Sul forum di insenegal (che ogni tanto bazzico) ho trovato la segnalazione di questo libro. Non l'ho letto e non conosco Amedeo Intonti, l'autore, però mi sembra molto interessante. Date un'occhiata ai numeri riportati: ogni anno 20mila italiani circa iniziano una relazione con un partner non comunitario, solo la metà riesce a portarla avanti. Sicuramente non dipende solo dalla burocrazia, ma in parte sicuramente sì. E, soprattutto, la burocrazia e l'assenza dichiarezza legislativa possono avvelenare parecchio la vita quotidiana di quella metà che, nonostante tutto, prova ad andare avanti.
Manuale di sopravvivenza burocratica per Italiani con partner straniero
«La relazione e/o il matrimonio fra un cittadino italiano e un cittadino extracomunitario è ostacolata da problemi burocratici molto complessi. Le persone coinvolte non sono poche; l’autore ritiene siano circa 20.000 gli Italiani che iniziano ogni anno una relazione sentimentale con un cittadino non comunitario, ma al traguardo non giunge che la metà. E’ necessario affrontare i problemi senza arrendersi ai molti ostacoli. Le difficoltà da superare possono durare anni e spesso ci si arrende di fronte a situazioni burocratiche talmente insormontabili, che gli interessati sovente interrompono i loro legami sentimentali. Lo stato italiano si è occupato poco del problema, mentre altri Paesi civili hanno codificato e regolamentato le casistiche relative, consentendo allo straniero anche l’ingresso per sola convivenza. In Italia in questo campo “si naviga a vista nella nebbia”. Non vi è certezza di diritto; molte sono le norme da interpretare e la discrezionalità è una “norma”. Le leggi sono spesso violate per la convinzione dei “burocrati” che tanto l’utente non farà ricorso… Come fare per avere certezze? Non è semplice! Non è possibile! Si possono solo cercare strade percorribili, con la speranza di non cadere mai nelle “sabbie mobili” … burocratiche! Il presente manuale, oltre a fornire informazioni di difficile reperimento, suggerisce pertanto strategie di difesa più o meno attuabili, nonché talune soluzioni concrete ai numerosi problemi burocratici che si presentano».
Il manuale può essere acquista a prezzo scontato direttamente sul sito della casa editrice o si può ordinare in libreria. Il codice ISBN è: 278 - 88 - 902098 - 0 - 2.
domenica 26 ottobre 2008
giovedì 23 ottobre 2008
Il leone Malick
Su Casa Vogue di ottobre è uscito un pezzo su Malick Sidibé (il fotografo maliano a cui lo scorso anno è stato assegnato il Leone d'Oro alla carriera) che porta la mia firma. Le foto del servizio sono state realizzate appositamente e in esclusiva per Casa Vogue. Per leggere l'articolo cliccate sulle immagini.






domenica 19 ottobre 2008
Il ministro dell'ambiente che sa tanto di industria...
Ancora dal Manifesto, ma di venerdì 17, che in generale non è considerato un bel giorno. Un profilo sintetico della ministra Prestigiacomo. Niente di nuovo, per chi è siciliano, come me...
«A Bruxelles s'è battuta a fianco del Cavaliere per allargare le maglie del protocollo di Kyoto, a Siracusa invece, da ex ministro per le Pari opportunità, ha dato il suo bel contributo all'accordo di programma sulla chimica, rimasto a tre anni di distanza chiuso nel cassetto, mentre mille posti di lavoro stanno per andare in fumo. Più che d'ambiente, il ministro Stefania Prestigiacomo, sa certamente di industria. E di fumi.
Neanche nella nuova veste, quella di titolare del dicastero per l'Ambiente, Prestigiacomo ha rinunciato alle quote azionarie che detiene in alcune società controllate dalla sua famiglia, e che in qualche caso in passato hanno persino avuto grane con la giustizia. Assieme al padre e alla sorella il ministro, poco ambientalista, ha interessi in un network di Srl ed Spa, imprese che operano in vari campi: dalla metalmeccanica, alla plastica tra Bologna e la Sicilia, fin nel cuore del Petrolchimico a Priolo (Siracusa). Si tratta del conglomerato industriale tra i più vasti del paese, che con Augusta e Gela ha contribuito ad avvelenare per anni centinaia di operai durante il boom della chimica senza controlli.
Il petrolchimico si trova a meno di due chilometri dal centro abitato, dove la popolazione di poco superiore ai 12mila abitanti, da cinquant'anni respira fumi e chiede maggiore sicurezza sulla salute e rispetto per l'ambiente. Appena quattro giorni fa un esplosione in un impianto della Isab Energy (51% Erg Power & Gas e 49% International power Mitsui&Co.Ltd) ha creato allarme tra la cittadinanza, con un auto della locale protezione civile che ha fatto il giro del paese per tranquillizzare la popolazione. Dal ministro per l'Ambiente non è arrivata nemmeno una parola. Eppure Stefania Prestigiacomo conosce bene il polo industriale. E' a un tiro di schioppo dalla sua Siracusa e nell'area operano le aziende riconducibili alla sua famiglia e a lei stessa. Forse è stata impegnata troppo in questi giorni a fare lobby contro Kyoto, per accorgersi che nella sua provincia si è verificato l'ennesimo incidente industriale.
Sebbene abbia la delega ambientale ormai da qualche mese, Stefania Prestigiacomo continua a mantenere il 21,5 per cento del capitale sociale della Fincoe srl, azienda di Casalecchio sul Reno (Bologna), con interessi nel ramo della plastica. Soci della Fincoe sono anche la sorella e il padre, insieme detengono la maggioranza della holding, i cui interessi sono concentrati soprattutto in Sicilia. La società ha in portafoglio il 99 per cento della Coemi spa, società che opera a Priolo Gargallo, appunto nel petrolchimico. A sua volta la Coemi controlla, attraverso una quota pari al 59,1 per cento, la Vetroresina engineering development (Ved), sempre a Priolo. Il 22,5 per cento della Ved risultava poi di proprietà del gruppo Sarplast spa, il cui 6,29 per cento è riconducibile a Giuseppe Prestigiacomo. La Sarplast è fallita nel 1997: nell'azienda si verificarono alcuni incidenti e casi di malattia denunciati dai dipendenti. Alcuni operai ebbero figli con malformazioni congenite, altri lavoratori dopo anni si ritrovarono polveri nei polmoni. La procura di Siracusa aprì un'inchiesta per lesioni colpose mentre la polizia rilevò nelle aziende dei Prestigiacomo una serie di violazioni, tra cui pendenze col fisco per circa tre milioni di euro nel giro di tre anni.
