lunedì 29 settembre 2008

Bangladesh inferno di delizie. Presentazione a Milano


Domani, alle ore 21, allo Spazio Tadini (via Jommelli 24) presento Bangladesh inferno di delizie. Sarà una cosa molto informale e amichevole (queste almeno le mie intenzioni). Durante la serata proietteremo il book trailer riferito al libro, realizzato da un amico bravissimo (Enrico Deni) utilizzando le immagini di un altro amico bravissimo (Massimo Dall'Argine). Chiacchiereremo in libertà con un bel sottofondo di musica bangla. Vi aspetto!!!!

domenica 28 settembre 2008

Parole che non sono "solo parole"

Su Internazionale numero 758 è stato pubblicato un articolo dello scrittore inglese John Foot sul modo subdolo e vergognoso con cui stampa e media italiani usano troppo spesso la parola clandestino. Per leggerlo, cliccate qui. Vi troverete così nel sito di Informazione Pulita, che ha promosso qualche mese fa l'appello (rivolto ai giornalisti) I media rispettino il popolo rom.
Io ho aderito lo scorso 22 maggio ed esorto i colleghi, che non conoscesero questa campagna e passassero di qui, a farlo anche loro. Informazione Pulita chiede, in particolare, a chi lavora nei media di eliminare dal proprio vocabolario parole ormai divenute consuete ma caratterizzate da una connotazione fortemente negativa, in primis proprio clandestino.
Qualche tempo fa mi è capitato di vedere un servizio del tg di Emilio Fede dove, per tre o quattro minuti abbondanti, si è parlato degli sbarchi a Lampedusa: lo speaker, un vero funambolo delle parole, è riuscito a parlare tutto quel tempo senza mai usare la parola persone a proposito delle persone che erano sbarcate, chiamandoli viavia irregolari, clandestini, stranieri, extracomunitari...
Aggettivi a gogò, insomma, ma mai l'unico sostantivo semanticamente ed eticamente appropriato.

martedì 23 settembre 2008

Bangladesh. Wave to reaction


Domani si inaugura a Milano (a Micamera, via Medardo Rosso 19) una mostra fotografica che dura tre giorni (fino al 27 settembre) e poi si sposterà nelle Feltrinelli di alcune città. E' una mostra che racconta volti e storie di persone subito dopo Sidr, il ciclone che lo scorso novembre, ha investito il Bangladesh. L'autrice è una fotografa italiana brava e sensibile, più interessata all'anima delle persone che allo scoop. Si chiama Alessandra D'Urso. Se siete a Milano, andate a dare un'occhiata.

domenica 21 settembre 2008

Pensiero minimo

Ieri sera mi ha cercato Sara, una mia amica diciottenne, nera di pelle, italiana di nazionalità, perché nata e cresciuta a Milano, da una mamma eritrea e un papà etiope, rifugiati tanti anni fa. Sara è la persona che mi ha spinta a scrivere Africa qui, il mio libro che raccoglie le storie di immigrati neri che in Italia si sono affermati e che dovrebbe essere già in distribuzione per le strade di Milano (ma io in realtà non l'ho ancora visto). Infatti, era stata lei a chiedermi, di ritorno da un breve viaggio a Londra, perché mai in Italia i neri, a differenza di quel che accade in altri Paesi, dovessero fare solo lavori umili e pesanti, di quelli che fanno puzzare senza onore. E io le avevo detto "guarda che non è così e te lo dimostrerò". E mi ero messa a raccogliere storie e a scrivere il libro.
Sara mi cercava perché voleva dirmi che lei era amica del ragazzino di origine burkinabé ammazzato a sprangate in via zuretti, e che era ancora scioccata anche molto arrabbiata per il modo in cui politici, con l'amplificazione dei mezzi di informazione, stavano strumentalizzando la faccenda, dimenticando il ragazzino e la sua realtà, e usando la vicenda per mettere in scena il solito, logoro canovaccio. Gioco delle colpe, più che delle parti. E io, invece di starmene zitta ad ascoltare, sono subito scattata in avanti, con una specie riflesso pavloviano, per consolarla e tranquillizzarla, ma mentre lo facevo mi accorgevo di non avere argomenti. E non sono riuscita a consolarla. Sara sarebbe voluta andare alla manifestazione per il suo amico. Ma non aveva potuto, perché aveva il turno in pasticceria (è una brava studentessa lavoratrice) e, appena libera, era corsa in ospedale da sua madre, ricoverata d'urgenza qualche giorno prima. Si aspettava di trovarmi lì e non vedendomi aveva pensato che fossi alla manifestazione. Anzi, ne era certa. E avrebbe voluto che le raccontassi come erano andate le cose, al di là dei resoconti televisivi di cui non si fidava più, ormai. Ma io non c'ero andata. Ero stata dal parrucchiere, a cancellare la ricrescita bianca. E mentre glielo spiegavo mi accorgevo di deluderla. Mi sono sentita decisamente inutile e goffa, con la mia bella chioma corvina, il mio libro sugli africani realizzati e la mia distratta partecipazione...

