
Ieri,
25 aprile, sono stata a vedere uno spettacolo davvero bello, forte ed emozionante allo
Spazio Tadini, una pièce teatrale perfetta per il giorno della liberazione:
C'era un'orchestra ad Auschwitz, ispirato al libro
Ad Auschwitz c'era un'orchestra (di Fania Fenélon, pubblicato recentemente dalla mia casa editrice,
Vallecchi) e a un testo teatrale che invece non conoscevo,
Alma Rosé, di Claudio Tomati.
La vicenda è questa: Fania Fenélon viene deportata ad Auschwitz nel gennaio del '44, e al suo arrivo scopre che nel campo esiste un'orchestra, formata da deportate, che suona al mattino e alla sera per le altre detenute e, a richiesta, per gli ufficiali SS. A dirigere l'orchestra c'è Alma Rosé, violinista di talento, allevata nel culto della musica e nipote di Gustav Mahler. Fania sa suonare, leggere la musica, cantare e viene reclutata. In quel contesto di deprivazione assoluta e dolore si trova in una posizione di relativo privilegio. Gode quel po' di bene che gliene arriva, ma con estrema lucidità, senza perdere neanche per un istante la consapevolezza di essere una deportata ebrea, alla mercé di criminali SS. Per Alma è diverso: lei vive per la musica e sulla musica ha costruito la propria identità, che si manifesta come un bozzolo di durezza e impermeabilità verso l'esterno. Alma vede arrivare i camion pieni di bambini e donne, vede partire quelli che ancora porteranno bambini e donne ai forni crematori, ma riesce a non sentire le loro voci e i loro silenzi perché il suono della musica, per lei, rimane più forte. Perché prima che un'ebrea deportata si sente un'artista che suona per gli ufficiali del suo Paese, la Germania. La pièce si snoda attraverso l'incontro, lo scontro, la composizione di queste due figure.
Spettacolo bello e intenso, torno a ripeterlo, bravissime le interpreti, Annabella Di Costanzo ed Elena Lolli. Ma, oltre a questo, mi ha colpito molto la filosofia e l'organizzazione della compagnia teatrale che lo ha allestito, e che si chiama, appunto, Alma Rosé (e, oltre alle due attrici già citate comprende, Manuel Ferreira). E' una compagnia che si esibisce, a volte, nei teatri, ma in genere predilige luoghi non istituzionali: posti di aggregazione spontanei, liberi, (come lo Spazio Tadini) e che cerca di fare arrivare il teatro alle persone portandolo in giro nei quartieri, attraverso il cosiddetto "giro della città". Questo le ha consentito, nel tempo, di mantenere un grado di autonomia quasi assoluto rispetto alle istituzioni e, quindi, una vera libertà. In questo momento stanno "girando" la città di Milano. Cliccando
qui si può vedere il piano dei loro spostamenti. «Sogniamo un teatro che ritorni a essere rito civile, che sia il più vicino possibile alle persone, che si confronti direttamente con il territorio in cui è nato e perciò lavoriamo in questa direzione», si legge sul loro sito.
Martedì prossimo, al Teatro Libero di via Savona, metteranno in scena
Gente come uno, spettacolo che parla dell'Argentina, del suo crollo incredibile, della reazione della gente e del significato metaforico e universale di questa vicenda.