lunedì 27 aprile 2009

Senegal mon amour

Questo articolo, che ho scritto con grandissimo piacere, è stato pubblicato su Traveller di marzo.
Le foto (bellissime a mio parere) sono di Brigitte Lacombe.
Per leggere, cliccate sulle immagini. Ok, la risoluzione è bruttarella, ma se fossero state più pesanti non avrei potuto caricarle...






domenica 26 aprile 2009

C'era un'orchestra ad Auschwitz


Ieri, 25 aprile, sono stata a vedere uno spettacolo davvero bello, forte ed emozionante allo Spazio Tadini, una pièce teatrale perfetta per il giorno della liberazione: C'era un'orchestra ad Auschwitz, ispirato al libro Ad Auschwitz c'era un'orchestra (di Fania Fenélon, pubblicato recentemente dalla mia casa editrice, Vallecchi) e a un testo teatrale che invece non conoscevo, Alma Rosé, di Claudio Tomati.
La vicenda è questa: Fania Fenélon viene deportata ad Auschwitz nel gennaio del '44, e al suo arrivo scopre che nel campo esiste un'orchestra, formata da deportate, che suona al mattino e alla sera per le altre detenute e, a richiesta, per gli ufficiali SS. A dirigere l'orchestra c'è Alma Rosé, violinista di talento, allevata nel culto della musica e nipote di Gustav Mahler. Fania sa suonare, leggere la musica, cantare e viene reclutata. In quel contesto di deprivazione assoluta e dolore si trova in una posizione di relativo privilegio. Gode quel po' di bene che gliene arriva, ma con estrema lucidità, senza perdere neanche per un istante la consapevolezza di essere una deportata ebrea, alla mercé di criminali SS. Per Alma è diverso: lei vive per la musica e sulla musica ha costruito la propria identità, che si manifesta come un bozzolo di durezza e impermeabilità verso l'esterno. Alma vede arrivare i camion pieni di bambini e donne, vede partire quelli che ancora porteranno bambini e donne ai forni crematori, ma riesce a non sentire le loro voci e i loro silenzi perché il suono della musica, per lei, rimane più forte. Perché prima che un'ebrea deportata si sente un'artista che suona per gli ufficiali del suo Paese, la Germania. La pièce si snoda attraverso l'incontro, lo scontro, la composizione di queste due figure.
Spettacolo bello e intenso, torno a ripeterlo, bravissime le interpreti, Annabella Di Costanzo ed Elena Lolli. Ma, oltre a questo, mi ha colpito molto la filosofia e l'organizzazione della compagnia teatrale che lo ha allestito, e che si chiama, appunto, Alma Rosé (e, oltre alle due attrici già citate comprende, Manuel Ferreira). E' una compagnia che si esibisce, a volte, nei teatri, ma in genere predilige luoghi non istituzionali: posti di aggregazione spontanei, liberi, (come lo Spazio Tadini) e che cerca di fare arrivare il teatro alle persone portandolo in giro nei quartieri, attraverso il cosiddetto "giro della città". Questo le ha consentito, nel tempo, di mantenere un grado di autonomia quasi assoluto rispetto alle istituzioni e, quindi, una vera libertà. In questo momento stanno "girando" la città di Milano. Cliccando qui si può vedere il piano dei loro spostamenti. «Sogniamo un teatro che ritorni a essere rito civile, che sia il più vicino possibile alle persone, che si confronti direttamente con il territorio in cui è nato e perciò lavoriamo in questa direzione», si legge sul loro sito.
Martedì prossimo, al Teatro Libero di via Savona, metteranno in scena Gente come uno, spettacolo che parla dell'Argentina, del suo crollo incredibile, della reazione della gente e del significato metaforico e universale di questa vicenda.