sabato 20 settembre 2008

Arte africana. Le donne mutanti di Wangechi














La donna nera, in bilico tra Africa e Occidente *

Come sta la donna nera contemporanea? Come vede se stessa e qual è la sua condizione esistenziale? Come costruisce e aggiorna il suo immaginario una volta entrata per scelta o per rassegnazione in contatto con la cultura e i modelli occidentali? Queste domande delimitano un territorio complesso e ancora poco battuto tanto dall’arte quanto dall’antropologia. Fa eccezione, da questo punto di vista, Wangechi Mutu, giovane e versatile artista kenyota, femminista, trapiantata negli Usa dal 2000. La sua produzione, pur attraverso distinte fasi di sviluppo (è passata da semplici schizzi in bianco e nero alla pittura a collages sempre più elaborati per approdare recentemente alle installazioni) ruota in larga parte attorno agli interrogativi di cui sopra, anche se non si ferma ad essi.
Wangechi, classe 1972, è nata e cresciuta a Nairobi. Ha studiato antropologia in Galles e scultura all’Università di Yale e adesso vive e crea nel quartiere di Brooklyn, a New York. E’ internazionalmente ben quotata: alcuni suoi quadri sono stati venduti a 90mila dollari e le sue installazioni sfiorano i 120mila. In Italia ha partecipato ad alcune collettive ma è ancora poco conosciuta. La casa editrice Damiani, specializzata in volumi d’arte, esce questo settembre con un’antologia-monografia su di lei che contiene molti inediti ed è suddivisa in quattro sezioni (A Thin line sugli schizzi, The Pin-Up, collage su carta, Hybrid, collage su plastica, Body as Space, sulle installazioni). Si intitola A shady promise, un’ambigua promessa. E A shady promise è anche il titolo dell'opera riportata nella cover del libro, un collage molto strutturato che mette lo spettatore di fronte a una donna/mutante che cavalca il tronco di un albero che non ha rami ma radici ad entrambe le estremità ed è chiaramente una rappresentazione paradossale del membro maschile.

«Il concetto di promessa è considerato infantile o desueto e questo mi sembra un po' triste», spiega Wangechi. «C'è una parte di me, romantica e idealista, che continua a credere nel valore delle promesse. Ma ci sono tanti tipi di promesse: quelle fatte per amore e per affetto, i giuramenti spirituali o religiosi, quelle che i politici ci fanno in continuazione. Mentre lavoravo a questo libro mi sono trovata a pensare quelle che ho fatto io nella mia vita, a quelle che non ho mantenuto e, in generale, a quanto la vita, le relazioni si trovino spesso ad essere costruite attorno a promesse ambigue». Wangechi è un’artista “difficile” che è molto facile fraintendere, soprattutto se ci si accosta ai suoi lavori in modo frettoloso: le sue opere, per nulla rassicuranti o celebrative, possono sconfinare nella pornografia e disorientano sempre lo spettatore. Richiamano, a tratti, certi lavori di Gustav Klimt e di Egon Schiele. Sono tutte costruite attorno al corpo femminile: rovesciato, dilatato, mistificato, amputato, riconfigurato mescolando particolari etnici e identitari eterogenei. Il corpo femminile (spesso nero ma non necessariamente o esclusivamente) rappresenta per Wangechi un naturale punto di partenza. Perché lei è una donna e perché lo considera oggi più che mai “luogo” privilegiato dello scontro politico e culturale.
«Tutto ciò che appare come massimamente desiderabile o massimamente deprecabile e peccaminoso continua a trovare nel corpo della donna la sua collocazione», scrive Wangechi a commento di uno dei suoi collage più riusciti (Adult Female Sexual Organs, è stato esposto alla Saatchi Gallery di Londra tre anni fa ma non è presente nel volume) «Per questo il corpo femminile porta su se stesso i segni della propria cultura più di quanto faccia quello maschile». Per costruire Adult Female Sexual Organs Wangechi è partita da una pagina strappata da un antico testo di medicina, che riportava, appunto, il disegno anatomico degli organi sessuali di una donna adulta. Ma quell'immagine in realtà non appare: è coperta dalla fotografia di una donna bianca tratta da una rivista patinata ed è solo l’intestazione della pagina a dirci quale fosse il suo contenuto. La donna bianca ha capelli lunghi mossi da un vento probabilmente artificiale e un sorriso d’ordinanza, come richiesto dai servizi di moda. Di lei, a parte il sorriso, i capelli e il frammento di trench rosso fuoco, non si vede altro. E’ “coperta” a sua volta, dal grosso, ingombrante profilo di un’africana, dallo sguardo vellutato e intenso e le labbra esageratamente turgide e truccate. Il tutto è tenuto insieme o, meglio, incerottato, da comunissimo scotch per pacchi. Il frammento di donna bianca sorridente coincide con lo spazio del cervello della donna nera. E’ un’immagine che cattura in modo immediato: per la sua plasticità, i contrasti di colore, il senso: un involucro incontestabilmente nero è attaccato a un immaginario bianco, fasullo e patinato. Entrambi gli elementi però si innestano su una specificità che travalica le contrapposizioni razziali ed è, appunto, il femminile. Questo collage non è una descrizione fenomenologica della donna nera contemporanea. Non è quel che appare all’esterno. Bensì quello che una donna nera contemporanea, in bilico tra Africa e Occidente, percepisce se stessa. E’ una auto-rappresentazione ontologica.

