È buio pesto, ma tra le baracche di Kathalbagan, alla periferia di Dhaka, c’è animazione.Le bostrobalikara, come in bengali sono chiamate le operaie del settore tessile, devono alzarsi presto per raggiungere la fabbrica e dare il cambio allecollegheche hanno fatto il turno di notte. Noorjahan è una di loro. Ha 18 anni e viene da un villaggio del nord del Paese. È la prima di cinque figlie. Così, quando il padre ha dovuto cedere il campo che gli permetteva di tirare avanti, trasformandosi in un contadino senza terra, ha ritenuto che toccasse a lei darsi da fare. È andata nella capitale a cercare un posto in una garment factory. Oggi lavora in media dodici ore al giorno, per un salario mensile che non supera i 25dollari. 15 vanno via per l’affitto e il cibo, cinque per le spese personali. Ogni tre mesi riesce a mandarne una decina a casa. Le garment factories,le fabbriche di abbigliamento del Bangladesh, sono concentrate soprattutto nel distretto di Dhaka e impiegano quasi esclusivamente manodopera femminile: su due milioni di operai, l’85% sono donne e hanno meno di trent’anni. Sono loro a cucire, confezionare, far nascere i vestiti che affollano i grandi magazzini europei. Noorjahan è la protagonista di un film documentario su queste ragazze, intitolato, appunto, Bostrobalikara. Lo hanno realizzato tre intellettuali bangladesi sensibili e impegnati: Tanvir Mokammel, cineasta, poeta e scrittore, Anwar Hossain, fotografo trapiantato a Parigi, Shafiur Rahman, blogger e produttore di documentari sociali, pendolare tra Bangladesh e Gran Bretagna. Questa pellicola mostra, con sentimento ma senza retorica, uno dei tanti volti nascosti della globalizzazione: il dramma di decine di migliaia di donne in bilico tra il tentativo di uscire dalla miseria e conquistare una forma di autonomia e un sistema di produzione che le stritola.
IL BOOM DEL TESSILE
La garment industry comincia a svilupparsi in Bangladesh a partire dal 1974, per effetto del cosiddetto «accordo multifibre», un’intesa internazionale sui tessili e l’abbigliamento che fissava quote di produzione e tetti alle importazioni e avrebbe dovuto servire, nelle intenzioni dei Paesi occidentali, ad arginare la concorrenza nel settore tessile da parte di alcuni Paesi emergenti. In risposta i coreani lanciarono la carta della delocalizzazione e si misero a produrre in Bangladesh, emulati di lì a poco dai primi, intraprendenti imprenditori locali. Da subito queste fabbriche attirarono le donne dei ceti più umili, fino a quel momento escluse dal mercato del lavoro e sottoposte all’autorità indiscussa di mariti e tutori. Per molte di loro si trattò di una formidabile opportunità di emancipazione: «Il mestiere di mio marito era bere, giocare d’azzardo e andare a donne - ricorda Safia Begum, altra voce del documentario-. Grazie al lavoro in fabbrica, ho potuto divorziare e fare studiare
mia figlia». Ma il prezzo della libertà è stato alto: paghe da fame, orari massacranti, nessuna previdenza o tutela sanitaria, vessazioni e angherie. Come dimostrano le parole di Makhduma Nargis, una dottoressa che si occupa della salute delle bostrobalikara: «Le donne che visito soffrono spesso di tubercolosi e altre
malattie legate alla cattiva nutrizione e all’immobilità forzata. A volte non hanno neanche il permesso di andare in bagno. In molti casi sono vittime di abusi e violenze, ma non hanno la forza per denunciare né i soldi per comprare cibo e medicine».