Nell'accordo di programma sulla chimica, a Priolo, ci sono impegni chiari per la riduzione del rischio ambientale e per la tutela dei lavoratori e dunque dell'intero conglomerato industriale, dove operano colossi come Erg ed Eni, con diversi impianti per la produzione chimica, energetica, petrolifera. Proprio al ministro Prestigiamo si rivolgono Cgil Cisl e Uil che assieme all'Osservatorio sulla chimica, istituito presso la Provincia di Siracusa, e ai sindaci del comprensorio chiedono il rilancio dell'accordo di programma, con la sua piena applicazione, compresi gli interventi sull'ambiente».
«A Bruxelles s'è battuta a fianco del Cavaliere per allargare le maglie del protocollo di Kyoto, a Siracusa invece, da ex ministro per le Pari opportunità, ha dato il suo bel contributo all'accordo di programma sulla chimica, rimasto a tre anni di distanza chiuso nel cassetto, mentre mille posti di lavoro stanno per andare in fumo. Più che d'ambiente, il ministro Stefania Prestigiacomo, sa certamente di industria. E di fumi.
Neanche nella nuova veste, quella di titolare del dicastero per l'Ambiente, Prestigiacomo ha rinunciato alle quote azionarie che detiene in alcune società controllate dalla sua famiglia, e che in qualche caso in passato hanno persino avuto grane con la giustizia. Assieme al padre e alla sorella il ministro, poco ambientalista, ha interessi in un network di Srl ed Spa, imprese che operano in vari campi: dalla metalmeccanica, alla plastica tra Bologna e la Sicilia, fin nel cuore del Petrolchimico a Priolo (Siracusa). Si tratta del conglomerato industriale tra i più vasti del paese, che con Augusta e Gela ha contribuito ad avvelenare per anni centinaia di operai durante il boom della chimica senza controlli.
Il petrolchimico si trova a meno di due chilometri dal centro abitato, dove la popolazione di poco superiore ai 12mila abitanti, da cinquant'anni respira fumi e chiede maggiore sicurezza sulla salute e rispetto per l'ambiente. Appena quattro giorni fa un esplosione in un impianto della Isab Energy (51% Erg Power & Gas e 49% International power Mitsui&Co.Ltd) ha creato allarme tra la cittadinanza, con un auto della locale protezione civile che ha fatto il giro del paese per tranquillizzare la popolazione. Dal ministro per l'Ambiente non è arrivata nemmeno una parola. Eppure Stefania Prestigiacomo conosce bene il polo industriale. E' a un tiro di schioppo dalla sua Siracusa e nell'area operano le aziende riconducibili alla sua famiglia e a lei stessa. Forse è stata impegnata troppo in questi giorni a fare lobby contro Kyoto, per accorgersi che nella sua provincia si è verificato l'ennesimo incidente industriale.
Sebbene abbia la delega ambientale ormai da qualche mese, Stefania Prestigiacomo continua a mantenere il 21,5 per cento del capitale sociale della Fincoe srl, azienda di Casalecchio sul Reno (Bologna), con interessi nel ramo della plastica. Soci della Fincoe sono anche la sorella e il padre, insieme detengono la maggioranza della holding, i cui interessi sono concentrati soprattutto in Sicilia. La società ha in portafoglio il 99 per cento della Coemi spa, società che opera a Priolo Gargallo, appunto nel petrolchimico. A sua volta la Coemi controlla, attraverso una quota pari al 59,1 per cento, la Vetroresina engineering development (Ved), sempre a Priolo. Il 22,5 per cento della Ved risultava poi di proprietà del gruppo Sarplast spa, il cui 6,29 per cento è riconducibile a Giuseppe Prestigiacomo. La Sarplast è fallita nel 1997: nell'azienda si verificarono alcuni incidenti e casi di malattia denunciati dai dipendenti. Alcuni operai ebbero figli con malformazioni congenite, altri lavoratori dopo anni si ritrovarono polveri nei polmoni. La procura di Siracusa aprì un'inchiesta per lesioni colpose mentre la polizia rilevò nelle aziende dei Prestigiacomo una serie di violazioni, tra cui pendenze col fisco per circa tre milioni di euro nel giro di tre anni.
Nell'accordo di programma sulla chimica, a Priolo, ci sono impegni chiari per la riduzione del rischio ambientale e per la tutela dei lavoratori e dunque dell'intero conglomerato industriale, dove operano colossi come Erg ed Eni, con diversi impianti per la produzione chimica, energetica, petrolifera. Proprio al ministro Prestigiamo si rivolgono Cgil Cisl e Uil che assieme all'Osservatorio sulla chimica, istituito presso la Provincia di Siracusa, e ai sindaci del comprensorio chiedono il rilancio dell'accordo di programma, con la sua piena applicazione, compresi gli interventi sull'ambiente».
venerdì 17 ottobre 2008
Razzismo in cattedra
Dal Manifesto di ieri, l'articolo di fondo firmato da Annamaria Rivera, una delle studiose italiane più preparate in materia di razzismo e dintorni. Fulvio Scaglione scrive sul suo blog che gli italiani non sono razzisti ma solo pirla. Io sono spesso d'accordo con lui. Questa volta no. Io credo che siano entrambe le cose, e spesso anche molto ignoranti. E questo non mi fa tenerezza.