La specificità di Wangechi e l’aspetto innovativo della sua arte sta, ad avviso di chi scrive, esattamente qui. Lei è un’africana (anche se della diaspora) che parla dell’immaginario africano dall’interno e che, come vedremo, ha l’abilità di trasformare strada facendo un discorso che potrebbe restare circoscritto, particolare, in una riflessione più ampia, che coinvolge tutto il femminile, e in una critica serrata del presente. Wangechi comincia il suo percorso usando l’acquerello. Ben presto scopre la duttilità e la plasmabilità del collage, le opportunità espressive che scaturiscono dalla fusione di pittura e materiali altri, eterogenei, anche poco nobili: foto, ritagli di giornali, plastiche, scotch. Il collage è la sua strategia: è una tecnica molto africana, costruita sul riciclo e sull’assemblaggio creativo, ed è certamente la più adatta a dare forma ai concetti di frammentazione e stratificazione, che caratterizzano l’immaginario della donna nera. I primi collage sono su carta. Poi cominciano i lavori realizzati su fogli di Mylar, una pellicola in poliestere trasparente che può ricoprire gli oggetti senza però mai aderire o cambiare effettivamente forma. Wangechi non pone limiti all’assemblaggio: combina immagini tradizionali con pagine prese da Vogue, dal National Geographic e da altri magazine, cartoline africane con ritagli di riviste pornografiche, carta, glitter, scotch. Il “coro” di ritratti che ne viene fuori interpreta e rappresenta gli aspetti più paradossali e disumanizzanti della cultura occidentale, veicolata molto spesso proprio dai magazine: l’ossessione per l'immagine e per la magrezza, l’ostentazione della gioia e dell’appagamento, le automutilazioni che le donne si infliggono attraverso la chirurgia estetica. Le Pin-up raccontano in modo esemplare come anche le donne nere non siano rimaste immuni da questa follia. Le pin up sono infatti donne dalla pelle nera ritratte spesso in situazioni che potrebbero sembrare africane: accovacciate per pestare il miglio, piuttosto che in cammino con un figlioletto al fianco. Ma certi particolari del loro look, come i capelli lisci e biondi o i tacchi a stiletto, ci dicono che siamo assai lontani dall’Africa oleografica e tradizionale. E l’esagerazione dei loro tratti così come la presenza di elementi caricaturali presi di peso dal mondo animale o, addirittura, di protesi ci avvisano che non ci troviamo di fronte a un lineare metissage. Le pin up ridono, ballano e ostentano allegria, ammiccano e ondeggiano sui tacchi ma hanno volti animaleschi o addirittura alieni, e talvolta protesi tecnologiche al posto delle braccia o delle gambe. Sono decisamente più spaventose e inquietanti che sensuali.

Il carattere che accompagna sempre le donne di Wangechi, è l'ibridità. Questo aspetto è particolarmente evidente nella "serie" successiva della monografia, non a caso intitolata Hybrid. Qui l’aspetto onirico, quasi cartoonista, prevale ancora di più. Le protagoniste di questi lavori incedono in modo spavaldo, alla maniera dei super eroi, piene di frizzi e lazzi, linee arricciate, colate di glitter, ma tutte drammaticamente prive di qualcosa (chi delle mani, chi dei piedi) o disumanizzate da appendici mostruose che discendono dai loro stessi arti. In una conversazione con Isolde Briemleier, curatrice, critica d’arte e suo interlocutore privilegiato all’interno del volume, è Wangechi stessa a spiegare: «Tento di raccontare gli elementi della spacconeria femminile e di sollevare interrogativi sull’identificazione etnica, attraverso la creazione di personaggi mitologici-futuristici che affrontino l’interminabile storia di questi dilemmi collettivi». Wangechi tenta di raccontare ed effettivamente racconta e sembra avere lo scopo di spingere chi guarda a interrogarsi. In questo senso il suo è un lavoro filosofico. Le domande spesso cominciano dalla donna nera, però non possono e non devono restare confinate ad essa. L’oggetto-soggetto della sua arte non è un’isola, una monade. La sua personale faticosa costruzione (o perdita) dell’identità si intreccia con le personali e faticose costruzioni e perdite di tutte le donne e di tutti gli esseri umani. Come rivela, per esempio, l’uso paradossale dei tacchi a stiletto, un vero topos nella produzione di Wangechi. «Le ragioni per cui li utilizzo sono contraddittorie», dice lei. «Sono delle armi, sono delle protesi, sono decorativi e sottolineano una simbologia del potere. I tacchi alti sono il tipico congegno “innalzante” che funge da indice di modernità, di urbanizzazione e di un ideale di bellezza straniero». Al tempo stesso però sono congegni che penalizzano tutte le donne e le traggono in inganno: da un lato innalzano, dall’altro ostacolano il passo e il movimento. Ecco allora che l’estraneità dell’ ideale si rivela a prescindere dal colore della pelle e che le categorie canoniche (bianco, nero, etnico) si svuotano. Come avviene in uno dei lavori più riusciti di Wangechi, Riding Death in My Sleep, in cui vediamo una figura femminile accovacciata e inerpicata su tacchi vertiginosi e vestita con una tuta che aderisce come una seconda pelle. Questa donna languida e triste appoggia le mani sul terreno, si tiene in equilibrio o forse oscilla, affacciata su una sfera di terra su cui crescono funghi e bizzarre teste di uccello. «Si tratta di un personaggio etnicamente non riconoscibile, surreale, la cui gestualità fa il verso alla posa accovacciata comunemente utilizzata nel fotografare le donne nere», osserva Wangechi. Un personaggio intimamente inquietante, ibrido, suggestivo e sofferente, che trascende, appunto, i concetti di razza ed etnia.

