
Gli occidentali imparano, di solito, che la religione musulmana non prevede santi o intermediari col divino. In realtà ci sono molte eccezioni a questa regola. Nel Bangladesh rurale, per esempio, è facile imbattersi nei mazar, gli altari-mausolei dei cosiddetti santi pir. “I pir sono figure-chiave dell’Islam locale, mistici che si richiamavano, soprattutto inizialmente, al sufismo”, spiega Luigi Paggi, missionario saveriano attivo a Satkhira, nel distretto di Khulna, un’area dove i mazar sono numerosi. “Hanno fatto da ponte tra le religioni indigene e l’Islam, permettendo a quest’ultimo di radicarsi nel subcontinente indiano e, in particolare, nel Bengala. I puristi non li vedono di buon occhio, perché il loro culto presenta elementi sincretici: sono frequenti i richiami a divinità induiste, per esempio a Kwaz, il protettore dei pescatori. Ma la verità è che non si può capire la spiritualità del Bangladesh se si prescinde da queste figure, che tanta parte hanno avuto e continuano ad avere nella diffusione della tolleranza e del dialogo religioso”.
Chi sono i pir Non possono essere considerati santi nel senso cattolico del termine, ma sono certo qualcosa di molto simile: ai pir vengono attribuite caratteristiche morali e intellettuali eccezionali e una particolare capacità di intercessione col divino, che culmina nel potere di fare miracoli. In molti racconti i pir camminano sulle acque, resuscitano i morti, guariscono gli ammalati.
Di viventi, oggi, ne rimangono pochi. Il culto di quelli defunti è custodito dai discepoli e dall’erede spirituale che, in genere ma non sempre, è un famigliare.
I fedeli si recano al mazar soprattutto nei momenti difficili. Si indirizzano verso quello più vicino o più indicato per il loro tipo di problema. Alcuni pir, infatti, sono specializzati in settori specifici. Per esempio, nel recuperare gli oggetti rubati o nel risolvere problemi di salute.
La giornata di un pir è scandita dalla preghiera e dagli incontri con la gente. Oltre a intercessioni e consigli il pir, spesso, fornisce amuleti (tapiz): in genere, ciondoli che contengono versetti del Corano. La forza dei tapiz è direttamente proporzionale alla statura religiosa e morale di chi lo ha fatto. Gli stessi politici (a partire dal primo ministro, Khaleda Zia, e dalla sua storica rivale, Hasina Wajed) amano pubblicizzare i loro pellegrinaggi ai mazar, soprattutto se le elezioni sono vicine. La benedizione di un pir, a prescindere da ogni altro elemento, procura un ottimo ritorno d’immagine.
Veri e falsi pir I fedeli portano doni e offerte che dovrebbero servire a sostentare il pir e il suo entourage oltre che a finanziare le sue opere sociali (orfanotrofi, scuole…). Per questo i pir non hanno, in genere, preoccupazioni economiche e possono, volendo, arricchirsi facilmente. Ecco quindi che, accanto a figure limpide e specchiate, si staglia una pletora di millantatori pronti a sfruttare la credulità e la fragilità umana. Un esempio letterario (ma ispirato da una vicenda reale) è l’agghiacciante pir santo di cui parla la scrittrice pakistana Tehmina Durrani in un romanzo pubblicato qualche anno fa anche in Italia: Empietà (Neri Pozza). Questo signore, dall’aspetto ieratico e ispirato, coltivava all’interno del suo palazzo ogni genere di perversione e prevaricazione, senza che nessuno osasse contrastarlo. Per paura o per complicità.
Mustafà, uno studente musulmano che collabora con Luigi, mi conferma che il fenomeno dei falsi pir è più diffuso di quanto si creda e che, purtroppo, smascherarli non è facile. Ritiene però che la semplicità con cui un pir vive possa essere un buon criterio di valutazione. “I veri pir sono modesti, sobri e non discriminano nessuno. C’è un hadit che dice: “Tu che vuoi predicare l’Islam va’ in mezzo alla gente e mescolati con loro”. Il pir santo della Durrani non si mescolava alla gente e viveva nel lusso”.