«In una collettività nazionale che non ha mai brillato per spirito e rigore «repubblicani», la scuola pubblica è uno dei rari luoghi in cui si pratica un certo rispetto dei principi costituzionali, in primis il diritto all'istruzione e alla non-discriminazione. È anche una delle poche istituzioni che non hanno chiuso gli occhi di fronte alla pluralizzazione culturale crescente della società italiana, attrezzandosi per affrontarla sul piano educativo e culturale. Oggi tutto questo appare lontano come la luna, di fronte al radicale salto di paradigma costituito dalla mozione approvata dalla Camera. La norma che istituisce le classi differenziali per gli alunni stranieri che non superino test e prove varie è certo la ciliegina sulla torta di una «riforma» dell'istruzione di squisita marca reazionaria.
Discriminare alunni di origine «non autoctona» (e chi di noi lo è?) in base al criterio dell'imperfetta conoscenza della lingua italiana non è solo disconoscere la primaria funzione integrativa della scuola. È un gesto revisionista che cancella la storia che ha fondato la scuola pubblica in Italia: storia d'integrazione e di emancipazione d'innumerevoli generazioni «native» di ragazzi poveri, ignoranti, non-parlanti l'italiano; una storia che tuttora garantisce il diritto all'istruzione anche al ragazzo che parla solo il dialetto di Cassano Magnago o di Vittorio Veneto. In realtà, l'allontanamento, simbolico e reale, dalla scuola pubblica dei figli degli altri è qualcosa di più di una ciliegina sulla torta: è un tassello pesante nella costruzione di un paese del razzismo reale.
Un paese che non corre solo il rischio d'essere percorso da un'endemica e disseminata guerra fra poveri. Questa formula può finire per diventare luogo comune frusto e consolatorio: le guerre fra poveri si ricompongono lavorando «per l'unità della classe», come recita la vulgata marxista, e per un processo così lungo c'è sempre tempo... Può ridursi a luogo comune, se non si comprende che si è già compiuta la saldatura fra il razzismo di Stato e il razzismo popolare. Essa è stata resa possibile non solo dal ruolo svolto dai media, ma soprattutto dagli apprendisti stregoni che, trastullandosi con il paradigma securitario, hanno spalancato le porte dell'inferno del razzismo istituzional-popolare. Continuiamo a confidare nella capacità di ravvedimento della sinistra politica, benché il corteo nazionale dell'«orgoglio comunista», per quanto imponente, non lasci intravedere l'elaborazione di contenuti, né una massiccia inclusione nei suoi ranghi delle vittime reali e potenziali del razzismo. E dunque speriamo che, di fronte a norme che mirano a stravolgere il senso e la funzione di istituzioni-pilastro della democrazia, qualcuno a sinistra cominci a comprendere il senso strategico della battaglia contro il razzismo e per i diritti dei migranti. Va detto chiaro a chi ancora si attarda a fare distinguo: l'Italia governata dispoticamente da Berlusconi e pervertita dall'ideologia nazistoide della Lega Nord, resa più temibile dal culto dell'ignoranza, sta per diventare un paese strutturalmente razzista: un paese del razzismo reale, appunto».
«In una collettività nazionale che non ha mai brillato per spirito e rigore «repubblicani», la scuola pubblica è uno dei rari luoghi in cui si pratica un certo rispetto dei principi costituzionali, in primis il diritto all'istruzione e alla non-discriminazione. È anche una delle poche istituzioni che non hanno chiuso gli occhi di fronte alla pluralizzazione culturale crescente della società italiana, attrezzandosi per affrontarla sul piano educativo e culturale. Oggi tutto questo appare lontano come la luna, di fronte al radicale salto di paradigma costituito dalla mozione approvata dalla Camera. La norma che istituisce le classi differenziali per gli alunni stranieri che non superino test e prove varie è certo la ciliegina sulla torta di una «riforma» dell'istruzione di squisita marca reazionaria.
Discriminare alunni di origine «non autoctona» (e chi di noi lo è?) in base al criterio dell'imperfetta conoscenza della lingua italiana non è solo disconoscere la primaria funzione integrativa della scuola. È un gesto revisionista che cancella la storia che ha fondato la scuola pubblica in Italia: storia d'integrazione e di emancipazione d'innumerevoli generazioni «native» di ragazzi poveri, ignoranti, non-parlanti l'italiano; una storia che tuttora garantisce il diritto all'istruzione anche al ragazzo che parla solo il dialetto di Cassano Magnago o di Vittorio Veneto. In realtà, l'allontanamento, simbolico e reale, dalla scuola pubblica dei figli degli altri è qualcosa di più di una ciliegina sulla torta: è un tassello pesante nella costruzione di un paese del razzismo reale.
Un paese che non corre solo il rischio d'essere percorso da un'endemica e disseminata guerra fra poveri. Questa formula può finire per diventare luogo comune frusto e consolatorio: le guerre fra poveri si ricompongono lavorando «per l'unità della classe», come recita la vulgata marxista, e per un processo così lungo c'è sempre tempo... Può ridursi a luogo comune, se non si comprende che si è già compiuta la saldatura fra il razzismo di Stato e il razzismo popolare. Essa è stata resa possibile non solo dal ruolo svolto dai media, ma soprattutto dagli apprendisti stregoni che, trastullandosi con il paradigma securitario, hanno spalancato le porte dell'inferno del razzismo istituzional-popolare. Continuiamo a confidare nella capacità di ravvedimento della sinistra politica, benché il corteo nazionale dell'«orgoglio comunista», per quanto imponente, non lasci intravedere l'elaborazione di contenuti, né una massiccia inclusione nei suoi ranghi delle vittime reali e potenziali del razzismo. E dunque speriamo che, di fronte a norme che mirano a stravolgere il senso e la funzione di istituzioni-pilastro della democrazia, qualcuno a sinistra cominci a comprendere il senso strategico della battaglia contro il razzismo e per i diritti dei migranti. Va detto chiaro a chi ancora si attarda a fare distinguo: l'Italia governata dispoticamente da Berlusconi e pervertita dall'ideologia nazistoide della Lega Nord, resa più temibile dal culto dell'ignoranza, sta per diventare un paese strutturalmente razzista: un paese del razzismo reale, appunto».
mercoledì 15 ottobre 2008
A Segrate, parroci a cena con gli imam
Ecco una notizia che mi piace tanto, tantissimo e che pubblico con molta gioia.
