare politiche di accoglienza disinteressata, apertura e solidarietà e non, come accade di regola, per giustificare l'esclusione, il rifiuto, il razzismo.

Rom, razzismo e coming out

Sono stata via tre giorni e ho avuto qualche difficoltà di connessione. Nel frattempo accadevano un po' di cose (ci sono stati degli eventi, direi, se non fosse che la parola evento, nel lessico nazional-meneghino, è diventata sinonimo di inaugurazioni e vernissage).
La questione della regolarizzazione delle badanti si è palesata in tutta la sua estensione, un paio di ministri spagnoli hanno fatto notare che il governo italiano è razzista e la notte napoletana è stata illuminata dai roghi contro i rom, divenuti, nel limitato immaginario italico, il pericolo numero uno e il nemico da abbattere.
Il professor Guido Carpi, docente e rappresentante nel senato accademico dell'Università di Pisa, ha fatto coming out, inviando una lettera a tutti i colleghi e, probabilmente, a una serie di giornali. Io l'ho trovata sul Manifesto. Eccola:

Cari colleghi,
perdonatemi se per una volta utilizzo questa lista per scopi non previsti dalla sua istituzione. E' la prima e l'ultima volta. Di fronte all'ondata di turpi pogrom contro i campi nomadi e di fronte alla bestiale propaganda razzista alimentata da tutto l'arco parlamentare, non posso tacere. Voglio che si sappia che sono zingaro anch'io, e non nel senso figurato con cui si solidarizza con l'oppresso di turno: il mio trisnonno, di cui non ricordo il nome ma che veniva detto il Magiaro, arrivò col suo carrozzone e col suo violino chissà da dove nella bassa Padana di inizio Novecento. Quando vedo il gran film moldavo-sovietico I lautari (E. Lotjanu, 1972) penso ai miei avi e provo commozione mista a fierezza.
Prego tutti coloro che provano sentimenti di fastidio, disgusto, aggressività nei confronti del popolo rom, d'ora in poi, di mettere nella lista anche me. Mi mettano al primo posto: io mi so difendere meglio dei poveracci nelle baracche. Con osservanza. Guido Carpi

giovedì 15 maggio 2008

Mestieri pericolosi/fare informazione in Colombia (2)


Ecco un libro da leggere: Sotto pressione. Sottotitolo: il giornalismo in Colombia prigioniero di guerriglia, narcotraffico, paramilitari e governo. Autori: Stefano Neri e Martin E. Iglesias.
Si parla di Hollman Morris e di molto altro. Probabilmente non è facilissimo trovarlo. Non credo che sia distribuito a livello nazionale. Eventualmente provate a contattare direttamente l'editore. Si chiama Stella Edizioni.

La povertà è il problema?

Chi si avventura nella letteratura su cooperazione e sviluppo noterà sicuramente questo: tutte le politiche di cui si parla sono orientate a combattere la povertà e a trasformarla in qualcos'altro. Ma davvero la povertà è il problema? Non sarebbe forse più opportuno interrogarsi sulla ricchezza, sulle immense diseguaglianze del mondo e, quindi, sui fantomatici nuovi ricchi di Cina, Russia, India, esaltati indiscriminatamente dai media. Chi sono questi signori? Come spendono il loro denaro? L'articolo di Henri Valot pubblicato sulla newsletter di Civicus di oggi parla proprio di questo. Ve ne suggerisco caldamente la lettura. Buone riflessioni.

mercoledì 14 maggio 2008

africa day a Milano


Questo appuntamento me lo ha segnalato Judith, una delle "africane realizzate" protagoniste di Africa qui. Per chi non lo sapesse (cioè per la quasi totalità del mondo) Africa qui è il mio libro numero due, che dovrebbe uscire... ancora con esattezza non si sa!

194 non toccarla!


C'entra o no con questo blog la segnalazione che vi faccio? Non lo so, comunque la faccio lo stesso. Mentre continua lo sproloquio su e contro la legge 194, c'è chi non esita a metterci la pancia. Che vuol dire? Cliccate qui e lo saprete. E, se ve la sentite, fatelo anche voi!

