giovedì 26 febbraio 2009

Bangla-crisi: pensieri sparsi

I giornali italiani danno come rientrata la rivolta dei BRD, i Bangladesh Rifles, cioè il gruppo paramilitare che si è ammutinato ieri. Io ho paura che le cose non siano così semplici. In primo luogo perché mi riuslta che solo una parte dei BRD abbia accettato di arrendersi e, poi, perché altri focolai di insurrezione sono esplosi in vari punti del Paese, in prossimità delle caserme dei BRD, che operano soprattutto come guardie di frontiera. Qualcuno ha suggerito che dietro l'ammutinamento potesse esserci Jamaat, contestato partito islamista del Bangladesh. Io credo che la questione vera sia non cosa c'è di dietro ma cosa c'è davanti. E cioè: chi avrà l'ultima parola nella soluzione di questa crisi. Se sarà Hasina, il primo ministro, oppure l'escercito, che non ha ancora digerito la formale perdita di potere dopo avere sostanzialmente fatto il bello e il cattivo tempo nei due anni di governo transitorio e d'emergenza.
Mi hanno chiesto se sento odore di colpo di stato. La risposta è negativa se ci riferiamo ai BRD come possibili attori del golpe. Quello che temo è che questa vicenda apra la strada a una nuova e forte ingerenza dell'esercito nella vita politica.
Molto probabilmente nei prossimi giorni non potrò seguire l'evolversi della situazione. Sto partendo per una trasferta simil-lavorativa e difficilmente potrò collegarmi a internet. Spero di non trovare tragiche sorprese al mio rientro.

sabato 21 febbraio 2009

contro il decreto sicurezza


Trentamila persone, a Milano, alla manifestazione contro il decreto sicurezza. Purtroppo al Corriere on line (almeno fino a questo momento) nessuno se n'è accorto.

mercoledì 18 febbraio 2009

Paola Reggiani: Smascherare le menzogne con gesti concreti

Leggo su Redattore Sociale e riporto senza cambiare una virgola:

Nel pieno della campagna mediatica sui rom seguita all'assassinio di Giovanna Reggiani, a Firenze la comunità valdese, cui la famiglia appartiene, si dedicava in silenzio a un progetto per la scolarizzazione dei bambini

FIRENZE – Mentre in Italia si scatenava la campagna mediatica sull’immigrazione romena, indicata dai politici come pericolosa per l’ordine pubblico, a Firenze prendeva corpo un progetto di dialogo con le comunità rom arrivate dalla Romania. Succedeva all’indomani della morte di Giovanna Reggiani, aggredita a Roma da un cittadino romeno il 30 ottobre del 2007. A portare avanti il progetto la comunità valdese, cui la famiglia Reggiani appartiene. Oggi è Paola Reggiani, sorella minore di Giovanna e diacona presso la Chiesa valdese di Firenze, a raccontare al giornalista Lorenzo Guadagnucci, dalle pagine di “Lavavetri” (edito da Terre di mezzo), quel tentativo di rispondere all’estrema violenza con l’accoglienza e il dialogo.

E’ stata Patrizia Barbanotti De Cecco ad avere per prima l’idea di incontrare i rom, proprio come “reazione al lutto e alla sensazione terribile che provavamo ogni volta che il nome della sorella di Paola veniva associato al discorso politico sul pacchetto sicurezza. Questo abbinamento era una costante e creava un’atmosfera inquietante, un atteggiamento repressivo nei confronti dei rom e dei cittadini romeni”. Così alla comunità valdese è stata proposta l’idea di un progetto di scolarizzazione per i bambini rom romeni, “proprio perché apparivano come altre vittime del fatto terribile che era successo”. La Chiesa ha accettato all’unanimità, e anche Paola si è detta d’accordo: “Da parte mia non c’è stato mai nessun pensiero contro”.

Ma nel passaggio dall’idea alla realtà sono emersi i problemi. Così il progetto iniziale è fallito, ma non tramontato. Innanzitutto, il campo abusivo dell’Osmannoro, alla periferia di Firenze, scelto per il progetto, è stato trovato in totale isolamento e abbandono. “Io mi ero bevuta tutte le storie che si raccontano sui rom – racconta Patrizia - e sui loro bambini, e cioè che i genitori, anziché mandarli a scuola, preferiscono portare i figli a mendicare…E’ una cosa assolutamente falsa”. Ma a cui si finisce per credere acriticamente perché ripetuta all’infinito. Invece i bambini hanno voglia di andare a scuola e per farlo sono disposti a grandi sacrifici. Allora, spiega Patrizia, “si dovrà fare un discorso di sensibilizzazione non per i rom, ma per le autorità competenti, totalmente chiuse nei loro confronti”. Qualche esempio da altri progetti analoghi? Gli autisti dell’Ataf che saltano la fermata dell’autobus davanti al campo, o fanno multe ai ragazzi, “perché tanto l’abbonamento è rubato”. E ancora, bambini che non sono riusciti a trovare una scuola che li accogliesse, nonostante il coinvolgimento del provveditorato. “Alla luce di questo, il progetto iniziale era inutile. Oggi pensiamo a qualcosa di artistico da fare con gli adolescenti, per far crescere la loro autostima e permettergli di farsi conoscere per come sono realmente”. Conclude Paola: “Smascherare le menzogne con gesti concerti è l’unica cosa che possiamo fare”.

martedì 10 febbraio 2009

Belle scoperte

Leggendo Altreconomia di febbraio, ho scoperto una cosa molto interessante. Ricordate Giovanna Reggiani, la donna violentata e uccisa da un giovane romeno nell'autunno del 2007, all'uscita di una stazione nella periferia romana? Ricordate quel che accadde dopo, la violenta campagna politica contro i rom e l'immigrazione dalla Romania?
La famiglia di Giovanna Reggiani non ha ceduto alla tentazione dell'odio e ha avviato, insieme con la comunità valdese di Firenze, un progetto per aiutare e sostenere gli immigrati romeni in Italia.
Nel volume Lavavetri, scritto da Lorenzo Guadagnucci e pubblicato da Terre di Mezzo, c'è un'intervista alla sorella minore di Giovanna Reggiani, Paola, in cui si parla di questa scelta e di molte altre cose. Alla domanda: "cosa pensi oggi di quella reazione della politica, del meccanismo che si innescò?", Paola Reggiani risponde: «Io dico che non c'è coerenza, perché agendo così non garantisci sicurezza a nessuno. Non dai alternative alle persone che hai cacciato dalla città, dai luoghi in cui abitano, e così crei nuovi ostacoli alla possibilità di costruire cose insieme. E non dai sicurezza alle altre persone, che diventano vittime a loro volta di reazioni estreme, frutto di situazioni contingenti. Non è questa la sicurezza nè il modo per reagire a fatti così gravi. Non si può distruggere, si deve costruire. E con la violenza non costruisci, da qualsiasi parte provenga».
Violenza non è solo uccidere o picchiare. Violenza è anche fare vivere delle persone come bestie, perseguitarle, escluderle.