domenica 19 aprile 2009

Presentazione milanese di Africa qui - Storie di immigrazione riuscita

Il 21 aprile, allo Spazio Tadini di Milano, presento il mio libro Africa Qui. Storie che non ci raccontano (Edizioni dell'Arco), un libro che raccoglie le testimonianze di 13 immigrati dell'Africa Nera che in Italia sono riusciti ad affermarsi e a fare cose rilevanti, dal punto id vista sociale e culturale. Con me ci saranno Raffaele Masto, giornalista di Radio Popolare e grande esperto d'Africa, e Annalisa Vandelli, che ha fondato e dirige il magazine Afro, con il quale per inciso ho iniziato a collaborare. Saranno presenti anche alcuni dei protagonisti delle storie. Si comincia alle 21 e si finisce... boh, speriamo il più tardi possibile!
Per chi fosse interessato, di seguito riporto l'introduzione.


Questo libro nasce dalla domanda che, qualche anno fa, mi ha fatto Sara, una mia giovane amica, italianissima ma dalla pelle d’ebano. Era appena rientrata da una breve vacanza a Londra, la prima fatta all’estero e da sola. Io stavo mangiando lo zighinì (1) preparato da sua madre Mila, un’eritrea sposata a un etiope, che vive a Milano ormai da più di vent’anni e che considero come una sorella. Sara mi diceva che a Londra aveva visto neri che lavoravano in banca, negli ospedali, all’università, negli studi legali, a dare le notizie in tv, a dirigere il traffico… Perché, si chiedeva, in Italia i neri, quando riescono a lavorare, fanno solo mestieri umili? Ho risposto che tutto questo era dovuto al fatto che l’immigrazione, africana e no, in Italia, è un fenomeno recente. Perché per jella o per fortuna non siamo riusciti ad essere una potenza coloniale e perché, fino all’altro ieri, eravamo noi costretti ad emigrare. Ma ho risposto anche che non tutti i neri, in Italia, facevano lavori umili. Che quello del povero negro era in buona parte un luogo comune. Lei mi ha rivolto uno sguardo di sfida e di perplessità e ha detto: non ti credo, dimostramelo. Non era un ordine ma l’indicazione di un bisogno, profondissimo e non ancora dichiarato. Sara fa parte di quel gruppo di giovani frettolosamente ed erroneamente liquidati come immigrati di seconda generazione: giovani italiani di nascita e/o crescita ma rimasti stranieri nell’immaginario collettivo e che stanno faticosamente costruendo la loro identità. Un’identità che non coincide con quella dei loro genitori e neanche con quella dei coetanei bianchi, ma rappresenta un tertium con il quale, se non vogliamo perdere l’ennesima occasione di capire, dobbiamo confrontarci. In quest’ottica ho ritenuto che la cosa da fare fosse mettermi al lavoro. Cercare e trovare le storie di immigrati neri di prima generazione che fossero riusciti ad affermarsi o a fare qualcosa di importante, dal punto di vista sociale e culturale, per il paese da cui provenivano o per l’Italia. Ho pensato che la cosa da fare fosse questa, per Sara, ma non solo per lei. In questo modo avrei potuto contribuire a trasformare, nel mio piccolo, lo sguardo convenzionale che troppo spesso, inconsapevolmente, noi europei posiamo sull’Africa.
Ho seguito, in questa ricerca, il criterio della diversificazione territoriale, professionale e tematica. Le storie che propongo sono di uomini e donne che fanno cose diverse e provengono da paesi diversi. Con ciascuno dei miei interlocutori ho cercato di approfondire un particolare tipo di argomento. C’è stato un momento in cui ho pensato che sarebbe stato bello avere una storia per ognuno dei 53 paesi che fanno parte dell’Unione Africana. Poi, più pragmaticamente, ho deciso di fermarmi a tredici.
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(1) E’ un piatto tipico dell’Etiopia, dell’Eritrea e di alcune regioni del Sudan: carne stufata, verdure, legumi serviti sopra una sfoglia di pane spugnosa e leggermente acida che si chiama ingera.