Hanno molte difficoltà anche a trovare un alloggio: «Le vedevo sciamare verso le fabbriche e mi domandavo: cosa accade loro all’uscita dal lavoro? - racconta Mashuda Khatun Shefali, fondatrice dell’Ong Nuk (Nari Uddug Kendra, Centro per le iniziative delle donne) -. La maggior parte arrivava da villaggi sperduti e a Dhaka non conosceva nessuno. Trovare lavoro non era difficile, ma un posto sicuro in cui stare, sì. Mi sono data da fare per creare un ostello per loro. Era il 1991: tre anni dopo gli ostelli erano diventati quattro. Ma trovare i locali da affittare è stato molto difficile. I proprietari considerano le bostrobalikara poco affidabili». La situazione è peggiorata nel tempo, man mano che aumentavano le richieste e le pressioni dei mercati. La moda ormai non cambia più secondo le stagioni, ma di settimana in settimana. Tra le aziende c’è una competizione sfrenata per accaparrarsi gli ordini. Per spuntarla bisogna consegnare la merce nel minor tempo possibile e al prezzo più basso. L’unico modo per farlo è aumentare i ritmi di lavoro e diminuire le paghe, far crescere la produttività e trascurare la sicurezza.CONTROLLI DI FACCIATA
I committenti occidentali si sono a lungo disinteressati di questi aspetti. Ma quando, grazie anche a campagne di sensibilizzazione come Clean Clothes, certe notizie hanno cominciato a uscire dai confini del Bangladesh, l’atteggiamento è cambiato, almeno formalmente.Fare finta di nulla avrebbe potuto tradursi in un grave danno di immagine. Molti hanno posto il rispetto dei diritti basilari dei lavoratori - salario minimo, divieto del lavoro minorile, tutela della maternità, ecc. - come condizione per continuare le commesse. È iniziata così la stagione delle ispezioni. «Sono visite largamente annunciate. Sappiamo sempre con anticipo quando arriveranno i nostri clienti - racconta un’operaia -. Ci dicono di vestirci bene. Mettono sapone, asciugamano e carta igienica nei bagni. Fanno pulire tutto e lasciano i cancelli aperti, per mostrare che siamo libere di entrare e uscire. Quando gli ispettori se ne vanno, tutto torna come prima. La regola è avere una doppia contabilità: una reale e un’altra da mostrare ai compratori. Fanno credere che prendiamo dai 70 agli 80 dollari al mese, che lavoriamo otto ore al giorno e ne facciamo solo due di straordinario, che ci pagano la maternità e la malattia». I committenti occidentali non approfondiscono ulteriormente e si astengono rigorosamente
da visite a sorpresa.
MA LE LEGGI CI SONO
«A monte non c’è, come si potrebbe credere, la mancanza di leggi adeguate- osserva Hamida Hossain, dell’Ong Ask -. La legislazione del Bangladesh, in questo campo, è molto avanzata,ma viene sistematicamente disattesa».
Così come i regolamenti per la sicurezza degli edifici. Infatti, nelle fabbriche si continua a morire. Crolli,incendi e incidenti vari sono all’ordine del giorno, spesso aggravati dal fatto che i cancelli sono chiusi dell’esterno per controllare meglio gli operai e quindi è impossibile scappare. I morti accertati sono stati finora oltre tremila. Tra i disastri più recenti: nel 2006, l’incendio della Kts Factory di Chittagong (seconda città del Paese),con 61 vittime, e il crollo del Phoenix Building di Tejgaon, con 22. Il più grave, in assoluto, è stato il crollo della Spectrum a Dhaka nel 2005, incui ufficialmente persero la vita 74 persone, ma che con ogni probabilità causò molte più vittime (vedi Popoli 1/2007). «L’atteggiamento dei governi è sempre stato ambiguo - osserva Shafiur Rahman -. In Bangladesh la scena politica è occupata da anni da due partiti, alternativi a parole ma in realtà molto simili. Entrambi hanno tra i sostenitori potenti industriali che con l’industria dell’abbigliamento si sono arricchiti. Nessuno vuole perdere il loro appoggio». Ecco perché, al di là delle dichiarazioni di intenti, né il Bangladesh National Party di Khaleda Zia (attualmente all’opposizione), né la Lega Awami di Hasina Wazed (vittoriosa alle ultime elezioni) hanno fatto nulla per ottenere l’applicazione delle leggi, limitandosi a interventi tampone di stampo assistenziale. Uno dei più recenti, molto gradito dagli imprenditori, è stato un contributo per dare gratis alle operaie, ogni giorno, un piatto di riso. Ma la libertà di alzarsi per andare in bagno, in troppi stabilimenti, continua a essere negata.


2 commenti:
I miei occhi guarderanno con più attenzione e consapevolezza. Grazie. Parto sabato per un viaggio di gruppo di 2 settimane in Bangladesh: cercando notizie in rete, sono finita sulle gravi conseguenze sociali e ambientali connesse all'incremento dell'allevamento dei gamberi, e da qui al tuo blog. Spero di trovare in libreria il tuo libro in tempo per poterlo portare con me in viaggio; credo sarà un ottimo compagno. Tornerò a visitare il blog. Mariagrazia
Grazie a te per la visita. Che il Bangladesh ti sia dolce, nonostante le sue ferite.
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