domenica 11 gennaio 2009

Il razzismo e l'odio di sè

Questo brano è tratto dall'intervento del filosofo africano Achille Mbembe contenuto in aut aut n° 339 ed è stato pubblicato su Alias dell'8 novembre 2008.

«La critica postcoloniale si sviluppa su più livelli. Da una parte, essa decostruisce, come insegna Edward Said in Orientalismo, la prosa coloniale, cioè il montaggio mentale, le rappresentazioni e le forme simboliche che sono servite da infrastrutture al progetto imperialista. Dall’altra, smaschera ugualmente il potere di falsificazione di questa prosa, ovvero la riserva di menzogne e la portata fabulatoria senza le quali il colonialismo in quanto configurazione storica del potere sarebbe fallito. Si apprende in questo modo come quel che si spacciava per umanismo europeo appariva ogni volta, nelle colonie, sotto la figura della duplicità, del doppio linguaggio e del travestimento del reale. Di fatto, la colonizzazione non cessa di mentire tanto di fronte a se stessa, quanto di fronte all’altro. Come spiega molto bene Frantz Fanon in Pelle nera, maschere bianche, le procedure di razzializzazione del colonizzato costituscono il motore di questa economia della menzogna e della doppiezza. Per il pensiero postcoloniale la razza costituisce infatti la regione selvaggia dell’umanismo europeo, la sua bestia. Per riprendere i termini di Castoriadis in merito al razzismo, dirò che la bestia afferma più o meno questo: «A valere ci sono solo io. Ma io ho valore solo nella misura in cui gli altri, in quanto tali, non valgono nulla». Il pensiero postcoloniale si sforza dunque di smontare l’ossatura della bestia, di stanare i suoi luoghi di soggiorno privilegiati. Più radicalmente, si pone la questione di sapere che cosa comporta vivere sotto il regime della bestia, di quale vita si tratta e di quale morte si muore. Mostra che c’è nell’umanesimo coloniale europeo qualcosa che si deve chiamare odio inconscio di sé. Il razzismo in generale e il razzismo coloniale in particolare costituiscono il transfert sull’altro di questo odio di sé. (…) La figura dell’Europa, di cui la colonia (e prima ancora la “piantagione” sotto il regime della schiavitù) fa esperienza e a cui diviene a poco a poco familiare, è lontana dall’essere quella della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Il totem che i colonizzati scoprono dietro la maschera dell’umanismo e dell’universalismo non è soltanto un soggetto molto spesso sordo e cieco. E’ soprattutto un soggetto segnato dal desiderio della propria morte, ma in quanto questa morte passa necessariamente per quella degli altri, in quanto è una morte delegata».

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