domenica 30 agosto 2009

Colombia. La guerra di Hollman e i desaparecidos di cui nessuno parla


Violazione dei diritti umani, abusi di potere e minacce alla libertà di stampa. L'Italia è sicuramente messa male. Ma ci sono altri Paesi messi ancora peggio. Uno di questi è la Colombia (che personalmente mi è rimasta nel cuore e dove mi piacerebbe ritornare un giorno). Quella che segue è un'intervista che ho fatto mesi fa a Hollman Morris, un giornalista colombiano che sta pagando a caro prezzo la sua "mania" di fare seriamente il proprio mestiere. L'intervista è stata pubblicata dal mensile Popoli.

«La Colombia è insanguinata da un conflitto armato che ha causato milioni di vittime, desaparecidos e deportati e i cui attori sono guerriglieri, narcotrafficanti, paramilitari e anche figure istituzionali. Ma il governo addossa tutta la responsabilità alle Farc. E chi non condivide questa lettura diventa un loro amico e un nemico dello Stato». A parlare così è Hollman Morris, il giornalista colombiano probabilmente più conosciuto nel mondo. Da oltre 15 anni Morris racconta il conflitto del suo Paese, con particolare attenzione a ciò che accade nelle zone rurali, vero teatro di questa guerra. Da 6 anni Morris dirige Contravía, un programma di inchiesta (visibile anche on line,) che ha contribuito a disinsabbiare molte vicende oscure e, soprattutto, ha dato voce agli indigeni, ai campesinos, ai neri, cioè alle principali vittime del conflitto. Tutto ciò gli è valso molti riconoscimenti (tra cui il premio Hellman/Hammett di Human Rights Watch, il Canadian journalist award for free expression, l’italiano Premio Ciriello) ma anche minacce di morte, per lui e per la sua famiglia. Dal 2000 vive sotto scorta per disposizione della CIDH (Comisión Interamericana de Derechos Humanos). La sua vita e il suo impegno sono stati raccontati in Unwanted Witness. Sin Tregua, film documentario del regista Juan José Lozano, proiettato in vari festival (Locarno, Lipsia,Toronto), e insignito del Premio Suissimage.
Lo scorso due febbraio Morris si trovava nella regione di Caquetá: aveva intervistato un capo guerrigliero e seguito il rilascio di quattro ostaggi delle Farc. Stava coprendo la notizia per Radio France International e lavorando alla realizzazione di un documentario per History Channel. Sulla via del ritorno lui e il suo cameramen sono stati fermati dall’esercito. I militari li hanno trattenuti per ore senza spiegazioni e hanno sequestrato gli appunti e le registrazioni. Il senso dell’operazione è stato chiarito il giorno dopo, dal presidente colombiano. «Una cosa sono i giornalisti», ha detto Álvaro Uribe Vélez. «Un’altra i giornalisti amici dei terroristi. Il signor Morris era lì per fare una festa terrorista». E, di conseguenza, è stato fermato. Accuse pesantissime ma prive di riscontri, come è stato sottolineato anche da Frank La Rua, relatore ONU per la Libertà di Opinione ed Espressione, e Catalina Botero, relatrice speciale per la libertà di espressione della CIDH. Negli stessi giorni, per inciso, un altro giornalista che si era occupato di quegli eventi, è finito nel mirino del governo. Jorge Enrique Botero aveva riferito in un’intervista radiofonica che, durante le operazioni di rilascio, la zona era stata sorvolata da aerei militari che non avrebbero dovuto esserci. Juan Manuel Santos, ministro della Difesa, lo ha accusato «di essersi prestato al gioco pubblicitario del terrorismo».
In seguito a queste vicende Morris ha deciso di lasciare il Paese e di riparare all’estero. Noi lo abbiamo raggiunto pochi giorni dopo, nel suo rifugio.


Perché è andato via?