Wangechi dunque parte da un discorso per così dire autobiografico e introspettivo e approda a una riflessione più ampia e globale sul femminile, evidenziando il respiro universale di una ricerca solo apparentemente di nicchia e settoriale. Le donne in bilico, infatti, non sono solo quelle nere e sospese tra Africa e Occidente, sono tutte le donne. Anche se questo non si rivela subito a chi guarda i suoi lavori. «Dal momento che io sono nera, molti danno per scontato che io parli solo delle donne nere. Per qualche misteriosa ragione, che sarebbe interessante indagare, la tendenza a confondere l'artista e la sua opera si fa più marcata se l'artista è nero», osserva con un pizzico di polemica. «Ma, in tutta franchezza, non credo che abbia senso, nel presente, insistere ancora su certe contrapposizioni». Le categorie binarie (bianco/nero, noi/loro, nord/sud...) sono il retaggio di un pensiero e di un linguaggio inadatti a raccontare la contemporaneità. Semplificano la realtà secondo uno schema fuorviante, lasciano intravedere qualcosa che di certo non c'è più, forse non c'è mai stata. Riportano alle shady promises dalle quali bisognerebbe riuscire a guardarsi.

*Questo articolo è stato pubblicato su Alias, l'allegato culturale del Manifesto

venerdì 19 settembre 2008

Riassumete Dante De Angelis


Pedalando verso casa, ieri sera, a un'ora impossibile, all'altezza di piazza S. Agostino, ho incontrato delle persone che stavano affiggendo un cartello con su scritto Riassumete Dante De Angelis. Mentre chiedevo lumi, nella mia memoria sbrindellata, si accendeva una lucina. Ma certo! Dante De Angelis è il delegato sindacale e macchinista delle Ferrovie dello Stato licenziato (se non erro per giusta causa!!!) per aver rivelato la vicenda degli eurostar che si erano spezzati in due e l'inadeguatezza e la mancanza di manutenzione dei vagoni in dotazione alle ff.ss. Direi che anche questa vicenda, come molte altre degli ultimi tempi (ma quando sono iniziati "gli ultimi tempi"? A volte ho l'impressione che coincidano con l'intera lunghezza della mia vita), si commenta da sola. Un mese fa circa è stata lanciata una campagna per la riassunzione di quest'uomo. Personalmente (e purtroppo) ho sempre più dubbi sull'efficacia di queste campagne, ma credo comunque che siano uno dei pochi strumenti rimasti a disposizione di chi insiste a seguire, nella forma e nella sostanza, le regole del gioco democratico. E, quindi, io firmo. Cliccando qui trovate il testo e maggiori dettagli.

mercoledì 17 settembre 2008

Ultimo trend: dopo l'aborto, l'espulsione

A proposito della ragazza ghanese espulsa a Treviso subito dopo aver abortito. Ecco l'interrogazione parlamentare della senatrice Poretti. Vale la pena di leggerla anche solo per avere a portata di mano una ricostruzione sintetica e fedele di questa vicenda agghiacciante.
Premesso che:
nel mese di settembre 2008, una ragazza ghanese di 20 anni, immigrata irregolare e senza fissa dimora, dopo un intervento abortivo in un ospedale pubblico, riconosciuta dai funzionari di Polizia in servizio presso la struttura, è stata arrestata per violazione della legge “Bossi-Fini” sull’immigrazione;
il provvedimento e’ stato convalidato dalla magistratura, che ha emesso un ordine di allontanamento dal territorio italiano.
Considerato che:
come anche sottolineato dal servizio Immigrazione dell’Aduc (associazione per i diritti degli utenti e consumatori) questo provvedimento potrebbe rivelarsi un precedente pericoloso in quanto:
- le donne immigrate irregolari saranno motivate ad abortire clandestinamente, con grave pregiudizio della propria salute individuale e di quella pubblica: le statistiche ufficiali non a caso ci indicano in aumento il fenomeno degli aborti clandestini fra le immigrate irregolari rispetto ad un trend generale di diminuzione degli aborti;
- anche nel caso un immigrato clandestino fosse affetto da una malattia infettiva, per paura di essere identificato presso una struttura sanitaria pubblica ed espulso, sarà spinto a non curarsi comportando il rischio concreto di trasmettere a sua volta a terzi, anche non clandestini e non immigrati, la medesima infezione;
in altri Paesi, opportune misure sono state adottate al fine di non ostacolare l’accesso degli immigrati irregolari presso le strutture sanitarie, come ad esempio negli Stati Uniti d’America dove è vietato dalla legge l’ingresso dei funzionari dell’immigrazione negli ospedali.
Interroga per sapere:
se non si ritenga urgente e opportuno adottare appositi provvedimenti al fine di garantire agli utenti delle strutture sanitarie nel territorio nazionale la non imputabilità per reati contro le leggi sull’immigrazione.

E' da un po' che non scrivo...

