venerdì 27 giugno 2008

Bangladesh, corruzione e arsenico

Il settore acqua (per ragioni morfologiche ma non solo) è strategico in Bangladesh ed è inevitabilmente uno dei più esposti al rischio corruzione. Il Global Corruption Report 2008, presentato in questi giorni da Transparency International, evidenzia che ben l'84 per cento dei casi di corruzione a esso legati sono imputabili a persone che, a vario titolo, rappresentano il governo (government officials, riporta il The Daily Star). Il restante 16 per cento è distribuito tra cani sciolti della politica e "gente normale".
La corruzione nel settore acque (che si traduce in opere inutili ma soprattutto in interventi carenti o mancanti) ha conseguenze molto negative in tutti i cosiddetti Paesi in via di sviluppo: l'80 per cento dei problemi di salute, in questi Paesi, è collegato infatti alla mancanza di acqua potabile e servizi igienici adeguati. Ma in Bangladesh la gravità è estrema, perchè questo Paese è anche afflitto da un'annosa e irrisolta emergenza arsenico.
L'arsenico è naturalmente presente nel sottosuolo bangladese. Per secoli e secoli è rimasto in profondità senza dare alcun fastidio, mentre la gente utilizzava per bere, cucinare, lavarsi, irrigare, le acque di superficie, che spesso però risultavano contaminate da batteri fecali e altri agenti patogeni. Intorno agli anni '50 del secolo scorso, le agenzie umanitarie internazionali iniziarono a promuovere la costruzione di pompe che consentissero di arrivare alle acque profonde. Oms, Unicef e governo bangladese partirono in quarta, le trivellazioni cominciarono, nessuno si preoccupò di analizzare l'acqua che le pompe sarebbero andate ad estrarre. E circa 57 milioni di cittadini (allora ancora pakistani orientali) si trovarono a bere, senza saperlo, acqua avvelenata. In breve, più di un quarto tra loro si trovò a lamentare i sintomi dell'arsenicosi: malattie della pelle, dello stomaco e vari tipi di tumore.
Oggi, in Bangladesh, continuano a bere acqua "arsenicata" circa 85 milioni di persone e gli ammalati sono almeno 80 milioni. L'Oms ha definito questo il caso più eclatante ed esteso di avvelenamento collettivo di massa. Sono in tanti che stanno cercando delle soluzioni ma, al momento, senza successo. Alla luce di queste informazioni si comprende ancora di più quanto criminale sia farsi corrompere in faccende d'acqua in Bangladesh.

mercoledì 25 giugno 2008

Bangladesh. Il clima impazzito, i disastri dell'uomo

Blogeko (uno dei miei blog ambientali preferiti) riporta le previsioni di un climatologo bangladese sul futuro del Bangladesh e sulle conseguenze del riscaldamento globale. Seconddo Atiq Rahman le previsioni dell'Ipcc (il pool di scienziati ed esperti climatici che supporta Al Gore) sull'innalzamento dei mari sono sottostimate: la temperatura aumenta, cicloni e inondazioni sono sempre più frequenti e, se non si fa nulla, nel giro di tre generazioni oltre il 70% del territorio bangladese sarà sommerso dall'acqua. Non contesto assolutamente le previsioni di Rahman. Sottolineo però che il Bangladesh sta scontando non solo gli eccessi consumistici dell'Occidente ma anche una politica di sviluppo locale che definire sconsiderata è un eufemismo. Mi riferisco, per esempio, al sostegno economico e strutturale che negli ultimi vent'anni è stato dato (dalla Banca Mondiale, dalla Banca Asiatica di Sviluppo e da altri soggetti "qualificati"...) all'allevamento industriale del gambero, una pratica che ha stravolto il territorio e il tessuto sociale. I cicloni saranno certamente più frequenti oggi che in passato, ma se a proteggere le coste ci fosse ancora la foresta (come era fino a pochi anni fa) invece delle vasche di acquicoltura, magari gli effetti sarebbero meno devastanti... Un altro problema grosso è rappresentato dal disboscamento selvaggio a vantaggio dell'industria del legname o anche di quella edilizia. La distruzione delle foreste riguarda e minaccia, insomma, tutto il territorio. Secondo uno studio della Stamford University di Dhaka, dal 1977 a oggi, la superficie delle foreste del Bangladesh ha perso ben due terzi della sua estensione originaria. Questo ha provocato una moria impressionante di animali e piante e l'impoverimento drammatico della gente che ci viveva, quasi tutti tribali.

martedì 24 giugno 2008

ritorno da roma

Tornata da Roma. E' stato molto strano parlare del Bangladesh davanti a una platea di bangladesi: donne in three pieces, uomini curiosi, bambini. Mi sono sentita, come dire, un po' superflua...

venerdì 20 giugno 2008

C'è un cinema al Pigneto...

