sabato 31 gennaio 2009

Lotta senegalese, tra business e tradizione

Sto scrivendo un pezzo sul Senegal per un giornale di turismo. Rovistando nel mio archivio, ho trovato un articolo sulla lotta senegalese che ho pubblicato un paio d'anni fa (mi pare) su Nigrizia. Mi sembra ancora interessante e attuale e per questo lo posto. Le foto sono prese da internet e sono di Philippe Bordas, fotografo citato nell'articolo.

A pugni nudi, tra business e tradizione
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In Senegal la lotta è più seguita e amata dello stesso calcio. Non può, però, essere considerata solo una disciplina sportiva. Essa combina insieme molti elementi, spirituali e rituali, in un intreccio difficile da cogliere per una mente occidentale. Ma la logica del business la sta rapidamente trasformando.

La preparazione è stata lunga e piena di coreografie, accompagnata da danze, cori e riti preparatori. Ma l’incontro in sé è durato solo diciannove, brevissimi secondi. Al fischio dell’arbitro, il gigante più piccolo è partito all’attacco, confidando nell’effetto sorpresa per riuscire a immobilizzare l’avversario. Ma il gigante più grosso non si è lasciato sorprendere. Facendo affidamento sul suo peso, è riuscito a fermare l’azione semplicemente girando su se stesso. Il gigante più piccolo non si è scoraggiato. E’ ripartito all’attacco. Ma, a questo punto, il più grosso non si è limitato a divincolarsi. Ha sfruttato a fondo la sua esperienza e la sua tecnica per fare cadere di schiena il più piccolo, un paio di secondi prima di arrivare al suolo lui stesso. L’arbitro ha dovuto attribuirgli la vittoria, anche se con qualche esitazione: in fondo, anche se a pochi istanti di distanza, erano finiti a terra tutti e due. In questo modo Yakhya Diop, detto Yèkini, conosciuto anche come l’enfant de Joal e con altri soprannomi, lo scorso 10 giugno, ha battuto Balla Bèye 2, noto come l’Uragano di Pekine, allo Stadio Demba Diop di Dakar. Con questo successo Yèkini ha portato il suo record di imbattibilità a quota 16 (15 vittorie e una partita dichiarata nulla) e ha confermato di essere lui il numero uno della lotta senegalese. Particolare non irrilevante, ha portato a casa 120milioni di fca, l’equivalente di 360mila euro. Una somma incredibile per il Senegal, dove lo stipendio mensile di un insegnante non supera i 60 euro.

LA NASCITA DI UN NUOVO EROE
Ho visto combattere per la prima volta Yèkini nel gennaio del 2006. La sfida, quella volta, era con Mohamed Ndao, detto Tyson, altro mito della lotta senegalese. Avevo seguito l’incontro in televisione, in un appartamento di Rui Dial Diop, al Plateau, il cuore antico e rumoroso di Dakar. Mentre Tyson cadeva, la città aveva trattenuto il respiro, poi si era lasciata andare a un boato liberatorio. In pochi secondi le strade si erano riempite di bambini e giovani che festeggiavano e di auto strombazzanti. I ragazzini avevano preso d’assalto i negozi dei fotografi, per fare incetta delle immagini dell’incontro, appena stampate, da andare a rivendere. Avevo acquistato un ritratto di Yèkini a 200 cfa, l’equivalente di 40 centesimi di euro. L’intera sequenza dell’atterramento costava 1000 cfa. I sostenitori di Tyson scivolavano come ombre contro i muri. Una signora diceva a suo figlio che, per il dolore, quella sera non avrebbe mangiato, e forse avrebbe fatto lo stesso anche l’indomani. Le vittorie di Tyson l’avevano accompagnata negli ultimi anni e lei non sopportava di vedere il suo eroe, bello ed elegante, decisamente molto più charmant degli altri lottatori, cadere sotto i colpi del nuovo arrivato. Il giorno dopo i giornali davano come irrimediabilmente finita la carriera di Tyson ma riferivano anche che, tra gli organizzatori dei match di lotta, i cosiddetti promotori, cominciava a serpeggiare una preoccupazione di altro tipo: Yèkini era diventato troppo forte. Non sarebbe stato facile, a quel punto, trovare chi accettasse di combattere con lui.