E' da un po' che non scrivo e certo non perché siano mancati gli argomenti. Piuttosto, sempre più spesso, sono le parole a mancarmi. Da un lato il ragazzino nero ammazzato a sprangate un paio di giorni fa a Milano, la ragazza ghanese espulsa dopo avere abortito perché clandestina, la trans brasiliana accoltellata, poi violentata e quindi lasciata morire da due adolescenti. Dall'altro gli incredibili provvedimenti dei sindaci e del governo indirizzati tutti a nascondere ma non a contrastare la povertà e l'emarginazione sociale. Sullo sfondo una sinistra che non è più di sinistra e che non fa in alcun modo opposizione e che ha lasciato questo compito alla chiesa cattolica... Sono solo alcuni dei fatti che mi hanno scossa e disorientata in queste ultime settimane, facendomi venire voglia di dire, esternare, esprimermi. Poi arrivavo davanti al computer e non trovavo le parole. C'era sempre uno scarto enorme tra quello che sentivo e le frasi che mi venivano fuori. Forse era anche un effetto degli automatismi (di forma e di sostanza e sempre politicamente corretti) che condizionano ormai la mia scrittura. Chi scrive prevalentemente per mestiere, come me, può capire, a cosa mi riferisco: doversi costantemente attenere a rigide regole espressive, tenendo conto dei desiderata di un direttore e delle richieste (reali o presunte) dei lettori, rende "professionali" ma anche meno liberi e spontanei. Voi direte: a che pro tutta questa pappardella? Solo per giustificare la mia latitanza e ricordare ai miei quattro lettori che ci sono ancora e che ho la testa e il cuore in tumulto. A presto

venerdì 5 settembre 2008

Iran. Un film su Makwan

E' possibile visionare on line il cortometraggio realizzato dal Gruppo EveryOne su Makwan, il ragazzo 21enne impiccato il 5 dicembre 2007 nella prigione di Kermanshah, in Iran, in seguito alla condanna per "lavat", sodomia, per un rapporto omosessuale intrattenuto con un coetaneo all'età di 13 anni. La regia è di Dario Picciau, il testo di Roberto Malini. Il video è collegato anche all'attuale campagna per la vita di Reginald Blanton, rinchiuso nel braccio della morte in Texas. Per vederlo, cliccate qui.

giovedì 4 settembre 2008

Letture intelligenti e costruttive


Ecco la mia amica Loredana, su una spiaggia greca, immersa nella lettura di un libro straordinario! Ma non starà facendo finta?

mercoledì 3 settembre 2008

L'età dell'oro. Intervista a Tahmima Anam

Il 23 marzo del 1971, Mujibur Rahman, leader della Lega Awami e vincitore mai riconosciuto alle elezioni di qualche mese prima pronuncia la «declaration of emancipation» per il Pakistan Orientale. Due giorni dopo l'esercito pakistano entra in azione. Quella notte furono uccisi, nella sola città di Dhaka, 7000 bengalesi. Il numero delle vittime, nei due giorni successivi, arrivò a 50mila. Cominciava in questo modo uno dei più terribili genocidi della storia (tre milioni di morti in nove mesi) e la guerra che avrebbe portato alla nascita del Bangladesh. Una guerra che suscitò clamore ai tempi (anche per via dello sfacciato appoggio americano al Pakistan) ma che non ha trovato posto nella memoria occidentale. Oggi i media tornano a parlarne, grazie a The Golden Age, opera prima della 31enne Tahmima Anam, scrittrice bangladese trapiantata a Londra e salutata con entusiasmo da pubblico e critica. Garzanti lo ha pubblicato con il titolo I giorni dell'amore e della guerra. Si tratta di un romanzo che racconta e ripercorre quei terribili nove mesi attraverso lo sguardo di Rehana, una vedova madre di due figli che partecipano attivamente alla resistenza.

Il tuo è il primo e, al momento, l'unico romanzo in lingua inglese sul genocidio bengalese. Perché questa tragedia è stata dimenticata così in fretta?
È difficile tenere a mente tutte le tragedie del Mondo. E le prime a scivolare nell'oblio sono quelle che riguardano Paesi non strategici o determinanti sullo scacchiere internazionale. Il Bangladesh è uno di questi. Ma io ritengo anche che il governo di Dhaka non abbia fatto abbastanza per tenere viva la memoria e, soprattutto, per avere giustizia. Per esempio, al Pakistan non sono mai state chieste scuse pubbliche, e non è mai stata istituita una commissione per accertare la verità e giudicare i criminali di guerra. La gente comune, invece, non ha dimenticato affatto. I Bangladesi sono consapevoli del prezzo pagato per l'indipendenza e molto fieri della propria storia. In bengali ci sono centinaia di articoli e libri su questo argomento.
La realtà che tu racconti si discosta dagli stereotipi a cui molti libri, concepiti forse più per vendere che per informare, ci hanno abituato. Mi riferisco alla condizione delle donne o alla tradizione di partecipazione politica del Bangladesh. I tuoi personaggi hanno una grande energia, libertà interiore, senso civico...
L'idea di scrivere questo libro mi è venuta mentre raccoglievo, per il mio dottorato, testimonianze orali sulla guerra del Bangladesh. Più andavo avanti più mi sembrava un peccato appiattire le storie che avevo trovato in uno scritto accademico. Troppi elementi psicologici ed emotivi sarebbero andati perduti. Ho cominciato a lavorare al romanzo, quindi, con l'intenzione di rappresentare quella realtà nella sua complessità e nelle sue sfaccettature, ispirandomi a personaggi reali. A suggerirmi la protagonista, Rehana, è stata in un certo senso mia nonna, che durante la guerra aveva trasformato la sua casa in una base e un punto di riferimento per la resistenza bengalese. Se la conseguenza di ciò è stata ribaltare una serie di stereotipi, sono felice. Ostinarsi a rappresentare le donne del Bangladesh solo come vittime passive dei matrimoni combinati, dimenticare l'attitudine bengalese a partecipare attivamente alla vita pubblica, le nostre tradizioni e la nostra cultura, dare a intendere che la salvezza arriva sempre da Occidente vuol dire strumentalizzare disonestamente i fatti. A chi giova?
In questo romanzo si parla anche dei bihari. Il termine però viene usato una volta soltanto
Non sono entrata nei dettagli perché ho cercato di lasciare il dibattito politico sullo sfondo, dando preminenza alle emozioni di Rehana. Lei, in fondo, è una bihari. È vedova di un bengalese ma è urdofona, le sue sorelle vivono in Pakistan e, se non fosse per i figli, forse, sarebbe rimasta estranea al movimento indipendentista.
Invece...
Non può fare a meno di schierarsi. E lo fa nel modo che non ci si aspetterebbe da un'urdofona. Lei però è una donna che ha studiato. Possiede entrambi i registri linguistici e una capacità critica che alla maggior parte dei bihari mancava.
Cosa pensi della questione bihari?
È una tragedia immensa. Non è ammissibile che sia ancora in corso. È molto importante che se ne parli. È il principale strumento di pressione disponibile. Io cercherò di farlo in futuro, con i miei libri. Non mi soffermerò però solo su di loro. Ci sono molte altre minoranze, in Bangladesh, i cui diritti vengono sistematicamente calpestati. Penso alle prostitutte, ai tribali, ai fuoricasta... La narrativa non fa rivoluzioni ma riesce a creare empatia tra il personaggio e il lettore. E ciò può farne un'arma molto efficace nella lotta contro le discriminazioni, gli stereotipi e le ingiustizie sociali.