Lunedì andrò a presentare il mio libro Bangladesh, Inferno di delizie al cinema Aquila di Roma, dove è in programma una rassegna sul cinema bengalese. Il cinema Aquila si trova al Pigneto, quartiere popolare, alternativo e vivace, diventato tristemente famoso, di recente, per il raid punitivo e razzista compiuto contro gli immigrati del Bangladesh.
Questo cinema si trova in uno spazio che è stato sequestrato alla criminalità organizzata, ristrutturato dal comune di Roma e dato in gestione a una cooperativa sociale che si sta impegnando per favorire le occasioni di incontro e scambio culturale tra la variegata popolazione del quartiere. Ha riaperto i battenti lo scorso 23 maggio. Se voleste saperne di più (e me lo auguro), andate sul sito. Scoprirete molte cose interessanti: sugli artisti e gli intellettuali che stanno collaborando a questo progetto e sulla storia del Pigneto.

mercoledì 18 giugno 2008

Bangladesh. Alessandro, il missionario free lance


Il mio libro dopodomani sarà in libreria e io sto già raccogliendo pareri favorevoli e complimenti. Ovviamente sono contenta. Però ci sono alcune cose che mi dispiacciono. Una, per esempio, è avere solo accennato, in questo libro, al lavoro che Alessandro Mossini sta facendo in Bangladesh. Alessandro è un ragazzo (forse sarebbe meglio dire un uomo: il tempo passa anche per lui) coraggioso e generoso. Qualche anno fa si è trasferito in Bangladesh per fare il volontario pensando di inserirsi in realtà già esistenti. Ma presto si è reso conto che la sua idea di impegno e di servizio era assai diversa da quella dominante nelle suddette realtà e dell'esistenza di zone d'ombra che non immaginava.
Invece di battere la ritirata, ha deciso di restare e "mettersi in proprio". Ha dato vita a un'associazione (Filo di Juta, che ha sede a Parma, città di orgine di Alessandro) e, senza avere alle spalle ricchezze, donors, sponsor o istituzioni, si è messo a lavorare attivamente nel campo della scolarizzazione. In particolare ha creato diverse scuole di villaggio per bambini poveri che non possono pagarsi l'istruzione. Si è mescolato con la gente, ha cercato di avvicinarsi il più possibile alla cultura e alla mentalità locale, ha imparato il bengali, si è impegnato per far conoscere scempi e nefandezze compiute in Bangladesh in nome dello sviluppo (per esempio, gli effetti dell'allevamento industriale del gambero). Quando torna in Italia Alessandro non fa vacanza ma lavora come cameriere piuttosto che come barista, per raccogliere ancora qualche soldino e perché deve comunque pensare al proprio mantenimento. Quando è in Bangladesh, a volte, ha paura di "sbroccare" per la fatica, lo stress e per i mille ostacoli con cui deve misurarsi da solo. Però non ha mai sbroccato. Ho la fortuna di avere diversi amici tra i missionari del Bangladesh e li ammiro molto per il lavoro che fanno. Devo riconoscere però che, rispetto ad Alessandro, sono avvantaggiati dal fatto di avere una struttura dietro le spalle. Ecco: se tornassi a riscrivere il libro, ad Alessandro e al Filo di Juta dedicherei molte e molte pagine in più.

domenica 15 giugno 2008

I santi del Bangladesh*


Gli occidentali imparano, di solito, che la religione musulmana non prevede santi o intermediari col divino. In realtà ci sono molte eccezioni a questa regola. Nel Bangladesh rurale, per esempio, è facile imbattersi nei mazar, gli altari-mausolei dei cosiddetti santi pir. “I pir sono figure-chiave dell’Islam locale, mistici che si richiamavano, soprattutto inizialmente, al sufismo”, spiega Luigi Paggi, missionario saveriano attivo a Satkhira, nel distretto di Khulna, un’area dove i mazar sono numerosi. “Hanno fatto da ponte tra le religioni indigene e l’Islam, permettendo a quest’ultimo di radicarsi nel subcontinente indiano e, in particolare, nel Bengala. I puristi non li vedono di buon occhio, perché il loro culto presenta elementi sincretici: sono frequenti i richiami a divinità induiste, per esempio a Kwaz, il protettore dei pescatori. Ma la verità è che non si può capire la spiritualità del Bangladesh se si prescinde da queste figure, che tanta parte hanno avuto e continuano ad avere nella diffusione della tolleranza e del dialogo religioso”.