«Per proteggere la mia famiglia. Se altrove parole come quelle di Uribe possono essere considerate semplicemente pesanti, discutibili o al limite del penale, in Colombia equivalgono a una condanna a morte. Qui è in corso una guerra drammatica e sporca. Il governo tenta di nasconderla sotto il simulacro della lotta al terrorismo e vorrebbe far passare l’idea che la violenza dipenda solo dalle Farc. Chi non accetta questa lettura viene demonizzato e spesso ucciso. A marzo 2008, per esempio, è stata organizzata una manifestazione contro le violenze di Stato perpetrate attraverso l’esercito e i gruppi paramilitari. Il governo l’ha liquidata come un’iniziativa delle Farc e ha diffidato la gente dal partecipare. Nonostante tutto, in piazza c’erano 300 mila persone. Ma una settimana dopo, sei degli organizzatori sono stati uccisi. E’ questo il clima colombiano».

E le Farc?
«Hanno la stessa logica manichea: chi non è con loro è contro di loro. Fare informazione, in queste condizioni, è arduo e pericoloso Non a caso, nelle varie classifiche relative a libertà di stampa e sicurezza per i giornalisti, la Colombia è sempre in fondo».

Ma il numero dei giornalisti uccisi non è diminuito negli ultimi anni?
«Sì. È aumentato però quello di quanti hanno dovuto scegliere l’esilio volontario. A me era toccato farlo già nel 2005: ero stato accusato di essere il portavoce delle Farc e i paramilitari avevano diffuso un video truccato in cui mi si ritraeva in compagnia di presunti terroristi».

Esiste un’informazione indipendente in Colombia?
«Il settimanale La semana e il quotidiano El Spectador fanno inchieste serie e obiettive, denunciano il narcotraffico e le violazioni dei diritti umani. Queste testate devono misurarsi però con grandi difficoltà, tutt’altro che casuali, a livello di distribuzione e raccolta pubblicitaria. C’è poi un fenomeno interessante e relativamente nuovo, che in realtà riguarda tutto il Latinoamerica, ed è la fioritura dell’informazione indigena: siti on line, gestiti dal basso e con la partecipazione attiva degli indios che diffondono notizie su e per queste comunità, che sono state sempre marginalizzate. Ma la maggior parte dei media è controllata dai poteri forti. Il quotidiano El tiempo, per esempio, fonte ricorrente di informazione per la stampa estera, appartiene alla famiglia Santos, di cui fanno parte il ministro della Difesa e il vicepresidente della Repubblica. Anche le due tv private principali sono controllate da comitati d’affari interconnessi col governo. Mentre i canali pubblici sono un trionfo di telenovelas e realities».

Ma il suo programma, Contravía, è trasmesso su un canale pubblico
«Vero, ma alle 11 di sera, quando cioè la maggior parte della gente dorme. Ed in più di un’occasione abbiamo dovuto interrompere la programmazione per mancanza di fondi».

I colombiani riescono comunque a sapere cosa accade nel loro Paese? Internet dovrebbe rendere più facile reperire informazioni alternative, accedere per esempio alla stampa estera...
«Il “colombiano di città” in genere non legge la stampa straniera e ha un atteggiamento passivo rispetto all’informazione. Preferisce prendere per buona la versione ufficiale del governo e non vedere e non sapere quel che accade nelle zone rurali. È come se la Colombia riunisse due popolazioni distinte: quella urbana, che tutto sommato si trova al riparo dal conflitto, e quella rurale che ne è quotidianamente travolta. La prima tende a ignorare la seconda e a credere che i problemi del Paese siano di ordine pubblico».

In che modo i giornali stranieri trattano la Colombia?
«Se ne sono occupati molto in occasione del rilascio di Ingrid Betancourt, ma fermandosi quasi sempre agli aspetti più superficiali e mediatici. Poi l’attenzione è scemata. Continuano a esserci decine di ostaggi nelle mani delle Farc, accadono cose gravissime, ma non se ne parla. Per esempio, alla fine dell’anno scorso è stato scoperto che i militari avevano ucciso più di mille civili spacciandoli per terroristi, per avere premi e medaglie. Uno scandalo incredibile. Non mi risulta che all’estero la notizia sia arrivata. Quando si dice desaparecidos l’opinione pubblica internazionale pensa subito al Chile o all’Argentina. Ma il numero degli scomparsi in Colombia è superiore a quello di questi due stati».