Un documentario sui bihari. Parla il regista Tanvir Mokammel

Tanvir Mokammel è uno dei più apprezzati e impegnati cineasti bengalesi ed è anche scrittore, poeta e insegnante di cinema. È stato presidente del Bangladesh Short Film Forum, che raccoglie e promuove le produzioni cinematografiche indipendenti e alternative. Il suo ultimo lavoro è The Promised Land, un documentario che racconta che la vicenda dei bihari ed è stato girato, in parte, proprio a Genéva Camp.

Perché un film sui bihari?
Per una questione di giustizia. Da tempo desideravo fare qualcosa per i bihari. La loro vicenda mi ha sempre colpito molto. Per la sua drammaticità e per la sua assurdità. Io credo nel cinema impegnato. Il mio obiettivo era cercare di «coscientizzare» non solo i governi coinvolti in questa vicenda, quelli del Pakistan e del Bangladesh, ma anche la comunità internazionale, le Ong, la gente comune, che magari aveva una conoscenza solo superficiale del problema.
Il film è stato preceduto da mesi e mesi di ricerche. Quali sono state le principali difficoltà nella sua realizzazione?
Era un soggetto estremamente delicato. I bihari, come è noto, contrastarono l'indipendenza del Bangladesh e si schierarono con l'esercito pakistano. I bengalesi non li amano. I miei amici non erano entusiasti all'idea che mi misurassi con questo tema. Dall'altra parte, io sono un bengalese ed è risaputo che sono stato e rimango un sostenitore del movimento indipendentista. Alcuni bihari non potevano fare a meno di guardarmi con sospetto. In diversi hanno ostacolato il mio lavoro. Mi auguro che adesso abbiano cambiato idea e si siano resi conto che anche un bengalese può avere uno sguardo obiettivo ed empatico su di loro. Un altro problema è stato che non ho potuto girare nulla in Pakistan. Le autorità non mi hanno rilasciato il visto di ingresso.
«The Promised Land» è recentemente passato all'International Short and Indipendent Film Festival di Dhaka. Come è stato accolto il film in Bangladesh?
Le reazioni sono state positive, sia da parte degli attivisti per i diritti umani, sia da parte dei media sia da parte della comunità dei bihari, e questa era la cosa più importante per me. Mi piacerebbe poter dire di avere suscitato anche l'interesse dei politici. Ma non nutro troppe speranze al riguardo. I politici hanno altre priorità.
Chi è responsabile di ciò che è accaduto ai bihari?
Le responsabilità maggiori sono sulle spalle di Muhammad Ali Jinnah, il fondatore del Pakistan, colui che esortò tutti i musulmani dell'India a trasferirsi in Pakistan. Non poteva esserci una richiesta più assurda! Questo stato ha dimostrato dall'inizio di essere un concetto artificale e quindi un fallimento. Karachi ha avuto inoltre la colpa immensa di avere strumentalizzato i bihari, prima e durante la guerra di liberazione del 1971, e successivamente di averli scaricati. Anche il governo bangladese, però, si è colpevolmente disinteressato delle sofferenze di questa comunità. Ma non possiamo neanche dimenticare i peccati di omissione della comunità internazionale.
Molti colpevoli, insomma. Ma che giustizia, che compensazione può esserci oggi per i bihari?
Non possiamo cambiare il passato, ma il futuro sì. Alle famiglie che sono state separate dovrebbe essere consentito di riunirsi in Pakistan, riconoscendo loro uno status legale certo. Mentre i bihari che lo desiderano dovrebbero avere finalmente la cittadinanza bangladese.