Chi sono i pir
Non possono essere considerati santi nel senso cattolico del termine, ma sono certo qualcosa di molto simile: ai pir vengono attribuite caratteristiche morali e intellettuali eccezionali e una particolare capacità di intercessione col divino, che culmina nel potere di fare miracoli. In molti racconti i pir camminano sulle acque, resuscitano i morti, guariscono gli ammalati.
Di viventi, oggi, ne rimangono pochi. Il culto di quelli defunti è custodito dai discepoli e dall’erede spirituale che, in genere ma non sempre, è un famigliare.
I fedeli si recano al mazar soprattutto nei momenti difficili. Si indirizzano verso quello più vicino o più indicato per il loro tipo di problema. Alcuni pir, infatti, sono specializzati in settori specifici. Per esempio, nel recuperare gli oggetti rubati o nel risolvere problemi di salute.
La giornata di un pir è scandita dalla preghiera e dagli incontri con la gente. Oltre a intercessioni e consigli il pir, spesso, fornisce amuleti (tapiz): in genere, ciondoli che contengono versetti del Corano. La forza dei tapiz è direttamente proporzionale alla statura religiosa e morale di chi lo ha fatto. Gli stessi politici (a partire dal primo ministro, Khaleda Zia, e dalla sua storica rivale, Hasina Wajed) amano pubblicizzare i loro pellegrinaggi ai mazar, soprattutto se le elezioni sono vicine. La benedizione di un pir, a prescindere da ogni altro elemento, procura un ottimo ritorno d’immagine.

Veri e falsi pir
I fedeli portano doni e offerte che dovrebbero servire a sostentare il pir e il suo entourage oltre che a finanziare le sue opere sociali (orfanotrofi, scuole…). Per questo i pir non hanno, in genere, preoccupazioni economiche e possono, volendo, arricchirsi facilmente. Ecco quindi che, accanto a figure limpide e specchiate, si staglia una pletora di millantatori pronti a sfruttare la credulità e la fragilità umana. Un esempio letterario (ma ispirato da una vicenda reale) è l’agghiacciante pir santo di cui parla la scrittrice pakistana Tehmina Durrani in un romanzo pubblicato qualche anno fa anche in Italia: Empietà (Neri Pozza). Questo signore, dall’aspetto ieratico e ispirato, coltivava all’interno del suo palazzo ogni genere di perversione e prevaricazione, senza che nessuno osasse contrastarlo. Per paura o per complicità.
Mustafà, uno studente musulmano che collabora con Luigi, mi conferma che il fenomeno dei falsi pir è più diffuso di quanto si creda e che, purtroppo, smascherarli non è facile. Ritiene però che la semplicità con cui un pir vive possa essere un buon criterio di valutazione. “I veri pir sono modesti, sobri e non discriminano nessuno. C’è un hadit che dice: “Tu che vuoi predicare l’Islam va’ in mezzo alla gente e mescolati con loro”. Il pir santo della Durrani non si mescolava alla gente e viveva nel lusso”.

Tolleranza e talebanizzazione
A Nawpara, vicino Jessore, per anni ha operato un pir che si è distinto per semplicità, virtù e acume. “Aveva costruito un orfanotrofio e cercava la compagnia dei fuoricasta, che nella scala sociale bangladese occupano l’infimo posto. Da lui si recavano indifferentemente cristiani, musulmani, indù”, racconta Luigi. “A una riunione del gruppo di dialogo religioso, durante la quale alcuni musulmani stavano accusando i cristiani di politeismo, per via della trinità, ha spiazzato tutti dicendo: “Invece di giudicare gli altri ciascuno dovrebbe fare autocritica. Non vi sembra che noi musulmani diamo talvolta così importanza al Profeta da metterlo quasi sopra ad Allah?”. Adesso questo pir è morto e c’è un suo parente a custodire il culto. Il suo mazar continua ad essere meta di visite.
Da più parti, ma soprattutto da parte statunitense, negli ultimi tempi, si è parlato di un rischio talebanizzazione per il Bangladesh. E’ innegabile che frange fondamentaliste siano in azione (si veda per esempio il gruppo di Bangla Bhai, collegato ad Al Qaeda e responsabile, a quanto pare, dell’impressionante esplosione di bombe avvenuta simultaneamente, in tutti i distretti del Paese, lo scorso agosto). “Ma l’impressione è che queste formazioni siano sostanzialmente ospiti e debbano pescare in altri paesi la propria manovalanza”, osserva Luigi. “L’approccio bangladese verso la fede è molto più tollerante e aperto di quanto l’Occidente disinformato possa supporre. E la diffusione del culto dei pir ne è una prova”. Se talebanizzazione sarà, alla fine, non dipenderà dalla volontà del popolo o da un’ostinata chiusura religiosa ma dalla solitudine a cui questo Paese, a causa dei vari disinteressi economici è stato consegnato. Il Bangladesh, infatti, non ha petrolio e non si trova su alcun asse strategico.