Cittadinanza digitale per donne immigrate

Lo Spazio Rosa della Provincia di Milano propone un corso breve imparare a conoscere strumenti e servizi digitali o capire come utilizzarli al meglio per il proprio lavoro. Comprendere il mondo delle nuove tecnologie, imparare a comunicare in rete in modo corretto e consapevole, saper sfruttare adeguatamente i servizi offerti dalla rete, diventa un investimento concreto sul fronte lavoro. Il corso è rivolto a 12 donne immigrate, residenti in Milano e Provincia.
Contenuti del corso:
* utilizzare correttamente il sistema operativo per interagire con il
computer e organizzare i documenti
* elaborare testi con Word (lettere, curriculum, semplici pubblicazioni)
* navigare in Internet utilizzando le principali funzioni del browser
* comunicare in rete con la posta elettronica
* conoscere le problematiche relative a virus e sicurezza

Il corso si terrà nei giorni 21 - 22- 27 - 28 - 30 maggio 2008 dalle 9.oo alle 14.oo presso la Sala Formazione della Provincia di Milano Via Piceno, 60 - Milano
Per informazioni e iscrizioni: Spazio Rosa
Tel 02/77405482
da lunedì a giovedì 9-13; 14-16
il venerdì 9-12
mail: spaziorosa@provincia.milano.it

martedì 13 maggio 2008

la Bbc in Russia

A proposito di libertà di stampa, guardate cosa si è dovuta inventare la Bbc in Russia per aggirare la censura: articolo da Peace Reporter

Mestieri pericolosi/fare informazione in Colombia

Un mese fa circa ho avuto il piacere di conoscere un giornalista colombiano molto bravo e coraggioso. Si chiama Hollman Morris. Ha ideato un programma televisivo assolutamente unico nel panorama colombiano: Contravia. Unico perché racconta cosa succede nelle zone rurali, quelle in cui lo scontro tra Farc e paramilitari è costante e più aspro e le vessazioni ai danni delle comunità indigene sono quotidiane. Questi sono tutti temi su cui il governo colombiano vorrebbe stendere un velo. Morris è stato minacciato e intimidito in tutti i modi, ma fino ad oggi non ha messo i remi in barca. Un documentario, che ha da poco ricevuto un premio, racconta la sua storia e il suo impegno. Lo stesso Hollman mi ha scritto per segnalarmelo. Se ne avete la possibilità, vi consiglio caldamente di vederlo.

libro in stampa


Oggi il mio libro sul Bangladesh va in stampa. Non ho idea di quanti giorni ci vorranno per avere in mano la prima copia. Nel frattempo, però, posso postare la cover. Nota bene: la foto di copertina è opera mia. L'ho scattata lo scorso novembre in uno dei villaggi rasi al suolo dal ciclone Sidr.

lunedì 12 maggio 2008

Tahmima Anam


Eccola qui la nostra Tahmima, un po' sfocata e molto graziosa!
Non sembra un po' Daria Bignardi?

domenica 11 maggio 2008

I giorni dell'amore e della guerra/2 (Pregi)


Nonostante le osservazioni del post precedente, sono convinta che I giorni dell'amore e della guerra (o The golden age, se preferite) abbia dei meriti importanti:
1) è in assoluto il primo libro non in bengali sulla guerra di indipendenza del 1971, è il primo dunque in grado di raggiungere lo smemorato pubblico occidentale, che di quel terribile genocidio (oltre tre milioni di morti) sembra non sapere nulla; 2) nell'intera vicenda non compare alcun deus ex machina di provenienza genuinamente o indirettamente occidentale chiamato a rischiarare le offuscate menti degli autoctoni. Questo topos si trova invece nella maggior parte dei romanzi di successo scritti da autori asiatici o mediorientali ma pensati per "noi". Il Cacciatore di aquiloni docet.

I giorni dell'amore e della guerra/1 (Difetti)

