Le indicazioni, venendo dal Plateau, cioé da Dakar centro, sono: prendere la strada per l’aeroporto, superare la boulangerie Brioche Dorée e, all’altezza del murale con l’elefante, girare a destra. Non ci sono insegne nè numeri civici, ma qualcuno ci farà segnale. Così, puntualmente, avviene.
La mia meta è una palazzina bianca, che accoglie qualcosa di inusuale per la cintura metropolitana di una capitale africana: una casa di produzione di cartoni animati. Piccola, giovane ma qualificata e competitiva, Pictoon, esiste da otto anni, e ha dato i natali a eroi ormai popolari non solo nell’Africa francofona ma, anche, in Canada, Belgio e Francia: il griot Kabongo, che gira il mondo in compagnia della scimmietta Golo, e i Leoni Invincibili, le cui avvincenti avventure, ambientate nei campi da football, si intrecciano con le tematiche della vita quotidiana e riflessioni morali. Pictoon propone l’immagine di un’altra Africa: ironica, allegra e piena di saggezza e di risorse, in contrasto con le visioni cupe e appiattite sulle statistiche che la maggior parte dei media occidentali continua a diffondere. Pictoon, soprattutto, dimostra che è possibile, in Africa, realizzare produzioni di alto livello, in sintonia con la cultura e le tradizioni locali, creando reddito e opportunità di formazione e lavoro.

Kabongo e i Leoni nascono dall’incontro tra la matita del francocamerunese Pierre Sauvalle e l’abilità manageriale della senegalese Aida Ndiaye. Sauvalle ha 38 anni, dreadlocks che scendono quasi fino alla vita, e si è diplomato alla prestigiosa scuola di animazione Les Gobelines di Parigi. Ha lavorato negli Usa e in Europa. Ndiaye, invece, è una donna d’affari, pragmatica e concreta, che porta molto bene i suoi 50 anni e, prima di lanciarsi nel mondo dei cartoon, ha fatto l’agente della Xerox.
La chiacchierata con Sauvalle si svolge quasi integralmente nel suo ufficio, una piccola stanza disordinatamente creativa. Sulla scrivania, molti fogli con schizzi e appunti, un modernissimo mac e una riproduzione in gesso di Kabongo. Alle sue spalle, sul muro, ancora schizzi e prove per le tavole dei futuri cartoon.
«Da quando ero ragazzo avevo in testa l’idea di creare cartoni animati con soggetti africani», racconta. «Mi sembrava un modo originale ed efficace per parlare dell’Africa fuori dai luoghi comuni e dare un piccolo contributo per diffondere in un circuito più ampio la sua immensa tradizione orale. Inizialmente avevo pensato di fare base in Sudafrica. Ma mi sono reso conto presto che quello non era il posto giusto. Il costo della vita, per quanto inferiore a quello europeo, era comunque troppo alto per permettermi di realizzare un prodotto di qualità ma competitivo dal punto di vista economico. E il Paese era ancora troppo lacerato e sofferente per consentirmi di lavorare in serenità. Quello del cartoonist è un mestiere creativo. Per farlo servono stimoli e ispirazione. Per trovare queste cose io devo andare in giro, osservare, parlare con la gente, riscoprire le storie dell’infanzia. A Johannesburg tutto questo non era facile».
Il Senegal andava molto meglio, almeno per tre ragioni: la sua sensibilità e vivacità culturale, la relativa vicinanza all’Europa, il basso costo della vita. «Basta confrontare il prezzo dei biglietti aerei per rendersi conto del vantaggio di stare qui», dice. «Può sembrare un particolare di secondo piano, invece è fondamentale: i cartoni non vanno solo realizzati ma anche fatti conoscere e, per farlo, bisogna viaggiare molto». Il cinema d’animazione ha costi elevati. Lo sanno bene le aziende del settore europee che, non a caso, si fermano alla fase di pre-produzione e poi mandano a realizzare e sviluppare il prodotto in Asia o nell’Europa dell’Est. «Noi invece facciamo tutto a Dakar. Ed è questo che ci rende competitivi. Per intenderci: ogni tavola dei Lions costa qui meno di 1000 cfa. A Parigi o a Londra costerebbe sei volte tanto. Questo, unito all’alta qualità, ci permette di essere competitivi».