Fede, cultura e giustizia sociale A Nolte, a una manciata di chilometri dalla casa di Luigi, si trova il mazar di un pir morto 40 anni fa. Khan Bahadur Ahsanullah è stato insegnante, teologo, riformatore e si è impegnato tutta la vita per migliorare il sistema di istruzione e promuovere l’uso colto del bengali. La sua tomba è protetta da un tempio bianco, costruito su una piccola altura, al quale si può accedere da tre diverse rampe di scale. E’ circondato da alberi e verde, profumato di fiori e di pulizia. Per entrare bisogna togliere le scarpe. Sul lato destro, al riparo di una tettoia, c’è un gruppo di uomini. Il più anziano, vestito di bianco e appoggiato a una colonna, sta intrecciando tapiz. Si chiama Ansar Uddin Ahmmed ed è il custode del culto, l’erede del pir. Carlos Gonzales Delgadillo, il saveriano messicano che mi sta accompagnando in questo giro, procede alle presentazioni. Mi avevano suggerito di non dire di essere una giornalista, per evitare reazioni poco simpatiche. Invece, Ahmmed e i suoi ospiti non sono per niente contrariati. Ci invitano a sederci e ci dicono che sarebbero felici che in Europa si parlasse del loro grande pir, che ha fatto tanto bene all’Islam e all’umanità. Poco dopo ci raggiunge Enamul Haquela, un giovane colto e informato che ha un ruolo direttivo nell’Ahsania Mission, la missione fondata da Ahsanullah nel 1935 “con lo scopo di servire l’umanità”, e che confina con il tempio. Enamul ci porta a visitare gli uffici e la biblioteca, dove sono allineati volumi di grande interesse filosofico e religioso. Purtroppo per me, la maggior parte è scritta in bengali. Molti sono stati stampati da Ahsania Book, la casa editrice fortemente voluta dal pir. Enamul spiega che il suo pir è ricordato soprattutto per l’impegno a favore degli orfani e dell’istruzione pubblica. La sua autobiografia è stata recentemente tradotta in inglese e dunque adesso è anche alla mia portata. Ne acquisto una copia e resto sorpresa dal prezzo irrisorio rispetto agli standard bangladesi. “Il costo troppo elevato dei libri frena la diffusione della cultura”, dice Enamul. “Noi facciamo di tutto per tenere bassi i prezzi delle nostre pubblicazioni. La diffusione della cultura è estremamente importante per promuovere la giustizia sociale”. Fuori dalla biblioteca c’è un vasto prato apparecchiato: siamo in periodo di Ramadan e di lì a poco si celebrerà collettivamente la rottura del digiuno. Non possiamo fermarci, perché quella stessa sera siamo attesi in un’altra città. Ci lasciamo con la promessa di non dimenticarci.

Gli effetti delle migrazioni
In passato, pir si diventava per discendenza o investitura: perché figli o eredi designati di un pir. Su questa base dovevano innestarsi carisma, virtù e miracoli. Ahsanullah, per esempio, era figlio del discepolo di un pir noto come l’Iraniano. Da qualche tempo, però, le cose stanno cambiando e sono sempre più frequenti le investiture dal basso. L’antropologa inglese Katy Gardner, che a questo argomento ha dedicato una ricerca, riporta un caso molto interessante, “ambientato” nel Sylhet, uno dei distretti bangladesi con il più alto tasso migratorio. Il protagonista è Abdul Hossain, un uomo emigrato in Inghilterra e a cui lo status di pir è stato riconosciuto dopo la morte. I suoi famigliari, grazie alle rimesse che arrivavano dall’Europa, hanno migliorato le proprie condizioni di vita, al punto di decidere di costruire l’altare e avviare il culto. Non hanno preteso di fondare la legittimità di Abdul sui miracoli o sul carisma, bensì sulla conoscenza del Corano. Abdul, secondo la Gardner, non è un falso pir ma un segno tangibile dei tempi che cambiano. Una canzone popolare dice: “Il mio pir è una cosa preziosa. Trasforma il ferro in oro”. Il significato non letterale di queste parole è: il mio pir è in grado di aumentare la prosperità di chi crede in lui. In una cultura come quella bengalese, che considera la ricchezza un segno di benevolenza divina, questa è una capacità straordinaria. Non un miracolo ma quasi. “I migranti, con le loro rimesse, riescono a fare quello che ai pir riusciva con i miracoli”, è la tesi di Gardner. “Sia per quanto riguarda il miglioramento delle condizioni di vita nei villaggi, sia per l’aiuto dato ad altre persone intenzionate a seguire il loro esempio”.
Il benessere conquistato con l’emigrazione appare dunque come qualcosa di miracoloso ed estremamente legittimante, agli occhi di chi resta. Da un lato, dunque, la migrazione ha modificato la visione e la figura del pir, dall’altro è la devozione verso il pir a rivelarsi un elemento determinante nel sostenere le nuove partenze. Agli occhi occidentali la scelta migratoria (con tutti i rischi e i patimenti connessi) spesso appare incomprensibile o dettata solo dalla disperazione. In questo sfondo, invece, recupera tutta la sua statura esistenziale e si qualifica anche come un formidabile strumento di trasformazione sociale. Verrebbe, infatti, ad avere una ricaduta positiva rispetto al sistema delle caste che, nonostante l’Islam, pervade la mentalità bengalese e ingessa la società. Rappresenta un’argomentazione più che valida per non accettare che il destino venga segnato dalla nascita e sentirsi autorizzati a tentare di cambiare la propria sorte. Naturalmente, con l’aiuto di Dio e del pir.
*questo articolo è stato pubblicato su Popoli