A Torino, al Salone del Libro, ho seguito la presentazione del romanzo della scrittrice banglolondinese Tahmima Anam, I giorni dell'amore e della guerra. La Garzanti, che lo pubblica, lo sta spingendo molto, e da mesi. La cosa non stupisce: la storia è avvincente, Tahmima scrive bene e ha costruito il libro con molta abilità e un pizzico di furbizia.
Ha scelto un'ambientazione impegnativa (la guerra di indipendenza del Bangladesh), un taglio accattivante (gli orrori del genocidio visti attraverso gli occhi di una donna, che per amore dei suoi figli si trova schierata dalla parte della resistenza) e si è documentata con serietà (ricerche, viaggi, interviste: inizialmente voleva scrivere un saggio).
Al tempo stesso è stata assai attenta a non tralasciare nessuno degli elementi-ingredienti senza i quali il best-seller non riesce a lievitare: veli islamici, amori non corrisposti, un po' di erotismo, lagrime, sentimenti positivi e una netta contrapposizione tra le ragioni dei buoni e l'ottusità dei cattivi, in modo che il lettore sappia subito da che parte stare.
Durante la presentazione, Tahmima ci ha tenuto a sottolineare che il suo non era un libro politico ma una storia di passioni incrociate. Lo ha detto a più riprese, per timore che l'attenzione del pubblico si volgesse altrove. Ha spiegato anche che è stato per andare incontro ai romantici lettori italiani che il titolo originario, The golden age, è diventato il lialesco I giorni dell'amore e della guerra. Il primo titolo si riferiva al fatto che i giorni della guerra e quelli della ri-costruzione, anche se marcati dal dolore e dalla perdita, furono per il Bangladesh giorni di irripetibile fermento, speranza e fiducia nel futuro.

venerdì 9 maggio 2008

ambra degli elefanti

L'ho visto in ritardo però l'ho visto. Di cosa parlo? Del film della Comencini, Bianco e Nero. Cosa ne penso? Male, e mi dispiace molto che Nigrizia, il "mio" Nigrizia, lo abbia recensito bene. Ci sono andata su richiesta di un amico senegalese, che mi aveva detto di essere uscito, per l'irritazione, a metà proiezione. Io invece sono rimasta fino alla fine, anche se le assurdità inanellate dagli attori mi stavano dando parecchio fastidio. E ho fatto bene, perchè proprio verso la fine è arrivata la "perla". Ambra Angiolini (che non mi ricordo che nome avesse nel film) rievocava un ricordo di infanzia indelebile: lei e il padre, in groppa a un elefante africano...
Dunque: chi ha scritto, sceneggiato e diretto il film non solo non ha la più pallida idea di come vivano i senegalesi e di quale sia la loro cultura (le situazioni proposte nel film hanno un tasso di improbabilità altissimo), non solo appare totalmente inconsapevole di quale possano essere le reali problematiche di una coppia mista in Italia oggi, ma è supercarente anche dal punto di vista banalmente zoologico e naturalistico: è cosa risaputa che gli elefanti africani non sono addomesticabili, tanto meno cavalcabili.
E' troppo sperare che registi e sceneggiatori si documentino prima di fare un film? Specialmente quando vanno a occuparsi di temi seri come, per esempio, il razzismo?

Il Corano letto dalle donne





Altro giro in internet, altra piacevole scoperta. Diversi siti (anche l'agenzia Misna) hanno ripreso un mio articolo pubblicato su Popoli di marzo: Il Corano letto dalle donne. Perché non andate a dare un'occhiata anche voi che mi leggete? Le foto che trovate nell'articolo (non quella della pagina d'apertura, però) sono di Vanessa Beecroft e Patrizia Maimona Guerresi. Erano entrambe esposte alla mostra sul Velo islamico allestita lo scorso autunno/inverno al Filatoio di Caraglio (Cuneo), un bellissimo ex filatoio riconvertito in uno spazio destinato all'arte e alla cultura.

Crisi alimentare in Asia

La crisi alimentare in Asia si è già tradotta in un aumento del carico di lavoro femminile. Andate a dare un'occhiata a questo articolo

giovedì 8 maggio 2008

Bangladesh. Le donne perdute di Banisanta


Gironzolando su internet ho scoperto con molto piacere che un bel blog femminista aveva ripreso un mio articolo uscito sul Manifesto qualche settimana fa. Ecco qui il link:

Donne e rivoluzione: Le donne perdute di Banisanta, paese bordello

La foto che vedete in questo post, che ritrae due prostitute in un momento di relax, è di sujaN, un giovane fotografo bangladese legato alla Map Photo gallery di Dhaka. SujaN è specializzato in reportage sociali. Il suo nome in bengali significa "brava persona".

mercoledì 7 maggio 2008

fame africana, danni da monocoltura e "nuove" soluzioni


Un'amica mi ha mandato ieri l'agenzia che segue:

(ANSA) - ROMA, 6 MAG - Per i gravi problemi di penuria di
cibo che attanagliano il Sud del mondo, una soluzione potrebbe
venire dallo ''sviluppo endogeno'': l'idea e' di Jacqueline
Colulibaly Ki-Zerbo, presidente del Partenariato tra Uomini e
Donne per lo Sviluppo Africano, tra i promotori della campagna
''L'Africa c'e''' e vedova di Joseph Ki-Zerbo, leader della
lotta per l'indipendenza delle Nazioni africane degli anni '60.
Una delle cause delle carestie che periodicamente colpiscono
i Paesi africani - ha detto la signora Ki-Zerbo nel corso della
presentazione a Roma di ''Civitas'' sta nel fatto di aver
preferito, a un certo punto, la produzione di prodotti agricoli
per l'esportazione a quella dei prodotti alimentari per la
popolazione locale, che sono stati comperati dall'estero. ''Non
si e' previsto - ha spiegato - che anche altri potessero
cominciare ad avere penuria di cibo, e neanche che i prezzi
diminuissero sui mercati mondiali''. ''Lo sviluppo endogeno,
invece - ha concluso - da' la priorita' alla produzione per la
comunita', ai bisogni della comunita'. Prevede la partecipazione
di tutti alla produzione e alle decisioni, ed e' quindi fattore
di democratizzazione''.

Due osservazioni/considerazioni:

1) Il passaggio da agricoltura di sussistenza alla monocoltura da esportazione, in Africa, non è avvenuto per caso, "a un certo punto": è un lascito colonialista (esemplare, in questo senso, il caso della monocoltura dell'arachide in Senegal, introdotta dai francesi), uno dei peggiori anche per l'impatto che ha avuto sul tessuto sociale e sulle relazioni. Successivamente, in molti casi, è stato posto da banca mondiale e dintorni (nel periodo dei piani strutturali) come una delle condizioni (necessaria ma non sufficiente) per concedere prestiti agli allora Paesi emergenti che non sono emersi.
2) L"idea" di Jacqueline Coulibaly Ki-zerbo che viene presentata come una novità non è nuova. I danni provocati dall'introduzione della monocoltura da esportazione in Africa e l'opportunità di tornare all'autosufficienza sono stati ampiamente documentati in questi anni.
Che se ne torni a parlare però è sempre una buona cosa.


martedì 6 maggio 2008

latouche su nigrizia

Nigrizia, questo mese, pubblica una mia intervista a Serge Latouche, filosofo, economista, teorico della decrescita e persona deliziosa. Perché vi do questa notizia? Un po' per vanità: vorrei che leggeste l'articolo (in assoluto uno di quelli che ho scritto con maggiore gioia); e un po' per militanza: vorrei contribuire, nel mio piccolo, a diffondere il più possibile il concetto di decrescita.

domenica 4 maggio 2008

Due libri in un colpo solo

A fine mese usciranno più o meno contemporaneamente due miei libri. In tutta franchezza, avrei preferito uscite distanziate, ma le cose hanno preso una piega imprevista...
Uno è sul Bangladesh e si intitola Bangladesh, inferno di delizie (è una frase di Ibn Battuta, il cosiddetto Marco Polo islamico). Lo pubblica Vallecchi e l'anno scorso ha vinto (come inedito) il premio Albatros-Città di Palestrina per la letteratura di viaggio. E', appunto, un diario di viaggio. Tutto ciò che guadagnerò (si spera tanto) dalla vendita di questo libro andrà a sostegno di una onlus che opera in Bangladesh e Burundi: Progetto sorriso nel mondo.
L'altro raccoglie le storie di immigrati dell'Africa nera che in Italia sono riusciti ad affermarsi e a fare cose utili dal punto di vista sociale o culturale per il nostro Paese e/o per quello di provenienza. Lo pubblica Edizioni dell'Arco, un editore particolare che ha scelto come canale distributivo la strada e come venditori gli immigrati senegalesi. E io ho scelto Edizioni dell'Arco perché questa modalità di distribuzione mi appariva particolarmente vicina allo spirito del libro. Ah, dimenticavo il titolo: Africa qui. Le storie che non ci raccontano.
In questi giorni mi sto scervellando per trovare il modo migliore di promuoverli...