Lo stile dei cartoon made in Pictoon appare estremamente moderno. In realtà, come sottolinea Sauvalle, i personaggi sono spesso ispirati alle maschere e alle figure che ricorrono nell’arte africana.«Siamo partiti dall’arte tradizionale per raccontare storie di ieri ancora significative nel mondo di oggi. Le abbiamo attualizzate dando loro una nuova forma, ma i contenuti sono antichi. I bambini africani, come tutti i bambini del mondo, hanno bisogno di eroi positivi che accendano la loro fantasia. Ed è importante che tali eroi siano coerenti con il loro orizzonte culturale e non acquisizioni posticce. Per quanto riguarda il tratto, il disegno, abbiamo scelto di restare distanti tanto dalla rotondità e dalla fluidità disneyana quanto dalla rigidità e dal semplicismo dei cartoni giapponesi. Entrambi non si addicono all’Africa e per noi è importante essere riconoscibili». Uno dei primi problemi che Sauvalle e Ndiaye si sono trovati ad affrontare è stato la mancanza di cartoonist e di altre figure professionali da coinvolgere nel progetto. Per fare cartoni animati, infatti, occorrono molti talenti e molte competenze. «Abbiamo pensato che il modo più pratico e utile per reperirli fosse organizzare corsi ad hoc. Così, nei primi anni, Pictoon ha lavorato soprattutto sulla formazione, offrendo agli stagisti un rimborso spese che permettesse loro di concentrarsi nello studio. Non si tratta comunque di un percorso facile. Un cartoonist completo deve essere in grado di riprodurre il corpo umano in tutte le sue forme, e per riuscirci occorre una solida preparazione nel disegno accademico. Inoltre deve apprendere le tecniche di animazione. E il lavoro che lo aspetta richiede pazienza e attenzione. Per dare un’idea: per realizzare un cartone di una ventina di minuti, è necessario preparare almeno 80mila disegni. Appena un quarto di essi sarà effettivamente utilizzato». I corsi durano due anni e continuano anche ora. Alcuni allievi sono andati per la loro strada. Ma molti lavorano ancora a Pictoon. Le persone formalmente assunte, oggi, sono venti, almeno un altro centinaio collabora regolarmente con l’azienda.
«Noi adesso puntiamo ad ampliare la rete commerciale», dice Sauvalle. «Vogliamo raggiungere il mercato anglofono e anche quello italiano. Il mercato estero è fondamentale per recuperare gli investimenti e continuare a crescere». E’ vero, infatti, che per quanto si riesca a limitare i costi, la spese sono comunque elevate. «Per esempio, più o meno ogni anno dobbiamo cambiare il sistema informatico». Per rientrare nelle spese Pictoon fa anche pubblicità e si occupa di altre produzioni. Non però produzioni qualunque. «Privilegiamo i lavori che hanno una componente etica. Se il nostro obiettivo fosse solo il profitto non saremmo certamente qui».
Lo scoglio più grosso in realtà non è economico e neanche strutturale. Sauvalle lo ribadisce mentre lasciamo il suo ufficio per andare a visitare il resto dell’edificio. «Talvolta va via la luce e siamo costretti a interrompere il lavoro. Ma questi sono dettagli. La vera, grande aspirazione di Pictoon è riuscire a battere il pregiudizio contro l’Africa, dimostrare che anche qui si può fare cultura. A noi le cose stanno andando bene. Abbiamo ottenuto molti riconoscimenti e avere contribuito a creare occupazione è una grande soddisfazione. Ma continuiamo a essere guardati come un’anomalia positiva, non come un’incoraggiante possibilità».


3 commenti:
Che bella storia hai trovato. Di quelle che scaldano il cuore, e danno speranza.
Io ero rimasto ai (deliziosi e ormai quasi introvabili) fumetti di Mohiss.
Ma questa è l'Africa: ti fermi un attimo e lei va avanti, imprevedibile.
Una esperienza decisamente da raccontare. Complimenti! Ho ripreso il tuo post qui: http://immagineafrica.bog.tiscali.it
Daniele
grazie daniele, essere ospitata sul tuo blog è un onore!
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