La fonte è l'agenzia di informazione Redattore Sociale.
Dieci giorni di festeggiamenti per celebrare i 20 anni della moschea Al-Rhaman (del Sommamente Misericordioso) inaugurata nel 1988 a Segrate nell'hinterland milanese. Giovedì 16 ottobre l'apertura dei festeggiamenti con una cerimonia alla presenza dei sindaci di Segrate e dei paesi limitrofi. Sabato sera invece ci sarà una cena con la presenza di diversi imam lombardi e dei parroci delle chiese dell'hinterland cui parteciperà anche don Gianfranco Bottoni, responsabile per l'ecumenismo della Curia di Milano. “Una cena pensata per conoscerci, discutere e vedere se possiamo organizzare attività comuni, su temi che stanno a cuore a entrambi -spiega l'imam Ali Abu Shwaima-. C'è, in questo periodo, una battaglia contro la famiglia, e questo è un argomento molto importante anche per noi”.
“Il Centro islamico era stato aperto nel 1976 in via Padova a Milano. Poi nel 1995 il trasferimento a Segrate -continua Ali Abu Shwaima-. Nel 1988 è stata inaugurata la moschea: la prima in Italia”. Un luogo di preghiera dove, ogni venerdì, si ritrovano circa 500 fedeli, che arrivano al migliaio in occasione del Ramadan.
La fonte è l'agenzia di informazione Redattore Sociale.
Dieci giorni di festeggiamenti per celebrare i 20 anni della moschea Al-Rhaman (del Sommamente Misericordioso) inaugurata nel 1988 a Segrate nell'hinterland milanese. Giovedì 16 ottobre l'apertura dei festeggiamenti con una cerimonia alla presenza dei sindaci di Segrate e dei paesi limitrofi. Sabato sera invece ci sarà una cena con la presenza di diversi imam lombardi e dei parroci delle chiese dell'hinterland cui parteciperà anche don Gianfranco Bottoni, responsabile per l'ecumenismo della Curia di Milano. “Una cena pensata per conoscerci, discutere e vedere se possiamo organizzare attività comuni, su temi che stanno a cuore a entrambi -spiega l'imam Ali Abu Shwaima-. C'è, in questo periodo, una battaglia contro la famiglia, e questo è un argomento molto importante anche per noi”.
“Il Centro islamico era stato aperto nel 1976 in via Padova a Milano. Poi nel 1995 il trasferimento a Segrate -continua Ali Abu Shwaima-. Nel 1988 è stata inaugurata la moschea: la prima in Italia”. Un luogo di preghiera dove, ogni venerdì, si ritrovano circa 500 fedeli, che arrivano al migliaio in occasione del Ramadan.
lunedì 13 ottobre 2008
Spiegare la schiavitù
Mi dispiace non potere postare la copertina (non possiedo uno scanner e in rete non c'è ancora) ma ve ne consiglio caldamente la lettura. Sto parlando del volume La schiavitù spiegata ai nostri figli, appena pubblicato da Epoché e scritto dal custode della Casa degli Schiavi dell'isola di Gorée, Joseph N'Diaye. E' un libro divulgativo ma che mantiene perfettamente la promessa che fa nel titolo. Spiega cosa sia stata la schiavitù e la tratta negriera con dovizia di informazioni e riuscendo a parlare alla testa e al cuore del lettore. Fa capire perché la tratta degli schiavi neri sia stata qualcosa di profondamente diverso dalla schiavitù esercitata presso i greci e i romani. E soprattutto ce la mostra come un crimine fondativo rispetto all'economia e allo sviluppo occidentale. E questo sarebbe un bene averlo sempre a mente, magari solo per sentirsi un filo meno tronfi quando si prendono le distanze tra il cosiddetto primo e il cosiddetto terzo mondo. Con tutto il rispetto per gli ebrei e per altri popoli che hanno subito discriminazioni e genocidi, ritengo che davvero ciò che è stato fatto agli africani e all'Africa, durante la tratta, non sia paragonabile a nulla quanto a gravità e irreparabilità
Personalmente renderei obbligatoria questa lettura, nelle scuole e anche altrove.
Personalmente renderei obbligatoria questa lettura, nelle scuole e anche altrove.
venerdì 10 ottobre 2008
Via i clochard dal centrocittà
Cinquecento clochard sarebbero stati allontanati dal centro di Milano. Il vicesindaco De Corato lo comunica come se fosse una grande notizia, come se scacciare i poveri verso la periferia fosse un segno di civiltà. I fatti e le informazioni che arrivano dalle associazioni che cercano di dare una mano ai senza dimora lo smentiscono: "Non ci risulta che ci siano 500 senza tetto in meno", dice Magda Baietta, presidente della Ronda della carità. "I nostri 'gravi' ci sono ancora tutti ma abbiamo notato un leggero calo tra gli stranieri, soprattutto alla stazione Centrale e in Garibaldi, ma crediamo che il fatto sia dovuto alla paura: stanno nascosti in aree più protette dove c'è meno polizia”. “Vanno via momentaneamente: quando arriva un vigile ad allontanarli girano l'angolo e trovano un altro marciapiede dove posare il capo", precisa Padre Clemente Moriggi, presidente della Fondazione Fratelli di San Francesco. "Molti dei nostri senzatetto, almeno il 40%, sono italiani”. Molti dei senza tetto, almeno nell'esperienza della sottoscritta, sono persone che fino a poco tempo fa un tetto ce lo avevano, poi, a causa di eventi che possiamo considerare ordinari (come separazioni o licenziamenti) lo hanno perso.