venerdì 13 giugno 2008

Lampedusa Porta d'Europa

La Porta di Lampedusa, il monumento dedicato alla memoria delle centinaia e centinaia di vittime senza nome che hanno perso la vita in mare, tentando di raggiungere l'Europa, sarà inaugurato il prossimo 28 giugno.
In questo momento la Porta (cinque metri di altezza per tre di larghezza, realizzata in ceramica refrattaria dall'artista Mimmo Paladino) è in viaggio, si trova in Campania. Salvo imprevisti, dovrebbe arrivare a Lampedusa il 24.
A promuovere l'iniziativa Amani, Arnoldo Mosca Mondadori, la onlus di Lampedusa Alternativa Giovani e la comunità dei ragazzi di strada di Koinonia. L'elenco completo di quanti hanno firmato per questo monumento si trova sul sito di Amani.
Nell'immagine, il bozzetto della Porta.

mercoledì 11 giugno 2008

Bangladesh. Hasina va negli Usa


Hasina Wajed, leader della Lega Awami, agli arresti domiciliari dalla scorsa estate, ha ricevuto improvvisamente il permesso di recarsi negli Stati Uniti (e soggiornarvi per otto settimane) in modo da curare la malattia che la starebbe portando alla cecità. Da tempo Hasina aveva fatto richiesta in questo senso ma l'istanza era sempre stata respinta, a causa di imprecisati ostacoli. Come si spiega il cambiamento? Con ogni probabilità il governo ad interim sta preparando il terreno per il post elezioni, barattando la propria futura immunità con una serie di favori ai soggetti politici che potrebbero ritornare sulla scena. Nella foto si vede Hasina sorridente, al balcone delle casa-prigione di lusso in cui è stata trattenuta finora, mentre saluta i suoi fan. Secondo alcune voci, la sua rivale Khaleda starebbe per ottenere il permesso di mandare all'estero a curarsi (non si sa bene da cosa) due dei suoi figli, attualmente anche loro agli arresti. Considerazione: per capire la politica bangladese, forse, la cosa da fare è mettere da parte le categorie che abitualmente utilizziamo nel discorso politico made in Occidente e abituarsi a utilizzarne altre. Quali, ancora, non mi è chiaro.

martedì 10 giugno 2008

Senegal. Giocare alle signore


Dopo tanto Bangladesh mi è venuta voglia di un po' d'Africa. Questa foto l'ho scattata in un sobborgo di Dakar: una bambina che gioca a fare la signora...

lunedì 9 giugno 2008

Bangladesh inferno di delizie alle Oblate di Firenze

«Una mattina di qualche anno fa il mio direttore mi ha chiesto se me la sarei sentita di partire per un paese difficile, con dei medici impegnati in un progetto umanitario e un fotografo famoso. Il paese era il Bangladesh, la domanda, come minimo, inusuale: un giornale come il mio non manda i giornalisti nei paesi difficili e raramente lavora con fotografi famosi che non siano di moda. Del Bangladesh, io sapevo davvero solo tre cose: che era uno stato musulmano, che era poverissimo e che si era separato dal Pakistan, con molto spargimento di sangue, nel 1971. Le mie informazioni finivano lì. Non avevo mai oltrepassato, fino a quel momento, i rassicuranti confini dell’Europa e non avevo idea di come mi sarei adattata al clima monsonico né di come avrei reagito alla concentrazione di pathos che si preannunciava. I medici erano chirurghi maxillo-facciali, ogni anno andavano a Khulna, città di cui sentivo il nome per la prima volta, a ricomporre le bocche e i palati di bambini nati con il labbro leporino e altre malformazioni del viso. Bambini che, a causa di questo loro problema, spesso non avevano imparato a parlare e a masticare. Piccoli mostri tenuti ai margini e guardati dalla società con un misto di repulsione e sospetto. Quel difetto, così marcato, impossibile da nascondere, veniva talvolta letto come un segno di infamia impresso da Dio, da cui non ci si poteva riscattare. L’intervento, che i medici offrivano gratuitamente, cancellava contemporaneamente la colpa e la pena e rappresentava una specie di rinascita. Le operazioni venivano fatte al Santa Maria Sick Assistance Center, un ospedale costruito da missionari saveriani e gestito da alcune suore. Io avrei dormito lì, con i medici, le infermiere, i ferristi. Il fotografo famoso era Guido Harari, noto per avere immortalato i musicisti più celebri del mondo, da Laurie Anderson a Frank Zappa. Era strano immaginarlo a fare un reportage di quella natura. Prima ancora di sapere tutte queste cose, al mio direttore avevo comunque risposto di sì, senza troppe esitazioni...».