Bangladesh. L'inferno della minoranza urdu

Questo articolo, insieme con le interviste (al regista Tanvir Mokammel e alla scrittrice Tahmima Anam ) che troverete nei post successivi, è stato pubblicato dal Manifesto il 21 agosto scorso. La mia visita a Genéva Camp risale a diversi mesi fa. Ai bihari nati in Bangladesh è stato riconosciuto recentemente il diritto alla cittadinanza bangladese, ma non mi risulta che le condizioni di vita in questo e negli altri campi-ghetto siano sostanzialmente migliorate.

Genéva Camp, l'inferno della minoranza urdu
In un documentario la paradossale storia di una persecuzione
Un romanzo storico e un documentario coraggioso, che ora è un dvd (acquistabile su internet) sulle tragedie di una popolazione composita, etnicamente e religiosamente, stritolata prima dalla «spartitione» del Bengala, poi dagli eccidi dei soldati pakistani e infine dalla nascita dello stato libero e indipendente del Bangladesh

«Baracche spoglie, in lamiera, cartone e altri materiali di fortuna, addossate l'una all'altra o separate da stretti corridoi di fango. Montagnole di rifiuti. Una selva di antenne. Duecento cessi per 17mila persone. Può sembrare uno slum come tanti Genéva Camp, uno dei quattromila nascosti tra le pieghe di Dhaka, capitale del Bangladesh e tipica metropoli del cosiddetto terzo mondo. Ma non è proprio così. A Genéva Camp non si parla bengali ma l'urdu, come in Pakistan. Qui vivono solo bihari o, come vengono altresì chiamati, stranded pakistanis, pakistani bloccati, ostaggi della politica e della diplomazia, uomini e donne che, con la nascita del Bangladesh, nel 1971, avrebbero dovuto lasciare Dhaka per Karachi e, invece, non sono mai riusciti a partire. Uomini e donne sospesi tra due nazioni ostili, senza diritti e senza cittadinanza.
«Non abbiamo documenti. Non abbiamo assistenza. Non possiamo lasciare il campo». Ahmeda Khan ha 66 anni, sta rannicchiata dentro uno scialle di lana e mi offre del tè caldo. «Da più di 30 anni sogno il Pakistan. Mio marito è lì. I miei figli pure. Non li vedo da trent'anni». Suo marito e i figli sono rientrati nello scaglione fortunato di bihari sopravvissuti ai Mukti Bahini e approdati in Pakistan alla fine della guerra. «Non avevamo denaro per partire tutti. Così loro sono andati e io sono ancora qui». Ahmeda è arrivata a Dhaka da bambina. «Ricordo il viaggio da Patma, in treno. Mio padre era contadino ma, come tanti altri, si mise a lavorare in ferrovia. Non parlavamo bengali ma non ci preoccupavamo: ci avevano detto che l'unica lingua del Pakistan sarebbe stata l'urdu. Poi è scoppiata la guerra ed è cominciata la nostra tragedia».
In senso letterale bihari vuol dire: appartenente allo stato indiano del Bihar. Il termine venne usato, però, in modo estensivo per riferirsi a tutti gli immigrati urdofoni che, in seguito alla spartizione dell'India, si stabilirono nel Pakistan Orientale, l'attuale Bangladesh. Furono circa un milione. Molti provenivano effettivamente dal Bihar. Altri si erano mossi dall'Utter Pradesh, dal Madhya Pradesh, dal West Bengala, dal Rajasthan, dal Kerala. In comune avevano l'Islam, l'urdu, una bassa istruzione e la speranza di costruirsi una vita migliore.
Karachi li utilizzò da subito in funzione antibengalese, per controllare e contrastare le spinte indipendentiste. Riconobbe loro diversi privilegi e li esortò a non mescolarsi con i bengalesi, che erano l'etnia maggioritaria. Negli anni che seguirono, la maggior parte dei bihari si schierò contro il movimento indipendentista. «Sarebbe più appropriato dire che ne restammo esclusi», precisa Farhid Akter, un anziano con la barba tinta di hennè. «Il movimento nasceva dalla volontà di difendere il bengali, una lingua che non ci apparteneva». Quando il 25 marzo 1971 la sciagurata Operation Searchlight segnò l'inizio della guerra, i bihari si trovarono, volenti o nolenti, dalla parte dell'esercito pakistano. In molti casi parteciparono attivamente ai massacri. Ma in tanti altri no. Il clima di quei giorni, però, non consentiva sottili distinzioni.
A guerra finita, circa 100mila furono arrestati dall'esercito indiano intervenuto per fermare il genocidio, e considerati prigionieri militari. Ai pochi che la chiesero fu data la cittadinanza bangladese. Gli altri, più di mezzo milione, furono raccolti nei campi della Croce Rossa, in vista del trasferimento in Pakistan. Karachi si era impegnata a farsi carico del rientro di tutti i bihari, ma i costi dell'operazione e l'effetto che essa avrebbe potuto sortire su una popolazione già frammentata le fecero cambiare idea. Così, dal 1974 al 1992, solo 175mila stranded pakistanis lasciarono il Bangladesh. Dal 1993 in poi il processo si è fermato del tutto. Oggi, poco meno di 300mila bihari vivono abbandonati a se stessi in 66 affollatissimi campi.
A Genéva Camp, secondo le stime, sono almeno 17mila.
A guidarmi tra le baracche è Enamul Uddin, uno studente che parla inglese, urdu e bengali. «Il campo - mi spiega - è stato ricostruito qualche anno fa, dopo che un incendio lo aveva raso al suolo». Andiamo a vedere le latrine, quasi tutte scoperte e in comune tra uomini e donne. Il 25 per cento è inagibile. Passiamo davanti un piccolo negozio di sari: sono molto belli e costano meno che in un normale bazar. «A volte la gente viene a comprare da Dhaka, per risparmiare». Ma anche qui siamo a Dhaka, obietto. «Sembra così, invece è un altro mondo». Una bambina gioca con una bambola davanti alla porta della sua casa. Suo fratello, un ragazzetto di circa 15 anni senza scarpe, è seduto per terra e sta cercando di riparare una radio. Quando si alza, la sua testa sfiora il soffitto della baracca. È probabile che vivano in quella stanza con un'altra decina di persone. Nello slum c'è una sola scuola, la Non Local Junior High School, che arriva all'ottava classe, la nostra terza media. Gli insegnanti, una decina, e l'unico bidello vengono pagati quando capita. Nel 1993 c'erano 450 allievi. Nel 2003 solo 150. In teoria i bambini potrebbero andare a scuola anche fuori dal campo, ma solo pochi genitori si arrischiano a mandarli: troppo care le tasse, troppo faticoso l'inserimento. C'è solo un centro medico pediatrico. Nessuno ha l'assistenza sanitaria.
Una situazione critica insomma, criticissima. Ma chi vive a Genéva Camp si considera un privilegiato. «Qui riusciamo a lavorare». Molti stranded pakistanis guidano il rickshaw, fanno i barbieri o i tessitori. Le donne sono spesso impiegate nelle fabbriche di garments. Negli altri campi, a Khulna, a Dinajipur, la regola è morire di fame, freddo e malattie.
Le richieste dei bihari sono cambiate rispetto al passato. «Solo gli anziani, ormai, sognano il Pakistan. Noi che siamo nati qui e parliamo bengali, vorremmo la cittadinanza e condizioni di vita più umane», mi spiega Enamul. Sahid Ali Babul, segretario generale dello Stranded Pakistanis Youth Rehabilitation Movement (Spyrm), a un recente incontro pubblico, aveva detto qualcosa di simile: «Non siamo pakistani. Siamo bangladesi che parlano urdu. Vogliamo essere inseriti nelle liste elettorali ed avere diritto al voto, dal momento che siamo nati qui».
Nel 2003 l'Alta Corte di Giustizia ha effettivamente accolto la domanda di cittadinanza presentata da dieci bihari nati in Bangladesh, riconoscendo loro il diritto di voto. Quella sentenza non ha avuto, sino ad oggi, ricadute politiche. E domani? Secondo Babul le cose potrebbero cambiare. Il Bangladesh sta attraversando una fase molto delicata. Da più di un anno si è insediato un governo provvisorio incaricato di portare il Paese a elezioni entro la fine del 2008. Questo governo, per quanto in odore di regime militare, si sta occupando di redigere le nuove liste elettorali. Se ai bihari aspiranti bangladesi venisse finalmente riconosciuta la cittadinanza, potrebbe essere più semplice anche riprendere in mano la pratica del rientro in Pakistan per gli anziani nostalgici. «Difficile, almeno in linea teorica, immaginare un momento più propizio». La «doppia soluzione» non è auspicata solo dallo Spyrm, ma anche dalle (rare) ong che lavorano con i bihari (l'americana Refugee International, per esempio, o la bangladese Refugee and Migratory Movements Research Unit). Per realizzarla non basta però l'impegno dei governi, ci vorrebbe ciò che è mancato fino ad ora: il riconoscimento della specificità della questione dei bihari e una pressione seria e costante da parte della comunità internazionale.