Qualche tempo fa, un piccolo gruppo di clochard si era organizzato per passare la notte nei giardinetti della centralissima piazza Cadorna: di sera, quando negozi e uffici chiudevano e il passaggio diminuiva, aprivano le piccole tende da campeggio e si mettevano a dormire. Al mattino presto tiravano via tutto. Non davano fastidio a nessuno e contribuivano a tenere puliti e ordinati i giardini. Il vantaggio innegabile per loro era quello di essere meno esposti ad eventuali maleintenzionati ( e sappiamo che i clochard anche da questo punto di vista sono molto espostii) e tutto sommato più vicini alla "gente normale" e quindi di sentirsi un filo meno soli. L'amministrazione comunale ha pensato bene di multarli per campeggio abusivo (sic!) e "deportarli" in via Barzaghi, più o meno a ridosso del campo nomadi, in modo ovviamente da rimuoverli alla vista...
Encomiabile, civile e soprattutto cristiano.
Qualche tempo fa, un piccolo gruppo di clochard si era organizzato per passare la notte nei giardinetti della centralissima piazza Cadorna: di sera, quando negozi e uffici chiudevano e il passaggio diminuiva, aprivano le piccole tende da campeggio e si mettevano a dormire. Al mattino presto tiravano via tutto. Non davano fastidio a nessuno e contribuivano a tenere puliti e ordinati i giardini. Il vantaggio innegabile per loro era quello di essere meno esposti ad eventuali maleintenzionati ( e sappiamo che i clochard anche da questo punto di vista sono molto espostii) e tutto sommato più vicini alla "gente normale" e quindi di sentirsi un filo meno soli. L'amministrazione comunale ha pensato bene di multarli per campeggio abusivo (sic!) e "deportarli" in via Barzaghi, più o meno a ridosso del campo nomadi, in modo ovviamente da rimuoverli alla vista...
Encomiabile, civile e soprattutto cristiano.
martedì 7 ottobre 2008
Libia-Italia, sulla pelle dei migranti
A proposito dell'accordo italo-libico di qualche settimana fa. Popoli di ottobre pubblica un articolo estremamente interessante e assai utile per capire il senso vero di questo patto. L'autore, Enrico Casale, è un amico e un giornalista bravissimo.
Libia-Italia
Sulla pelle dei migranti
Il Trattato firmato il 30 agosto prevede che il Paese maghrebino collabori nel contenimento dei flussi migratori provenienti dall'Africa subsahariana. Nessuna garanzia viene chiesta sul rispetto dei diritti umani, oggi ampiamente violati. I racconti di chi è finito nella rete dei trafficanti e ha «assaggiato» le carceri di Gheddafi
«Meno clandestini, più gas e più petrolio». Così il premier italiano Silvio Berlusconi ha sintetizzato l'accordo sottoscritto con il leader libico Muammar Gheddafi il 30 agosto a Bengasi. Un'intesa nella quale convergono interessi e istanze diverse di carattere storico (gli indennizzi per i danni inflitti dall'Italia durante il periodo coloniale), economico (lo sfruttamento delle risorse petrolifere), sociale (il contenimento dell'immigrazione irregolare che transita dalla Libia prima di approdare in Italia). Ed è proprio quest'ultimo punto a rappresentare l'anello debole dell'accordo perché il nostro Paese di fatto affida a Tripoli la gestione dell'immigrazione dall'Africa subsahariana, concedendo alla Libia tecnologie d'avanguardia per il controllo dei flussi migratori, e «delegandole» l'espulsione degli immigrati verso i Paesi d'origine. Tutto questo senza chiedere in cambio alcuna garanzia sul rispetto dei diritti fondamentali dei migranti.
Intese simili sono già state sottoscritte con altri Paesi, per esempio Albania e Tunisia. La Libia però è un caso a sé: da 39 anni è retta da una dittatura che non ha mai nascosto la sua «allergia» verso le pratiche democratiche e i diritti umani. «In Libia - denuncia Human Rights Watch, organizzazione internazionale che difende i diritti umani - sono comuni l'arresto e la tortura degli oppositori politici. Negli ultimi 18 mesi tre oppositori sono scomparsi e di loro non si sa più nulla». Ancora più dura la denuncia di Amnesty international, che critica proprio la gestione dei flussi migratori da parte libica: «Negli ultimi anni, le forze di polizia libiche hanno arrestato e rimpatriato decine di migliaia di stranieri accusati di essere entrati nel Paese in modo irregolare. Il governo non fa distinzioni tra semplici immigrati e rifugiati o richiedenti asilo. Desta particolare preoccupazione il caso degli eritrei fuggiti per paura delle persecuzioni politiche e rimpatriati da Tripoli».
Sono gli stessi immigrati a raccontare le vessazioni e le violenze subite in Libia, ma anche le complicità delle autorità libiche (che secondo l'intesa dovrebbero arrestare l'immigrazione illegale) nel traffico di esseri umani. Popoli ha raccolto alcune testimonianze di immigrati eritrei e somali riusciti ad arrivare in Italia dopo essere passati dalla Libia.
POLIZIOTTI COMPLICI
I trafficanti (perlopiù sudanesi o libici) sono bene organizzati e armati ma, soprattutto, non hanno scrupoli. Per loro gli immigrati sono merce da comprare, vendere e sfruttare. Per massimizzare i profitti razionano il cibo e l'acqua lasciando gli immigrati senza bere né mangiare per giorni. «Ai passeurs - osserva Abdulaziz Ali Hassan, somalo - non importa che tu viva o muoia, a loro interessa solo guadagnare. Noi abbiamo attraversato il deserto del Sahara senza acqua. Per non morire disidratati bevevamo le nostre urine. Le vittime principali dei trafficanti sono le donne. Quando ci accampavamo nel deserto, lasciavano scendere il buio e aspettavano che tutti si addormentassero. Poi andavano dalle ragazze sole, sotto la minaccia delle armi le portavano lontano e le violentavano».