Questo è l'inizio di Bangladesh inferno di delizie, un libro che ho scritto con grande passione e che finalmente vede la luce. Il titolo riprende la definizione dal Bengala data da Ibn Battuta, il Marco Polo Islamico. Presento il volume domani a Firenze, intorno alle 18, alla Biblioteca delle Oblate (via dell'Oriuolo 26, terrazza al secondo piano) in concomitanza con la rassegna Firenze città dei lettori. Il libro può essere acquistato già ora in internet. L'arrivo nelle librerie è previsto per il 20 giugno. Acquistando il volume si sostiene la onlus Progetto Sorriso nel Mondo.

venerdì 6 giugno 2008

Dodicimila arresti in sette giorni. Il regime a tempo del Bangladesh

Dodicimila arresti in sette giorni. In Bangladesh è in corso una mega operazione di polizia finalizzata, sulla carta, a rendere il Paese più sicuro in vista delle elezioni politiche di dicembre. Ma l'obiettivo non dichiarato del governo militare provvisoriamente in carica da 16 mesi è ovviamente un altro: eliminare velocemente il più alto numero possibile di oppositori. Non a caso tra gli arrestati ci sono pochissimi "criminali" e una quantità impressionante di persone più o meno legate alla Lega Awami e al BNP (i due partiti pincipali). Non a caso la maggior parte degli arresti è avvenuta senza nessuna giustificazione di tipo legale. Lo stato d'emergenza, in vigore da gennaio 2007 ha significato, tra le altre cose, la revoca delle garanzie costituzionali e il divieto di attività politica. Il governo ad interim non ha reso noto se e quando lo stato d'emergenza sarà revocato. Ma questa cosa prima o poi dovrà accadere, per dare alla campagna elettorale una parvenza di regolarità. L'esecutivo intanto cerca di far passare gli arresti come normali operazioni di routine ma il panico si sta diffondendo tra la popolazione che non sa cosa aspettarsi. L'unico dato certo è che l'operazione pulizia dovrebbe dovrebbe andare avanti ancora altre tre settimane.

Domanda: come si è arrivati a una situazione come questa? Alla fine del 2006 si sarebbero dovute tenere in Bangladesh le elezioni politiche. Nei mesi precedenti scoppiarono però violentissimi disordini che costarono la vita a più di 40 persone. Il Presidente della Repubblica decise di fermare i giochi nominando un governo provvisorio, appoggiato dall'esercito, che avrebbe dovuto portare il Paese a elezioni pulite e trasparenti entro la fine del 2008. Il governo provvisorio, guidato da Fakhruddin Ahmed, ha decretato lo stato d'emergenza (con tutti i suoi corollari censori) e si è assunto l'onere di ripulire la scena da corrotti e corruttori. Proposito degnissimo sulla carta ma che, come è sempre più evidente, è servito a far piazza pulita degli avversari politici e degli oppositori e a giustificare il ricorso sistematico ad arresti arbitrari e alla tortura. Le due signore della politica bangladese, l'ex primo ministro Khaleda Zia e la sua nemica giurata Sheika Hasina (personaggi tutt'altro che limpidi) sono state arrestate. Insieme a loro un centinaio di nomi eccellenti della politica ma anche tanti pesci piccoli e, poi, giornalisti, attivisti per dirittti umani, studenti, rappresentanti dei gruppi tribali, gente comune. Affermare che oggi il Bangladesh si trovi sotto dittatura militare non è un'iperbole. L'unica nota positiva è che dovrebbe trattarsi di una dittatura a tempo.

giovedì 5 giugno 2008

Bangladesh. Tra i neri del Bengala



Hanno la pelle scura, il naso schiacciato, le labbra carnose, i capelli crespi. L’osservatore distratto potrebbe pensare di trovarsi di fronte a discendenti di neri africani, portati dagli inglesi nel subcontinente indiano. A uno sguardo più attento, i Munda rivelano invece la propria vicinanza agli aborigeni australoidi. Ed è probabile, infatti, che siano arrivati dal sud, in un periodo in cui esisteva un collegamento terrestre tra l’India e l’Australia. Anche se, tra gli studiosi, c’è chi li considera autoctoni. Quel che è certo è che questi tribali, dalle caratteristiche somatiche inconfondibili, vivono oggi nell’India del Nord e in Bangladesh, e continuano a esprimersi usando una lingua, il kolarian, assai diversa dal bengali e dall’hindi.

