Se provassimo a “dividere” l’arte tra i paesi africani, con ogni probabilità, la fotografia toccherebbe al Mali. Merito di grandi talenti come Seydou Keita e Malick Sidibé, ma anche della Biennale di Bamako e di Françoise Hughier, l’artista francese che l’ha ideata, nel 1994, e insieme con Simon Njami (tra i fondatori della Revue Noire) ne ha curato l’organizzazione per quasi 15 anni. Nel tempo, infatti, Rencontres de Bamako ha acquisito sempre più prestigio, rivelato nuovi talenti e stimolato la creazione in loco di centri di formazione e promozione della fotografia: il Cadre de promotion pour la Formation en Photographie (CFP), la Maison Africaine de la photographie, il Conservatoire des Arts et Métiers Multimédia.
Per quest’ultima edizione, l’ottava, il testìmone però è passato di mano: Samuel Sidibé, già direttore del Museo Nazionale del Mali, è il nuovo delegato generale, affiancato, alla direzione artistica, da due curatrici conosciute e apprezzate nel gotha della fotografia internazionale: Michket Krifa, tunisina, e Laura Serani, italiana. Il Ministero della Cultura del Mali, insieme con Culturesfrance, le ha scelte attraverso un bando, nel quale si specificava che l’edizione avrebbe dovuto essere caratterizzata dall’apertura al grande pubblico. E, in effetti, insieme con il maggiore coinvolgimento del Mali nell’organizzazione, l’intenzione di andare incontro alla gente comune, di accorciare le distanze tra arte contemporanea africana e africani è la novità, importantissima sul piano sociale, di Rencontres 2009. I luoghi espositivi sono stati moltiplicati, e si trovano in vari punti di Bamako. Ci sarà la possibilità di accedere gratuitamente a laboratori e workshop. E’ stato fatto un lavoro preparatorio nelle scuole e un battage pubblicitario intenso, rivolto alla città e al Paese intero.
Il tema scelto per questa edizione sono le frontiere, in tutte le accezioni possibili (politiche, geografiche, economiche, culturali, psicologiche, artistiche… ) e nelle loro manifestazioni paradossali. E’ un argomento che inevitabilmente ne richiama altri, di grande attualità: le migrazioni, non solo verso l’Europa ma anche all’interno del Continente; l’artificiosità dei confini tracciati a Berlino e accettati dall’Unione Africana al momento della decolonizzazione; la questione dell’identità e del rapporto con l’altro; la difficoltà di muoversi per gli esseri umani contrapposta alla libera circolazione delle merci. «Tematiche oggi centrali e imprescindibili, in Occidente come in Africa», osserva Serani. «Affrontarle attraverso la reinterpretazione artistica è importante e permette di far vacillare i cliché presenti da una parte e dall’altra». Ma il discorso sui confini può essere sviluppato anche in un’ottica artistica, sottolinea Krifa, e cioé accettando e cercando il contatto e le intersezioni tra i diversi codici espressivi (foto, moda, cinema, pittura, video). Krifa e Serani hanno voluto portare all’interno della Biennale queste intersezioni. Il linguaggio dominante rimane ovviamente quello fotografico, ma nel ricco programma troviamo anche video (nella Exposition Panafricaine c’è una sezione dedicata), performance filmate (come Ukungenisa, di Nandipha Mntambo, originaria dello Swaziland, che lavora e modella la pelle di mucca fino a darle la forma di un corpo femminile), contaminazioni con la moda.