Tolleranza e talebanizzazione A Nawpara, vicino Jessore, per anni ha operato un pir che si è distinto per semplicità, virtù e acume. “Aveva costruito un orfanotrofio e cercava la compagnia dei fuoricasta, che nella scala sociale bangladese occupano l’infimo posto. Da lui si recavano indifferentemente cristiani, musulmani, indù”, racconta Luigi. “A una riunione del gruppo di dialogo religioso, durante la quale alcuni musulmani stavano accusando i cristiani di politeismo, per via della trinità, ha spiazzato tutti dicendo: “Invece di giudicare gli altri ciascuno dovrebbe fare autocritica. Non vi sembra che noi musulmani diamo talvolta così importanza al Profeta da metterlo quasi sopra ad Allah?”. Adesso questo pir è morto e c’è un suo parente a custodire il culto. Il suo mazar continua ad essere meta di visite.
Da più parti, ma soprattutto da parte statunitense, negli ultimi tempi, si è parlato di un rischio talebanizzazione per il Bangladesh. E’ innegabile che frange fondamentaliste siano in azione (si veda per esempio il gruppo di Bangla Bhai, collegato ad Al Qaeda e responsabile, a quanto pare, dell’impressionante esplosione di bombe avvenuta simultaneamente, in tutti i distretti del Paese, lo scorso agosto). “Ma l’impressione è che queste formazioni siano sostanzialmente ospiti e debbano pescare in altri paesi la propria manovalanza”, osserva Luigi. “L’approccio bangladese verso la fede è molto più tollerante e aperto di quanto l’Occidente disinformato possa supporre. E la diffusione del culto dei pir ne è una prova”. Se talebanizzazione sarà, alla fine, non dipenderà dalla volontà del popolo o da un’ostinata chiusura religiosa ma dalla solitudine a cui questo Paese, a causa dei vari disinteressi economici è stato consegnato. Il Bangladesh, infatti, non ha petrolio e non si trova su alcun asse strategico.
Fede, cultura e giustizia sociale A Nolte, a una manciata di chilometri dalla casa di Luigi, si trova il mazar di un pir morto 40 anni fa. Khan Bahadur Ahsanullah è stato insegnante, teologo, riformatore e si è impegnato tutta la vita per migliorare il sistema di istruzione e promuovere l’uso colto del bengali. La sua tomba è protetta da un tempio bianco, costruito su una piccola altura, al quale si può accedere da tre diverse rampe di scale. E’ circondato da alberi e verde, profumato di fiori e di pulizia. Per entrare bisogna togliere le scarpe. Sul lato destro, al riparo di una tettoia, c’è un gruppo di uomini. Il più anziano, vestito di bianco e appoggiato a una colonna, sta intrecciando tapiz. Si chiama Ansar Uddin Ahmmed ed è il custode del culto, l’erede del pir. Carlos Gonzales Delgadillo, il saveriano messicano che mi sta accompagnando in questo giro, procede alle presentazioni. Mi avevano suggerito di non dire di essere una giornalista, per evitare reazioni poco simpatiche. Invece, Ahmmed e i suoi ospiti non sono per niente contrariati. Ci invitano a sederci e ci dicono che sarebbero felici che in Europa si parlasse del loro grande pir, che ha fatto tanto bene all’Islam e all’umanità. Poco dopo ci raggiunge Enamul Haquela, un giovane colto e informato che ha un ruolo direttivo nell’Ahsania Mission, la missione fondata da Ahsanullah nel 1935 “con lo scopo di servire l’umanità”, e che confina con il tempio. Enamul ci porta a visitare gli uffici e la biblioteca, dove sono allineati volumi di grande interesse filosofico e religioso. Purtroppo per me, la maggior parte è scritta in bengali. Molti sono stati stampati da Ahsania Book, la casa editrice fortemente voluta dal pir. Enamul spiega che il suo pir è ricordato soprattutto per l’impegno a favore degli orfani e dell’istruzione pubblica. La sua autobiografia è stata recentemente tradotta in inglese e dunque adesso è anche alla mia portata. Ne acquisto una copia e resto sorpresa dal prezzo irrisorio rispetto agli standard bangladesi. “Il costo troppo elevato dei libri frena la diffusione della cultura”, dice Enamul. “Noi facciamo di tutto per tenere bassi i prezzi delle nostre pubblicazioni. La diffusione della cultura è estremamente importante per promuovere la giustizia sociale”. Fuori dalla biblioteca c’è un vasto prato apparecchiato: siamo in periodo di Ramadan e di lì a poco si celebrerà collettivamente la rottura del digiuno. Non possiamo fermarci, perché quella stessa sera siamo attesi in un’altra città. Ci lasciamo con la promessa di non dimenticarci.