Le violenze sulle donne sono solo un aspetto del disprezzo che molti libici provano nei confronti delle popolazioni dell'Africa subsahariana, un disprezzo che assume i contorni di un autentico razzismo. Per gli immigrati è impossibile farsi vedere di giorno nelle città. I libici, uomini, donne, ma anche i ragazzi, quando li vedono li denunciano o addirittura li percuotono e li derubano di tutto. Non hanno riguardo neppure verso i confratelli musulmani somali. «I libici disprezzano la gente di colore - spiega Abdulaziz Ali Hassan -. Se possono ti aggrediscono per strada. E la polizia non fa nulla per difenderti. Anzi, spesso, partecipa ai pestaggi». Qualche immigrato reagisce, ma ha quasi sempre la peggio. «La cosa che ti impressiona - ricorda Kaleb Hagos, eritreo - è la furia con la quale le bande di ragazzini aggrediscono noi immigrati. Ti perquisiscono come se fossero poliziotti e, se non hai nulla, ti malmenano».
Per le forze dell'ordine l'immigrazione è un affare lucroso come per i trafficanti. E infatti lo gestiscono insieme spartendosi i proventi. A testimoniarlo sono molti immigrati. La storia di Hassan Mohammed Hassan, somalo, è significativa. Arrivato in Libia dopo aver attraversato Kenya e Sudan, viene portato insieme ai compagni di viaggio in un campo di concentramento nel deserto. Qui i trafficanti li riuniscono e dicono loro che li rilasceranno solo dietro il pagamento di 500 dollari a testa. Hassan non ha denaro. I passeurs lo obbligano a lavorare nei loro campi. «I poliziotti sanno tutto - rivela - e sono complici dei trafficanti. Da loro prendono cospicue "mazzette" e li lasciano fare. Nei mesi in cui sono stato detenuto in quel campo spesso ho visto ufficiali della polizia venire a ritirare le buste con i soldi. Alcuni di loro erano addirittura in divisa».
Lungo il tragitto dalla frontiera con il Sudan fino a Tripoli o a Bengasi (dove si imbarcano per l'Italia), gli immigrati vengono venduti più volte da un gruppo di trafficanti a un altro. Anche in questo caso i poliziotti pretendono la loro parte. «Io sono stato venduto tre volte - ricorda Iyob Sennay, eritreo - prima dai passeurs sudanesi a quelli libici, poi ad un altro gruppo di libici. Questi, invece di portarci a Tripoli, ci hanno condotto a Bengasi. Erano d'accordo con la polizia. Infatti una volta in città ci hanno abbandonati in mezzo a una strada e, poco dopo, sono arrivati alcuni agenti. L'assurdo è che, invece di arrestarci, ci hanno rubato soldi, catenine, orologi, anelli e sono scappati».
LE PRIGIONI DI GHEDDAFI
Non solo negli accampamenti gestiti dai trafficanti, ma anche nelle carceri libiche la violenza è una dura costante che accompagna gli immigrati. «I secondini non hanno pietà - spiega Abdullahi Ahmed, somalo -, per loro ogni scusa è buona per picchiarci sia a mani nude sia con i manganelli». Contro di lui gli agenti libici si sono accaniti. Forse perché è più debole di altri. Le percosse gli hanno inferto ferite profonde, delle quali porta ancora vistose cicatrici. I colpi alla testa gli hanno invece procurato danni neurologici tali per cui spesso non riesce a seguire i discorsi degli interlocutori. Ma non è l'unico ad aver subito le percosse. «Se tenti di fuggire senza pagare i secondini e ti riprendono - gli fa eco Kaleb Hagos -, la reazione della polizia è dura. Alcuni compagni che sono stati ripresi dopo una fuga, sono stati picchiati in modo così violento che per un mese non sono riusciti a mangiare da soli e dovevano essere imboccati dagli amici».
Anche il cibo è un problema. In alcune carceri viene dato un solo pasto al giorno. «Il "menù" - ricorda ancora Abdullahi Ahmed - è sempre lo stesso: pane e fagioli. Il vero problema è che se non finivamo la nostra razione in dieci secondi ci veniva tolto il cibo e venivamo picchiati selvaggiamente. Spesso riuscivamo a mangiare soltanto due bocconi».
Per assurdo, fuggire non è difficile. Le guardie si fanno corrompere facilmente. Addirittura lasciano che gli immigrati utilizzino i cellulari per contattare le famiglie o gli amici in modo che queste spediscano il denaro per farli scappare. A volte, sono gli stessi direttori delle prigioni a trattare i compensi per la fuga. «Spesso - racconta Abdullahi - il trattamento duro esaspera i detenuti i quali minacciano di ribellarsi. I direttori, temendo le rivolte, prendono contatto con i leader dei carcerati promettendo loro che dietro il pagamento di somme tra i 500 e i 900 dollari a detenuto, si impegnano a diminuire i controlli favorendo le fughe collettive. I detenuti quasi sempre riescono a raccogliere il denaro telefonando a parenti o conoscenti fuori dalla prigione».
Chi non ha i soldi e non riesce a fuggire viene rimpatriato. La Libia non si cura del fatto che gli Stati d'origine tutelino o meno i diritti umani, siano o meno in guerra. Così molti eritrei sono stati costretti a rientrare in patria dove li aspettavano torture e, per alcuni, la pena capitale. Anche molti somali sono stati espulsi e costretti a ritornare in un Paese da diciassette anni in preda a una sanguinosa guerra tra i clan.
Per evitare rivolte, i libici, mentendo, dicono agli immigrati che verranno portati in Italia. «A luglio - ricorda Tesfay Gebrenegus, eritreo - mio fratello mi ha telefonato dal carcere di Tripoli dicendomi che i libici gli avevano assicurato che l'Italia era disposta ad accogliere 200 immigrati e che quindi il giorno successivo sarebbero stati imbarcati su un aereo diretto a Roma. Ci siamo informati e abbiamo capito che era una menzogna: l'Italia non aveva dato e non aveva intenzione di dare alcun permesso all'ingresso di immigrati. I libici volevano farli salire su un aereo, ma per rispedirli ad Asmara e rimpatriarli, senza farglielo capire».
