Per chi fosse interessato, di seguito riporto l'introduzione.

Questo libro nasce dalla domanda che, qualche anno fa, mi ha fatto Sara, una mia giovane amica, italianissima ma dalla pelle d’ebano. Era appena rientrata da una breve vacanza a Londra, la prima fatta all’estero e da sola. Io stavo mangiando lo zighinì (1) preparato da sua madre Mila, un’eritrea sposata a un etiope, che vive a Milano ormai da più di vent’anni e che considero come una sorella. Sara mi diceva che a Londra aveva visto neri che lavoravano in banca, negli ospedali, all’università, negli studi legali, a dare le notizie in tv, a dirigere il traffico… Perché, si chiedeva, in Italia i neri, quando riescono a lavorare, fanno solo mestieri umili? Ho risposto che tutto questo era dovuto al fatto che l’immigrazione, africana e no, in Italia, è un fenomeno recente. Perché per jella o per fortuna non siamo riusciti ad essere una potenza coloniale e perché, fino all’altro ieri, eravamo noi costretti ad emigrare. Ma ho risposto anche che non tutti i neri, in Italia, facevano lavori umili. Che quello del povero negro era in buona parte un luogo comune. Lei mi ha rivolto uno sguardo di sfida e di perplessità e ha detto: non ti credo, dimostramelo. Non era un ordine ma l’indicazione di un bisogno, profondissimo e non ancora dichiarato. Sara fa parte di quel gruppo di giovani frettolosamente ed erroneamente liquidati come immigrati di seconda generazione: giovani italiani di nascita e/o crescita ma rimasti stranieri nell’immaginario collettivo e che stanno faticosamente costruendo la loro identità. Un’identità che non coincide con quella dei loro genitori e neanche con quella dei coetanei bianchi, ma rappresenta un tertium con il quale, se non vogliamo perdere l’ennesima occasione di capire, dobbiamo confrontarci. In quest’ottica ho ritenuto che la cosa da fare fosse mettermi al lavoro. Cercare e trovare le storie di immigrati neri di prima generazione che fossero riusciti ad affermarsi o a fare qualcosa di importante, dal punto di vista sociale e culturale, per il paese da cui provenivano o per l’Italia. Ho pensato che la cosa da fare fosse questa, per Sara, ma non solo per lei. In questo modo avrei potuto contribuire a trasformare, nel mio piccolo, lo sguardo convenzionale che troppo spesso, inconsapevolmente, noi europei posiamo sull’Africa.
Ho seguito, in questa ricerca, il criterio della diversificazione territoriale, professionale e tematica. Le storie che propongo sono di uomini e donne che fanno cose diverse e provengono da paesi diversi. Con ciascuno dei miei interlocutori ho cercato di approfondire un particolare tipo di argomento. C’è stato un momento in cui ho pensato che sarebbe stato bello avere una storia per ognuno dei 53 paesi che fanno parte dell’Unione Africana. Poi, più pragmaticamente, ho deciso di fermarmi a tredici. .
(1) E’ un piatto tipico dell’Etiopia, dell’Eritrea e di alcune regioni del Sudan: carne stufata, verdure, legumi serviti sopra una sfoglia di pane spugnosa e leggermente acida che si chiama ingera.


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