LA FINE DI UN MITO
La carriera di Tyson, in realtà, sarebbe davvero finita un anno dopo. Allo stadio Leopold Sédar Senghor, ancora gremito di gente (oltre 50mila persone), il lottatore più charmant era tornato a sfidare il suo più tradizionale rivale, un’altra leggenda della lotta: Serigne Dia, conosciuto come Bombardier. Battere lui non era proprio come prendersi la rivincita su Yèkini ma avrebbe rappresentato il primo gradino della rimonta. Dopo 30 secondi Tyson era riuscito ad atterrare Bombardier, e stava reclamando la vittoria. Qualcosa però nella sequenza non ha convinto l’arbitro, che si è consultato con i giudici di gara e ha fatto riprendere l’incontro. Tyson, a quel punto, ha lasciato l’arena per protesta. Ha raggiunto la sua celebre auto di lusso ed è andato via sgommando. Senza un commento, senza una parola. Il pubblico, per quanto abituato alle sue intemperanze e a certi capricci da divo, è rimasto allibito e incredulo. Una cosa del genere non si era mai vista. La vittoria (e il premio in denaro) sono stati assegnati d’ufficio a Bombardier. Tyson, ormai ex campione, si è visto comminare una multa e una squalifica di tre anni. Ascoltavo tutto questo alla radio e il mio pensiero andava a quella signora appassionata di Tyson. Chissà quanto sarebbe durato, questa volta, il suo digiuno.

LE REGOLE DEL GIOCO
La lotta è lo sport nazionale del Senegal. Gode di una popolarità e un seguito paragonabili a quelli del calcio in Italia ma, a differenza di questo, non è solo gioco, non è solo agonismo. Nasce (o, forse, sarebbe meglio dire, arriva – e vedremo perché) come un rito di passaggio, un momento sociale, un esercizio dell’anima e, probabilmente, molto altro. Le regole base sono molto semplici. Si combatte corpo a corpo, sempre a mani nude e sulla sabbia. Vince chi mette per primo a terra l'avversario. Si parla di atterramento quando si tocca il suolo con o la schiena, o l'addome, o due ginocchia e una mano, o due mani e un ginocchio. Gli sfidanti, coperti solo da mutandoni che fanno venire in mente i ciripà dei neonati e pieni di amuleti (gris-gris), entrano nell’arena accompagnati dal canto dei griot e dall’incoraggiamento delle donne e dei bambini. Si attardano in una serie di riti propiziatori e di purificazione come l’aspersione del corpo col latte, la rottura delle calabasse, la liberazione di alcuni volatili, l’esibizione di particolari amuleti. E ricevono la benedizione del proprio marabout, la guida spirituale.

LA LOTTA DI CITTÀ…
Per capire la realtà e il presente della lotta, oggi, si deve fare una distinzione tra la quella disputata in città, negli stadi, dai professionisti alla Yèkini e alla Balla Bèye, e quella dei villaggi. L’origine è la stessa ma le loro evoluzioni sono state assai diverse.
La prima viene combattuta ormai in qualsiasi periodo dell’anno, come avviene per un comune sport, e si è dotata di regole che hanno permesso di ridurre la durata degli incontri. Per esempio, ammette la possibilità di colpire l’avversario con i pugni, rendendo possibile l’atterramento anche in pochi secondi. Prevede inoltre una separazione netta tra chi fa lo spettacolo e chi lo guarda. La parte rituale e spirituale è rimasta ma è stata trasformata in coreografia e folklore. Il pubblico paga e, soprattutto, scommette: il giro di scommesse che accompagna le partite di lotta è molto intenso. In occasione degli incontri importanti, i vip senegalesi fanno a gara per occupare i posti più visibili in tribuna e i magazine, nei giorni successivi, dedicano pagine e pagine al “chi c’era” e al “chi parlava con chi”. I promotori maneggiano incredibili quantità di denaro e sono a ragione considerati personaggi potenti. Tutti a Dakar conoscono i fratelli Mbaye di Action 2000 e Gaston Mengue. A me è capitato di trascorrere un paio d’ore nell’ufficio di Gaston, anni fa, assistendo alla sua conversazione con un concittadino emigrato in italia che avrebbe voltuto organizzare a Milano uno spettacolo di lotta. E non ho potuto fare a meno di notare l’esibizione di potenza che arrivava da tutta la sua persona. Il cuore del suo discorso era comunque che solo per somme altissime, centinaia e centinaia di milioni, lui si sarebbe mosso per una trasferta. Lo scambio culturale non gli interessava.