L'INTESA
Infrastrutture, petrolio e immigrazione
Il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato a Bengasi il 30 agosto dal premier italiano Silvio Berlusconi e dal leader libico Muammar Gheddafi è un'intesa che ha tre obiettivi: chiudere il contenzioso coloniale tra i due Paesi (senza però risolvere il problema dei risarcimenti agli italiani espulsi dalla Libia nel 1970), creare i presupposti per una collaborazione in campo energetico, attuare gli accordi siglati in passato per contenere l'immigrazione clandestina. L'Italia investirà 5 miliardi di dollari in 25 anni in infrastrutture. In particolare, nella realizzazione di un'autostrada costiera dalla frontiera con la Tunisia a quella con l'Egitto, nella costruzione di abitazioni, nella creazione di borse di studio per studenti libici e nell'erogazione di pensioni di invalidità per i mutilati dalle mine seminate dall'esercito italiano durante la seconda guerra mondiale. La Libia intensificherà la lotta all'immigrazione clandestina attuando l'accordo siglato il 29 dicembre 2007 dal governo Prodi (e al quale avevano lavorato i governi Dini e D'Alema) che prevede il pattugliamento congiunto delle coste libiche e la fornitura di attrezzature e mezzi per controllare i flussi degli immigrati. La Libia poi ha accettato l'Italia come partner di riferimento nello sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio. I principali beneficiari, a livello commerciale, saranno imprese italiane. In prima fila i grandi gruppi statali Finmeccanica ed Eni.
I RIFUGIATI
«Un regalo al dittatore Gheddafi»
Mussie Zerai Yosief, presidente dell'Agenzia Habeshia, associazione per i rifugiati etiopi ed eritrei, come giudica l'intesa tra Italia e Libia?
Il trattato non è un risarcimento per i danni del periodo coloniale. Se lo fosse stato, avrebbe dovuto essere preceduto in Italia da un dibattito sul piano storico. Dibattito che non si è tenuto. Tra l'altro, questo risarcimento avrebbe dovuto essere fatto ai libici, non a un dittatore che da 40 anni governa senza rispettare i più elementari principi democratici. Penso invece che la Libia in futuro si trasformerà in una miniera d'oro per le aziende occidentali e che l'Italia abbia voluto accaparrarsi una parte degli affari. E non sto parlando solo del mercato degli idrocarburi, ma anche degli appalti che Tripoli bandirà per creare nuove infrastrutture. Pur di non perdere questo treno l'Italia ha regalato cinque miliardi di dollari a Muammar Gheddafi e anche un ampio riconoscimento internazionale.
Come vengono trattati i migranti in Libia?
I libici trattano malissimo i migranti i quali subiscono continue vessazioni, ricatti. Tra poliziotti e trafficanti poi c'è complicità. È come se si passassero i «clienti»: i trafficanti fanno in modo di «spremere» il più possibile i migranti e poi li fanno arrestare. I poliziotti cercano di guadagnarci a loro volta e poi li scarcerano, gettandoli ancora nelle mani dei trafficanti.
Quale futuro attende i migranti in arrivo dal Corno d'Africa?
Intanto va detto che dopo la firma degli accordi gli sbarchi non si sono arrestati. In secondo luogo, Gheddafi, subito dopo la firma, ha giocato su alcuni dettagli dell'intesa (l'eventuale patto di non aggressione Libia-Italia) per mettere in difficoltà Roma e alzare la posta chiedendo altre contropartite. Quindi non è detto che l'intesa verrà applicata integralmente. Chi ci rimetterà saranno certamente gli immigrati. Alcuni cercheranno di cambiare strada, passando da Egitto e Israele, come in parte stanno già facendo. Altri continueranno a transitare dalla Libia, subendo discriminazioni e violazioni.
IL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI
Craxi: «Un accordo di portata storica»
Sul trattato di cooperazione Italia-Libia abbiamo intervistato Stefania Craxi, sottosegretario agli Esteri con delega al Nord Africa. Avremmo voluto proporvi anche il parere di un esponente dell'opposizione. Per questo motivo abbiamo contattato Piero Fassino, ministro degli Esteri del governo ombra. Per diversi giorni ci è stata promessa dal suo staff e da lui stesso un'intervista che però non ci è mai stata concessa.
On. Craxi come giudica il Trattato siglato da Italia e Libia?
Il mio giudizio è positivo perché credo che sia una svolta nei rapporti fra i due Paesi. Penso che abbia ragione il premier Silvio Berlusconi quando dice che si è trattato di una firma storica. Con questo Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione si chiude finalmente l'ostico e decennale contenzioso sul passato coloniale e si apre una nuova fase di relazioni tra l'Italia e la Libia. I due Paesi hanno deciso di cooperare a favore della pace, della sicurezza e della stabilità nella regione del Mediterraneo.
Nell'accordo si prevede che la Libia collabori con l'Italia nel contenimento dell'immigrazione irregolare. Crede che, sotto il profilo dei diritti umani, la Libia sia un partner affidabile?
Intanto va detto che l'accordo sull'immigrazione esisteva già, ma la Libia non l'aveva mai attuato. Tanto che negli ultimi mesi gli sbarchi sulle coste italiane sono aumentati: a luglio e agosto sono arrivate a Lampedusa tremila persone, nei primi sette mesi dell'anno 12.500. La Libia è affidabile? Credo che l'unico modo per far sì che Tripoli rispetti i diritti degli immigrati, sia una collaborazione: con la Libia dobbiamo continuamente dialogare e scambiare le nostre esperienze.
Che cosa ne sarà delle persone che arrivano in Libia fuggendo da guerre e da Paesi non democratici?
L'unica possibilità è lavorare affinché l'immigrazione non sia più un assalto di disperati all'Europa, ma un'opportunità per i Paesi di partenza e per quelli di arrivo. Per far questo bisogna impegnarsi molto sui temi della formazione e dello sviluppo in loco. Detto questo non possiamo dimenticare che anche l'Italia avrà sempre bisogno degli immigrati, che quindi continueranno ad arrivare. Ma saranno lavoratori formati e qualificati che aiuteranno il nostro Paese a svilupparsi.