giovedì 2 aprile 2009

Siamo tutte clandestine

Ricevo (dalla mia amica Cécile Kashetu Kyenge, medico di origine congolese e fondatrice dell'associazione Dawa) e pubblico:

NO al pacchetto sicurezza, NO ai medici spia
Presidio
Venerdi 3 APRILE '09
ORE 17.00- davanti al Ministero del Lavoro, Salute, Politiche Sociali
(via Veneto 56, metro Barberini)


Presidio di solidarietà a Kante, la donna ivoriana denunciata come
clandestina da un medico dell’ospedale Fatebenefratelli di Napoli dove era andata a partorire. Evidentemente uno o più operatori sanitari, resi troppo zelanti dal loro razzismo, si sono sentiti in dovere di applicare una legge ancora prima che fosse approvata. Il 4 febbraio scorso, infatti, il Senato ha varato il cosiddetto Pacchetto Sicurezza(ddl 733), che contiene, tra l'altro, una modifica all'articolo 35 del Testo Unico sull'Immigrazione (Dlgs 286-1998) che elimina la garanzia, per gli irregolari che vanno a curarsi, di non essere segnalati da parte dei sanitari. Un vergognoso provvedimento che impedisce di fatto ai cittadini stranieri, non in regola con il permesso di soggiorno, di accedere alle prestazioni sanitarie. Ancora una volta repressione e controllo giungono sin dentro le corsie degli ospedali dove dovrebbero essere garantiti diritti universali come quello alla salute e alle cure!! All’ospedale Fate bene fratelli di Napoli, a Kante è stato sottratto il bambino impedendole persino di allattarlo per i 10 giorni che ci sono voluti per dimostrare che era in attesa del riconoscimento dell’asilo politico. Cosa succederà nei casi di espulsione di una donna immigrata? Che fine faranno i bambini “clandestini”? Quante saranno le donne che pur di evitare l’espulsione o di vedersi portare via il bambino ricorreranno ai circuiti illegali per partorire o abortire rischiando la morte? Kante purtroppo non è neanche la prima vittima, appena due settimane fa Joy Johnson, una nigeriana di appena 24 anni moriva di tubercolosi per la paura di essere denunciata qualora si fosse presentata in ospedale per farsi curare. Se questa legge viene approvata definitivamente, nonostante le proteste della maggioranza dei medici italiani, non solo gli immigrati irregolari rischiano la segnalazione e l’espulsione per il solo fatto di ricorrere a cure mediche, ma in caso di parto sarà impossibile anche la registrazione anagrafica del bambino!
Ancora una volta il corpo delle donne viene utilizzato come pretesto per giustificare leggi repressive. Non è un caso che proprio il pacchetto sicurezza sia stato approvato strumentalizzando gli episodi di violenza contro le donne degli ultimi mesi. Sull’onda del clamore mediatico creato ad arte intorno a questi stupri si è voluto far credere che gli unici responsabili della violenza contro le donne sono gli immigrati. Una menzogna: 142 donne sono state uccise nel 2008 e centinaia di migliaia quelle picchiate e violentate dai loro mariti, fidanzati, amici. Che c’entrano gli immigrati? Aumentare la paura dello straniero, la diffidenza e l'odio serve solo a nascondere i veri responsabili della insicurezza dei cittadini: i poteri forti che creano la precarietà, che tagliano i servizi sociali, che licenziano, che fanno degradare i nostri quartieri. Contro pacchetti sicurezza e norme xenofobe che ci vogliono distinguere in cittadine/i con e senza diritti, rispondiamo che SIAMO TUTTE CITTADINE DEL MONDO E ANDIAMO DOVE CI PARE! QUESTE MISURE NON DEVONO PASSARE!

Presidio
Venerdi 3 APRILE '09
ORE 17.00- davanti al Ministero del Lavoro, Salute, Politiche Sociali
(via Veneto 56, metro Barberini)

RETE - FEMINISTE DI ROMA