La società munda è paterlineare, ma il rapporto tra uomini e donne è centrato sulla collaborazione e sul rispetto. Una sorta di rituale, che ricorre in occasione dei matrimoni, evidenzia bene questo aspetto. Lo sposo sale sul tetto della capanna e simula uno stato di disperazione, dicendo di aver paura di non farcela a sostenere la responsabilità della famiglia. La sposa lo convince a scendere dicendogli che non deve preoccuparsi, perché lei lo aiuterà in caso di bisogno. E non è solo teoria. Non c’è una divisione rigida tra spazi maschili e femminili ed è assai frequente vedere uomini e donne, nei campi, che lavorano insieme.
In India i Munda sono concentrati nel distretto di Ranchi. Hanno una consistenza numerica che li ha messi in condizione di esercitare una pressione politica. Non a caso, oggi, i loro diritti sono riconosciuti e, tra i cardinali indiani, c’è anche un munda.
In Bangladesh, invece, sono una minoranza tra le più discriminate: perché “fuori” dal sistema delle caste e per il colore della pelle. Da queste parti il nero è considerato brutto e squalificante. “Come altri tribali, sono sempre stati disprezzati anche per le abitudini alimentari. Mangiano lumache e topi. Cose che disgustano i bengalesi”, spiega Luigi Paggi, un missionario saveriano che da diversi anni lavora con i munda. “Lo status di non-persone è confermato dall’appellativo usato anche dagli organi di stampa o nei documenti ufficiali per riferirsi a loro. Li chiamano “buno”, cioè selvaggi, o “upojati”, cioè sottorazza. Una condizione peggiore di quella degli stessi fuori casta. Che, pur confinati sullo scalino più basso e considerati impuri, fanno comunque parte della società”.

I Munda del Bangladesh, con ogni probabilità, sono arrivati dall’India, più o meno due secoli e mezzo fa, portati - loro sì - dagli inglesi. Che avevano bisogno di braccia forti ed esperte (naturalmente indigene), per strappare campi da coltivare e terreni edificabili alla giungla e alle tigri. I Munda, abili tiratori di frecce, abituati a vivere nella foresta, sembravano essere fatti apposta per attendere a questo compito. La loro emigrazione cominciò così e la ricompensa fu il riconoscimento della proprietà su piccoli appezzamenti nelle zone disboscate. Da nulla tenenti divennero proprietari terrieri. Gli inglesi, contestualmente, emanarono una legge che vietava ai non munda di acquistare proprietà dei munda. Era una misura cautelativa per evitare che questi tribali, ingenui, analfabeti e inclini a scegliere l’uovo oggi piuttosto che la gallina domani, si facessero gabbare. “Ma i musulmani e gli indù escogitarono ben presto un sistema per mettere le mani sulle loro terre”, racconta Paggi. “Li convinsero a cambiare cognome, ad assumerne uno che, mimetizzando le origini, facilitasse la loro integrazione. In particolare, suggerirono il cognome Shardar, comune a indù e musulmani. E, in cambio di somme ridicole, riuscirono ad acquistare le terre che volevano”. I Munda si trovarono così sradicati, con cognomi posticci e padroni di nulla. Privati anche dell’identità etnica e religiosa. Furono, infatti, classificati, come indù di bassa casta e, nonostante avessero una propria religione animista, fu loro imposto l’induismo. Non ci fu una persecuzione contro di loro. Almeno, non nel senso corrente del termine. Ma furono create le condizioni che li portarono a un inevitabile declino numerico e culturale.

Quanti Munda vivano oggi in Bangladesh non è dato sapere. Stando all’edizione più recente dello Statistical Pocketbook (che riporta i dati del Bureau of Statistics nazionale e può essere considerato quindi una fonte ufficiale) sarebbero appena 2112, concentrati nella divisione (regione) di Khulna. Ci sarebbero però ben 13.914 tribali, definiti genericamente buno, in quella di Rajshahi, al nord del Paese. Ma questi numeri non sono convincenti. A Shamnagar, che è una zona al confine con la foresta del Sunderbans ed è quella in cui Luigi Paggi risiede stabilmente, i missionari saveriani hanno potuto constatare, per esempio, la presenza di almeno 3500 munda che, per le autorità bangladeshi, non esistono. “Molto probabilmente si tratta dei figli e dei nipoti di un gruppo che era stato ingaggiato da proprietari terrieri musulmani per deforestare in loco. Stando ai loro racconti, dovrebbero essersi trasferiti una quarantina di anni fa. A ridosso dell’indipendenza del Bangladesh. Sono venuti a vivere qui e sono rimasti ai margini della società. Senza diritti e dimenticati”.
E’ possibile che, in altre zone del Paese, altri gruppi abbiano avuto la stessa sorte. Ma è difficile saperlo con certezza: i contatti tra le tribù sono estremamente rarefatti. “I ‘miei’, per esempio, non hanno rapporti con i fratelli-buno di Rajshahi, (che, nel frattempo, sono diventati quasi tutti cristiani). Per fortuna, invece, il legame con l’India è stato mantenuto. E questo ci ha permesso di ottenere informazioni importanti per tentare il recupero delle radici”, osserva Paggi. Il suo lavoro, in questi anni, è consistito, soprattutto, nell’aiutare queste persone a (ri)trovare la consapevolezza della propria storia, a (ri)scoprire una sorta di “orgoglio munda”. Senza chiedere conversioni in cambio. “La prime volte che entravo nei villaggi, rimanevo sorpreso dalla ritrosia delle persone ad avvicinarsi. Non avevano domande da fare e niente da mostrare. Sembravano addirittura non avere più memoria delle loro tradizioni. Un atteggiamento che non faceva che renderli ancora più invisibili agli occhi delle istituzioni”, racconta. “Adesso la situazione sta cambiando”. Chi scrive ha potuto constatarlo direttamente visitando, con padre Luigi e un altro missionario saveriano, Carlos Gonzales Delgadillo, un piccolo insediamento al limite della foresta. Una dozzina di capanne di fango e lamiera, con i tetti ricoperti di foglie, a pochi metri dal fiume, protette da un terrapieno. Siamo stati accolti con una grande tranquillità e abbiamo assistito e partecipato a una danza collettiva. Assolutamente estemporanea. Un’autentica danza munda, condotta dalle donne e accompagnata da strumenti musicali. Fino a qualche anno fa non sarebbe stato possibile: solo pochi anziani, infatti, erano in grado di ricordare balli e canzoni tradizionali e, in ogni caso, erano troppo intimoriti per svelarsi davanti a uno straniero.
Ma adesso i Munda di Shamnagar stanno ritrovando la memoria e si indignano per le “amnesie” degli altri. “Qualche mese fa c’è stato un incontro tra loro e un gruppo tribale di Jessore (una città vicina), un gruppo affine ai Munda ma, per così dire, non ancora coscientizzato”, racconta Paggi. “Quelli di Shamnagar si sono presentati con un senso di orgoglio, dicendo: “Noi siamo aborigeni munda “. Gli altri hanno risposto: “Noi siamo tribali, hindù, shordar”. Questa dichiarazione ha creato scompiglio. Tanto da indurre un anziano munda di Shamnagar a farsi dare il microfono. “E’ la prima volta che parlo con un arnese come questo e non so se sono capace”, ha detto. “Ma non posso fare finta di niente. Voi non potete aver dimenticato così le vostre radici!” E, a questo punto, ha cominciato a cantare una canzone. Un’anziana del gruppo di Jessore l’ha riconosciuta e si è unita a lui. E’ stato un momento molto importante ed emozionante per le due comunità”.
E c’è un altro segnale di cambiamento, infine, forse meno suggestivo ma assai promettente. Riguarda il famigerato cognome Shordar: molti lo stanno rigettando per ripristinare l’originario e inequivocabile Munda.