Quali strumenti ha l'Italia per costringere la Libia a rispettare l'accordo?
Il Trattato è molto complesso e fa sì che l'Italia diventi il partner commerciale di riferimento della Libia. Non solo, ma nell'accordo l'Italia riconosce alla Libia un indennizzo per i danni subiti nel periodo coloniale. Tripoli ha quindi l'interesse a far sì che l'intesa sia rispettata in ogni suo punto.
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lunedì 6 ottobre 2008
Bangladesh, la casa dei bambini
Missione Oggi, la rivista missionaria dei saveriani, pubblica, sul numero di ottobre, un capitolo del mio libro sul Bangladesh e, anche, alcune foto dei bambini della Tokai House, la casa dei bambini di strada creata a Khulna da padre Riccardo Tobanelli. La Tokai House non è un orfanotrofio ma una vera casa-famiglia, dove nessuno cerca di convertire nessuno e nascono spontaneamente dei legami forti di appartenenza e solidarietà. Voglio dire che spontaneamente i bambini imparano a prendersi cura l'uno dell'altro e a fare famiglia. L'unica condizione per essere ammessi è impegnarsi ad andare a scuola. Per inciso, la Tokai House è uno dei posti in cui mi sono sentita più felice in Bangladesh.Se pensate che l'articolo possa interessarvi, cliccate qui per leggerlo!
I bambini della foto sono Marufa, Olom e Jumur.
domenica 5 ottobre 2008
Il programma della settimana

La settimana che comincia domani sarà per me piuttosto intensa: tre presentazioni in tre città diverse.
Come ho già scritto nel post precedente, si comincia a Torino, mercoledì 8, al Circolo dei Lettori.
Il giorno successivo sarò a Como, alla Biblioteca Comunale: questo appuntamento è organizzato da Progetto Sorriso nel Mondo, la onlus a cui ho ceduto i diritti economici del libro.
Domenica 12, alle 15 sarò a Lecco e parlerò del libro all'interno del festival Immagimondo
Purtroppo, tutte queste volte, niente veline con me...
giovedì 2 ottobre 2008
Souvenir da Spazio Tadini



Ecco tre foto relative alla presentazione milanese. Le due veline-venditrici-di-libri, Michela e Ida, sono in quella che vedete qui sopra. In apertura, ci siamo le tre grazie (io, Gabriella e Valentina). Nella terza, prove di dediche e autografi. Alla mia sinistra c'è Enrico, che ha ideato e realizzato il book trailer (chissà se riesco a caricarlo nel blog... non parlo di Enrico, ovviamente, ma del book trailer!).
Infine: per chi gravitasse su Torino, mercoledì prossimo, alle 18, tornerò a parlare di Bangladesh Inferno di delizie, al Circolo dei Lettori.
Vi aspetto!
mercoledì 1 ottobre 2008
Bangladesh Inferno di delizie. Ringraziamenti
Grazie di cuore a tutti quelli che sono venuti ieri e a quelli che avrebbero voluto esserci ma non ce l'hanno fatta. E' stata una serata molto bella, e davvero non immaginavo di potere riunire così tante persone. E' stata una festa più che una presentazione.
Un grazie particolare va ad Enrico Deni e Massimo Dall'Argine, che hanno lavorato insieme per realizzare il book trailer, che a detta di tutti è venuto benissimo; a Gabriella Grasso che è diventata ormai una presentatrice di libri professionista; a Valentina Garavaglia, che ha letto benissimo e dentro la quale, è chiaro, si agita un'attrice; a Michela Gentili e a Ida Papandrea, perfette nel ruolo di veline-venditrici-di-libri; a Nelly Diop, che ha preparato montagne di bigné e fiumi di zenzero; a Sebastiana Gangemi, cioé l'ufficio stampa Vallecchi, che è diventata per me una sorta di angelo custode; e, ovviamente, a Melina Scalise e Francesco Tadini di Spazio Tadini che mi hanno dato l'opportunità di presentare la "creatura" in un luogo non solo bello ma, anche e soprattutto, dotato di anima e di storia, elementi, questi, che ci sono o non ci sono e non possono essere acquisiti dall'esterno o costruiti a tavolino. Appena riesco a recuperare qualche foto, la posto.
Intanto, a chi fosse rimasto colpito da zenzero e bigné (e credo che più d'una persona lo sia stata), ricordo che Nelly ha un take-away a Milano, dalle parti di viale Abruzzi. Cucina dell'Africa occidentale, rivisitata per piacere agli italiani ma senza travisamenti. Per saperne di più, cliccate qui.
Un grazie particolare va ad Enrico Deni e Massimo Dall'Argine, che hanno lavorato insieme per realizzare il book trailer, che a detta di tutti è venuto benissimo; a Gabriella Grasso che è diventata ormai una presentatrice di libri professionista; a Valentina Garavaglia, che ha letto benissimo e dentro la quale, è chiaro, si agita un'attrice; a Michela Gentili e a Ida Papandrea, perfette nel ruolo di veline-venditrici-di-libri; a Nelly Diop, che ha preparato montagne di bigné e fiumi di zenzero; a Sebastiana Gangemi, cioé l'ufficio stampa Vallecchi, che è diventata per me una sorta di angelo custode; e, ovviamente, a Melina Scalise e Francesco Tadini di Spazio Tadini che mi hanno dato l'opportunità di presentare la "creatura" in un luogo non solo bello ma, anche e soprattutto, dotato di anima e di storia, elementi, questi, che ci sono o non ci sono e non possono essere acquisiti dall'esterno o costruiti a tavolino. Appena riesco a recuperare qualche foto, la posto.
Intanto, a chi fosse rimasto colpito da zenzero e bigné (e credo che più d'una persona lo sia stata), ricordo che Nelly ha un take-away a Milano, dalle parti di viale Abruzzi. Cucina dell'Africa occidentale, rivisitata per piacere agli italiani ma senza travisamenti. Per saperne di più, cliccate qui.
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