Potrà uscire il suo Paese da questo buco nero? E in che modo?
«La storia insegna che conflitti come quello colombiano, di guerriglia, possono essere risolti solo negoziando e rimuovendo le cause strutturali che ne sono alla base. La logica del muro contro muro, che è quella che ha sposato il governo in carica, non porta da nessuna parte. Ma per arrivare a una soluzione è anche fondamentale che l’informazione torni a essere libera in questo Paese. La popolazione deve recuperare la memoria o acquistare ex novo la conoscenza di quel che è accaduto e sta accadendo. Non ci può essere pace senza verità e senza giustizia».

venerdì 28 agosto 2009

Ai piccoli rom saranno prese le impronte. Adesso sì che viviamo in un Paese civile e sicuro!

La notizia è di ieri, ed è abbastanza disgustosa.

IL CONSIGLIO DI STATO APPROVA LA POLITICA DELLE IMPRONTE DIGITALI AI BAMBINI ROM

L’organo di governo aveva già ritenuto ammissibile l’identificazione con un badge dei minori che vivono nei campi, come la Stella di David connotava gli Ebrei nei ghetti

Roma, 27 agosto 2009 - Il Consiglio di Stato, contrapponendosi alla sentenza emessa lo scorso 1 luglio dal TAR del Lazio, ha ammesso in data odierna l'identificazione dei minori - oltre che degli adulti - che vivono nei campi Rom autorizzati, anche attraverso rilievo delle impronte digitali e fotosegnalazione.

Il Tribunale amministrativo del Lazio aveva parzialmente accolto (sentenza n. 06352/2009) il ricorso presentato dall'European Roma Rights Center contro il D.P.C.M. del 21.05.2008 e le relative ordinanze in materia di dichiarazione dello stato di emergenza riguardo agli insediamenti di comunità nomadi in diverse regioni italiane, nonché in relazione ai regolamenti adottati dai Prefetti di Roma e Milano per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nella Regione Lazio e nel territorio del Comune di Milano.
Il Consiglio di Stato è organo di governo, il cui presidente è nominato dal Primo ministro e questa sua decisione era scontata, almeno secondo gli attivisti del Gruppo EveryOne. Essa tuttavia servirà alle Istituzioni intolleranti per attuare l'aspetto più odioso delle già disumane politiche discriminatorie, - un aspetto a lungo perseguito - nonostante la stigmatizzazione del Consiglio d'Europa, dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e di tutte le principali organizzazioni umanitarie.
“Dopo la legge n° 94, che bolla profughi e disperati come se fossero criminali, trasformando il diritto in uno strumento di persecuzione etnica e razziale - commentano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne - dopo la strage di Lampedusa, i giochi e i manifesti diffusi dalla Lega Nord, che invitano ad affondare o torturare i clandestini, ecco che torna il progetto delle schedature etniche con rilievo delle impronte digitali per i bambini Rom. Ancora una volta le autorità definiscono questa misura discriminatoria e aberrante, tanto più se si tenta di spacciarla per una forma di tutela dei minori, mentre si tratta in realtà di un abuso che viola un principio fondamentale della nostra Costituzione, sancito anche nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e nella Convenzione dei Diritti dell'Infanzia”.
Mentre il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato annuncia che le schedature nei campi nomadi riprenderanno, il Gruppo EveryOne, l'associazione European Roma Rights Centre, l'Osi e una rete di organizzazioni antirazziste preparano nuove azioni legali contro il provvedimento.
“E' importante che questo genere di disposizioni discriminatorie, umilianti e antidemocratiche sia messo al bando una volta per tutte”, conclude EveryOne .
Ricordiamo che il 5 agosto scorso lo stesso Consiglio di Stato aveva ritenuta ammissibile l'identificazione dei Rom che vivono nei campi con un badge specifico da appuntarsi sul petto, equivalente alla Stella di Davide che connotava gli ebrei nei ghetti e nei campi di concentramento nazisti.