Gli effetti delle migrazioni In passato, pir si diventava per discendenza o investitura: perché figli o eredi designati di un pir. Su questa base dovevano innestarsi carisma, virtù e miracoli. Ahsanullah, per esempio, era figlio del discepolo di un pir noto come l’Iraniano. Da qualche tempo, però, le cose stanno cambiando e sono sempre più frequenti le investiture dal basso. L’antropologa inglese Katy Gardner, che a questo argomento ha dedicato una ricerca, riporta un caso molto interessante, “ambientato” nel Sylhet, uno dei distretti bangladesi con il più alto tasso migratorio. Il protagonista è Abdul Hossain, un uomo emigrato in Inghilterra e a cui lo status di pir è stato riconosciuto dopo la morte. I suoi famigliari, grazie alle rimesse che arrivavano dall’Europa, hanno migliorato le proprie condizioni di vita, al punto di decidere di costruire l’altare e avviare il culto. Non hanno preteso di fondare la legittimità di Abdul sui miracoli o sul carisma, bensì sulla conoscenza del Corano. Abdul, secondo la Gardner, non è un falso pir ma un segno tangibile dei tempi che cambiano. Una canzone popolare dice: “Il mio pir è una cosa preziosa. Trasforma il ferro in oro”. Il significato non letterale di queste parole è: il mio pir è in grado di aumentare la prosperità di chi crede in lui. In una cultura come quella bengalese, che considera la ricchezza un segno di benevolenza divina, questa è una capacità straordinaria. Non un miracolo ma quasi. “I migranti, con le loro rimesse, riescono a fare quello che ai pir riusciva con i miracoli”, è la tesi di Gardner. “Sia per quanto riguarda il miglioramento delle condizioni di vita nei villaggi, sia per l’aiuto dato ad altre persone intenzionate a seguire il loro esempio”.
Il benessere conquistato con l’emigrazione appare dunque come qualcosa di miracoloso ed estremamente legittimante, agli occhi di chi resta. Da un lato, dunque, la migrazione ha modificato la visione e la figura del pir, dall’altro è la devozione verso il pir a rivelarsi un elemento determinante nel sostenere le nuove partenze. Agli occhi occidentali la scelta migratoria (con tutti i rischi e i patimenti connessi) spesso appare incomprensibile o dettata solo dalla disperazione. In questo sfondo, invece, recupera tutta la sua statura esistenziale e si qualifica anche come un formidabile strumento di trasformazione sociale. Verrebbe, infatti, ad avere una ricaduta positiva rispetto al sistema delle caste che, nonostante l’Islam, pervade la mentalità bengalese e ingessa la società. Rappresenta un’argomentazione più che valida per non accettare che il destino venga segnato dalla nascita e sentirsi autorizzati a tentare di cambiare la propria sorte. Naturalmente, con l’aiuto di Dio e del pir.
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questo articolo è stato pubblicato su Popoli