mercoledì 4 giugno 2008

Marcia per il clima

Sabato 7 giugno Milano si mette in marcia per richiamare l'attenzione sull'emergenza climatica. Sarà una grande manifestazione organizzata dalle principali associazioni ambientaliste italiane. Partecipa con un suo striscione anche il Nodo di Milano dell'Associazione per la Decrescita. Appuntamento alle 14.30, in piazza San Babila, davanti alla fontana, dal lato di via Borgogna, dietro allo striscione che riporta la frase di Kenneth Boulding: "Chi crede che sia possibile una crescita infinita in un mondo finito o è un pazzo o è un economista".

martedì 3 giugno 2008

Bangladesh. Vietato parlare di Tasneem Khalil


Vi dice qualcosa il nome Tasneem Khalil? Suppongo di no. La sua vicenda in Italia è rimasta sconosciuta, come d'altra parte quasi tutte le vicende bangladesi. Tasneem Khalil è un giornalista bravo e coraggioso. Scriveva per il The Daily Star, uno dei principali quotidiani del Paese, faceva corrispondenze per la CNN e aveva un blog molto interessante, nel quale si trovavano notizie che sui media ufficiali mai avrebbero potuto avere cittadinanza. Per esempio, informazioni dettagliate sull'uso della tortura e le violazioni dei diritti umani compiute dal governo provvisorio in nome della sicurezza o della lotta alla corruzione. A maggio dello scorso anno, alcuni uomini della joint task force, l'ala dell'esercito che il governo bangladese sta ufficialmente impiegando nella lotta alla corruzione, hanno fatto irruzione a casa sua e lo hanno portato via: senza spiegazioni e sottolineando che loro, di spiegazioni, non erano tenuti a darne. Chi viene portato via dalla joint task force in genere non ritorna a casa vivo. Tasneem aveva molti contatti, anche e soprattutto fuori dal Bangladesh. Sua moglie ha subito dato l'allarme e la vicenda è rimbalzata all'estero. Questa è stata la sua fortuna. Dopo appena 24 ore è stato rilasciato, senza capi di imputazione e ufficialmente in buona salute. Il blog è stato oscurato e di lui si sono perse le tracce. La voce che correva era che fosse stato torturato e minacciato. Oggi, grazie a un report dell'associazione Human Rights Watch (con cui Tasneem collaborava) sappiamo nei dettagli cosa è accaduto: l'arresto organizzato come un'imboscata, 22 ore di tortura e di accuse deliranti, il rilascio rocambolesco e la fuga in Svezia. La notizia però, a ben vedere, non è il report, bensì il fatto che i media bangladesi, anche il The Daily Star, abbiano deciso di ignorarlo o, meglio, siano stati costretti a farlo. Una omissione che la dice lunga sullo stato attuale dell'informazione in Bangladesh e sul clima di intimidazione in cui il Paese si avvia alle elezioni.