martedì 2 settembre 2008

Foto di stupri

La mia idea era rimettermi a bloggare dal primo settembre, che quest'anno è anche il primo giorno di Ramadan. Ieri però, al lavoro, sono rimasta incollata davanti al video per 12 ore di seguito (stiamo chiudendo Glamour di ottobre). Ricomincio oggi e ricomincio dando i numeri.
Eccoli qui: 6,16,26.
Sei, sedici, ventisei sono le persone che (a giugno, luglio e agosto) sono arrivate per sbaglio nel mio blog dopo avere cercato su google frasi come "foto di stupri", "stupri immagini" e altre dall'analogo significato.
Queste ricerche sono partite spesso da uffici pubblici (ministeri, comuni, una volta addirittura da una caserma dei carabinieri) e ovviamente erano sempre "visite uniche": una volta capito che sul mio blog non c'erano le immagini cercate (ma solo un post sull'odiosa pratica degli stupri correttivi perpetrati ai danni delle lesbiche in Sudafrica) questi signori (si fa per dire) andavano a cercare trastullo ed emozioni altrove.
Sei, sedici, ventisei non sono milioni di persone ma sono comunque troppe. Non voglio fare l'ingenua meravigliata: so perfettamente che la parola più googlata della rete è sex e che un sacco di gente usa internet per eccitarsi, masturbarsi e via discorrendo. Ma un conto è sex, pornografia e tutto quel che si vuole, un altro è cercare immagini di persone stuprate. Probabilmente tutto questo, in termini di legge, non rappresenta un reato ma in altri termini, morali e civili, è una cosa disgustosa. E mi da un fastidio enorme che questa gente sia entrata nel mio blog, che ovviamente è un luogo pubblico ma è anche "casa mia".