La Exposition Panafricaine è una collettiva dedicata alle frontiere. Raccoglie gli scatti di 40 artisti africani, alcuni già piuttosto noti. Per esempio, il nigeriano George Osodi, che racconterà lo smarrimento delle sue concittadine, prostituite sulle strade italiane dopo avere percorso migliaia di chilometri e attraversato clandestinamente innumerevoli frontiere. Zanele Muholi, sudafricana, presenterà Miss D’vine, statuario ed enigmatico transessuale nero, al confine tra due generi e due mondi. Ayana Jackson, esponente della diaspora sudafricana negli Usa, parteciperà con le sue immagini di lavoratori in viaggio, pendolari, colti nella terra di nessuno dove spendono la maggior parte della loro vita...
Ma in programma ci sono molte altre cose. Nella sezione dedicata al Mali troviamo una collettiva di fotografi contemporanei, i recenti scatti di moda realizzati da Malick Sidibé in esclusiva per il New York Times Magazine, e una selezione di reportage conservati negli archivi dell’Amap (Agence Malienne de Presse et de Publicité).
Ci sono, poi, varie mostre monografiche, come quella del congolese Baudoin Mouanda che documenta il curioso fenomeno dei sapeur, affiliati alla Sape (la Societe des Ambianceurs et Personnes Elegantes) poveri ma consacrati al culto dell’immagine, o quella di Patrizia Guerresi Maimouna, italiana convertita al mouridismo (una corrente sufi dell’Islam, molto diffusa in Senegal) che racconta la sua doppia appartenenza attraverso immagini strutturate ed evocative. E ci sono mostre a tema: The Maghreb Connection, curata dalla svizzera Ursula Biemann, un progetto di ricerca collettivo sulle migrazioni che attraversano il Nord Africa; Albinos, del francese Alain Turpault, sull’ambigua condizione degli albini d’Africa, temuti perché considerati portatori di poteri sovranaturali, ma disprezzati per la loro diversità; Matola, che raccoglie i lavori di sei fotografi africani, è il racconto della quotidianità a Matola, sobborgo di Maputo collocato sull’asse che dal Mozambico porta al SudAfrica, una terra di passaggio e di confine… C’è uno special focus organizzato con una galleria di Cape Town, altra capitale africana dell’immagine, che comprende il già citato Ukungenisa e la retrospettiva Nollywood, del sudafricano Pieter Hugo, sull’industria nigeriana del cinema.

C’è una sezione Heritage, che raccoglie gli scatti di fotografi africani del passato: Oumar Ly, Jean Depara, James K. Bruce Vanderpuije.
C’è infine la serie Luxury, dell’inglese Martin Parr, che racconta per immagini l’ostentazione del lusso. Una presenza apparentemente fuori luogo, quella di Parr e che non ha mancato di sollevare polmiche, ma che in realtà rimanda a una frontiera ormai anche africana: la contrapposizione tra ricchezza estrema e povertà.
Tanta carne al fuoco, insomma. E se alcune opere (mi riferisco ai lavori sui sapeur e sugli albini) possono avere il sapore del già visto, o risultare troppo moderate (penso a Zanele Muholi, attivista per i diritti delle lesbiche in Sud Africa: le sue foto di denuncia più forti sono state scartate a favore di Miss D’vine), la kermesse artistica rimane di livello elevato e rappresenta un’occasione pressocché unica per capire cosa si stia muovendo dentro il Continente. La fotografia africana sta vivendo, infatti, una stagione di grande vitalità. «Anche in assenza di un mercato dell’arte interno, gli artisti si organizzano in reti, cominciano a diffondersi le gallerie e centri, che sono collegati tra loro e il resto del mondo», osserva Krifa. La crisi economica che sta condizionando ovunque le produzioni artistiche, qui quasi non si sente, le fa eco Serani. Forse perché tutto è fatto già in partenza con pochissimi mezzi. E quello che per molti rappresenta il peccato originale dell’arte contemporanea africana (l’assenza di un mercato interno, appunto) si rivela, nella congiuntura attuale, un punto di forza.
Maimouna attraverso le frontiere
E’ l’unica artista italiana presente a Bamako. Patrizia Guerresi Maimouna partecipa a Rencontres con dieci immagini che riproducono altrettante performance e appartengono alla serie La stanza del Gigante. Maimouna costruisce i suoi soggetti mettendosi anche personalmente in gioco (la troviamo in diverse foto), o con l’aiuto delle figlie, una bianca e l’altra mulatta. Dà vita a figure ieratiche, che si dilatano, si allungano, si trasformano in capanne. Figure che esprimono l’energia e la potenza comunicatrice del corpo mistico. «Spesso i miei personaggi sono vestiti come i Baye Fall (una costola della confraternita sufi dei mourid, di cui faccio parte anche io), cioè con una stoffa, chiamata jaxass, che è fatta di tanti ritagli di tessuti diversi e che dimostra come dalla varietà nasce l’armonia. Entrando nel sufismo sono arrivata al cuore dell’Africa e questo mi ha permesso di posare sul continente uno sguardo diverso da quello occidentale. Attraverso l’arte provo a esprimere la doppia appartenenza. Non mi interessa tanto descriverla quanto evocarla, per arrivare prima al cuore della gente».
* Pubblicato su Nigrizia di Novembre


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