…E QUELLA DI CAMPAGNA
La lotta dei villaggi è sostanzialmente rimasta ciò che era: festa, gioco, rito di passaggio, momento di socializzazione e di celebrazione dello spirito e degli antenati. Le partite si svolgono in un tempo definito: dopo il raccolto e prima della stagione delle piogge. Sono banditi i pugni e questo significa che un combattimento può andare avanti anche per ore, mentre tutt’intorno la comunità (e anche visitatori accorsi da villaggi vicini) balla, canta, accompagna l’incontro coni tamburi. Partecipa, insomma, in modo attivo. La sfida non assume mai un carattere personale: non è, per dire Pap che si misura con Mor. E’ Pap che si misura con il suo spirito e Mor che fa lo stesso col proprio. Ogni incontro è preceduto da una lunga preparazione spirituale, da riti propiziatori, danze e preghiere.
Non è facile, in realtà, per una mente occidentale, cogliere le mille sfumature di un evento come questo, tantomeno rappresentarlo. Riccardo Venturi, fotografo romano, è uno dei pochissimi, in Italia, ad averci provato. Ha iniziato la sua ricerca nella capitale ma, dopo poco, ha preferito spostarsi a Kaolack, in territorio serére (serére è una delle etnie presenti in Senegal) , per “vedere la lotta vera”: «A Dakar i promotori facevano capricci da star e, in alcuni casi, mi hanno chiesto migliaia di dollari per fotografare i lottatori. Nei villaggi non c’erano biglietti da pagare o accordi da prendere. Ma bisognava avere la fortuna di arrivare al momento giusto», mi ha raccontato. «A incontro terminato era incredibile la velocità con cui tutto veniva smantellato e ciascuno ritornava a fare le proprie cose». Anche Philippe Bordas, un fotografo francese che ha realizzato un grande e interessante lavoro sulla lotta in Africa (concentrandosi anche sui pugili del Kenya) dopo avere immortalato i lottatori professionisti di Dakar e gli spettacolari allenamenti degli atleti in erba, sulle spiaggie che circondano la capitale del Senegal (che, come è noto, sorge su una piccola penisola), è andato alla ricerca della lotta tradizionale dei villaggi.

LE ORIGINI INCERTE
Nel volume fotografico l’Afrique à poings nus Bordas affronta anche la questione dell’origine della lotta. E sembra avallare l’ipotesi di una sua importazione dall’antico Egitto. Nella necropoli di Beni Hasan sono state trovate, tra le altre cose, pitture e iconografie che rappresentano un tipo di lotta praticamente identico a quello combattuto oggi in Senegal. Secondo Joe Oukam, un intellettuale senegalese amico personale di Cheik Anta Diop, che Bordas ha interpellato e al quale dedica ampio spazio nel libro, sarebbero stati uomini della tribù dei lebou, in contatto con i neri della Nubia, a portare la lotta nella penisola di Dakar, dopo aver attraversato in lungo e largo l’Africa Occidentale, alla ricerca di un luogo senza guerra in cui insediarsi. Che ci sia stato un legame tra l’attuale Senegal e l’Egitto sembra essere dimostrato anche dalla presenza di analogie linguistiche tra le due regioni. Una leggenda sérere conferma l’ipotesi di una provenienza esterna. Essa dice che, a portare la lotta sulla terra sarebbero stati addirittura degli esseri sovranaturali, chiamati Kurs, i quali l'avrebbero trasmessa a dei ragazzi non ancora circoncisi, i così detti Gaynaakh.

6 commenti:

raggletaggle ha detto...

Sono appena tornato dal Senegal, ma io questi squisiti amici di Dakar che facevano zapping col telecomando per mostrarmi e farmi apprezzare il (la) mbalax e la lotta, io alla fine proprio non ci sono riuscito, a capirli. Sopporto il traffico, le spezie, i muezzin, i capelli finti, le tende damascate, i montoni, il vino di palma, ma la lotta, la lotta no.

stef. ha detto...

son difficili da capire i senegalesi, ma non solo per la lotta.... ma il vino di palma dove lo hai trovato? non era forse olio di palma?

raggletaggle ha detto...

No no, il vino di palma non è l'olio. Viene dalla Casamance, è leggermente alcolico e dolciastro. Bevuto fresco è comunque una bevanda piacevole, anche se per l'ospitalità senegalese se bevi mezzo bicchiere te ne danno un altro mezzo, se ne bevi un bicchiere te ne danno un altro, e così via...

stef. ha detto...

grazie per l'informazione! ero convinta che non ci fosse il vino di palma in senegal. ma si trova solo in casamance? a Dakar secondo te lo trovo?

raggletaggle ha detto...

Certo che lo trovi a Dakar! Io credo che basti chiedere, e qualsiasi dakarese ti dirà che lo sa dove trovarlo o che conosce qualcuno che. E poi è più facile incontrare un originario della Casamance a Dakar che un siciliano a Milano...
;-)

stef. ha detto...

grazie!!! a bientot