venerdì 27 novembre 2009

1 marzo 2010. Una giornata senza immigrati


Questo manifesto è stato scelto dalla giornalista di origine marocchina Nadia Lamarkbi per lanciare nel suo Paese, la Francia, la prima giornata senza immigrati, il primo sciopero degli stranieri che dovrebbe celebrarsi (e speriamo con tutto il cuore che ciò avvenga) il prossimo 1 marzo. Quel giorno, i lavoratori immigrati dovrebbero astenersi dal lavoro e tutti gli altri (disoccupati, casalinghe, studenti) dalle comuni attività di consumo (acquistare cose, prendere i mezzi pubblici...). L'obiettivo è rendere evidente il danno e il disagio che la società francese verrebbe a soffrire se tra le sue maglie non ci fossero gli immigrati. La mia amica Daimarely Quinterno, cubana, dopo aver letto la notizia, mi ha proposto di formare insieme un gruppo su Facebook per provare a organizzare una giornata analoga anche da noi.Ho subito accettato. Il gruppo è stato creato e in poche ore ha già raccolto parecchie adesioni. Si chiama Primo marzo primo sciopero degli stranieri in Italia. La nostra volontà, però, è portarlo fuori da Facebook, anche fuori da internet, in modo da raggiungere anche quelli che non si ritrovano in questa piazza virtuale (moltissimi stranieri, ma non solo). Aiutatemi/ci per favore a diffondere il più possibile questa iniziativa. Provate a immaginare cosa può significare in Italia una giornata senza immigrati: centinaia e centinaia di bambini e anziani improvvisamente senza assistenza, ma anche ettari ed ettari di terreni abbandonati e molti altri disagi... E la gente costretta a riflettere su quali sono le vere emergenze.

NB: questo è il link per iscriversi: http://www.facebook.com/group.php?gid=208029527639&ref=search&sid=1195807305.1971973350..1&v=info#/group.php?v=wall&ref=search&gid=208029527639

giovedì 26 novembre 2009

Razzismo istituzionale. E se a dirlo è anche l'Ansa...

Quella che segue non è l'esternazione di un facinoroso cattocomunista ma un'agenzia Ansa, pulita pulita...

(Ansa) - Qualcuno lo definisce 'razzismo istituzionale', altri parlano di 'emergenza razzismo', certo e' che le ordinanze anti-immigrato ci sono e non sono poche; nell'ultimo anno sono state quasi 800 quelle dissuasive verso gli stranieri. Il primato spetta proprio alla Lombardia che in questi giorni - dopo il caso 'white christmas' di Coccaglio in provincia di Brescia - aggiunge all'elenco anche il comune di San Martino dall'Argine nel mantovano: sono 237 le ordinanze emesse; segue il Veneto con 102 provvedimenti, il Piemonte con 63 e il Friuli con 17.
Ma anche la capitale non e' da meno: dal primo novembre sono previste multe da 100 euro per lavavetri e giocolieri; il sindaco Alemanno pero' spiega che e' contro il degrado e il racket. Anche Pisa nel marzo scorso si e' allineata con un'ordinanza anti-borsone, altri 100 euro per chi vende merce contraffatta e occupa abusivamente il suolo pubblico; nelle intenzioni del sindaco del Pd, Marco Filippeschi, salvaguardare in particolare la piazza dei Miracoli.
L'elenco non finisce qui e le proteste si sovrappongono alle spiegazioni dei primi cittadini.
'E' vero gli immigrati sono solo il 5 per cento circa' , dice Alessio Renoldi, operaio metalmeccanico e vicesindaco leghista di San Martino dall'Argine, 1.800 residenti, il comune che ha deciso di affiggere manifesti per chiedere ai cittadini di 'comunicare con tempestivita'' la presenza di immigrati clandestini. 'Pero' mediamente c'e' un furto alla settimana e il problema sicurezza esiste'.
La crisi economica conclamata non ha fermato neanche Giuseppe Ferri, sindaco di Brignano Gera d'Adda, in provincia di Bergamo,che ha deciso aiuti per i disoccupati purche' non siano stranieri. Il sindaco di Cittadella, Massimo Bitonci, ha firmato un'ordinanza in cui si dice che puo' chiedere la residenza solo chi e' in grado di dimostrare di avere un reddito di almeno 5000 euro all'anno e una dimora decorosa. Anche a Ospitaletto, comune della provincia di Brescia, e' stata richiesta la presentazione della fedina penale per diventare nuovo residente.
A Romano d'Ezzelino il sindaco ha escluso i bambini extracomunitari dai bonus scuola (due anni fa ha consegnato i pacchi della Croce Rossa solo a residenti italiani). Il sindaco di Teolo ha nominato una commissione per verificare la buona conoscenza della lingua italiana da parte dei nuovi residenti allogeni, prima di concedere al prefetto il nulla osta per la cittadinanza. Il sindaco di Montegrotto Terme, Luca Claudio, oltre a fare proprio lo spirito dell'ordinanza Bitonci, ha invitato con comunicato istituzionale (su un tabellone comunale) i cittadini ad emigrare, perche' l'autorita' locale non sarebbe piu' in grado di garantire la sicurezza del territorio.
Anche ad Adro, in provincia di Brescia,il sindaco si e' inventato una indennita' di 500 euro per i vigili urbani che individueranno un clandestino. A Cantu' (Como) c'e' un numero verde per segnalare la presenza di clandestini mentre a Gerenzano (Varese) i cittadini, in difesa delle tradizioni, sono chiamati a non vendere o affittare casa agli stranieri. Per chi - infine - vuole unirsi in matrimonio nel comune di Cernobbio sono previste ispezioni dei vigili nelle abitazioni per verificarne la pulizia e il buon funzionamento di docce, bagni e caldaie.

mercoledì 25 novembre 2009

Afro-apetizer per principianti

Una parentesi goduriosa di quasi-disimpegno... Vi presento Nelly, la mia amica-cuoca senegalese da molte stelle michelin... Nelly non propone solo piatti senegalesi ma anche ricette del Mali, della Guinea, della Costa d'Avorio, rivisitate in modo da essere bene accolte anche dal palato occidentale. A richiesta, però, Nelly prescinde dalla "rivisitazione" e vi prepara quello che volete così come potreste gustarlo a Dakar o a Bamako...




lunedì 16 novembre 2009

Books & charity: nuovo binomio solidale

In questo articolo, pubblicato su Vogue lo scorso giugno, parlo dei libri intesi come strumenti di trasformazione della società.
Books & Charity, un binomio che si fa sempre più saldo. Non solo grazie agli scrittori che destinano le royalty a una buona causa o a quelli che creano la propria fondazione umanitaria. Intorno ai libri, oggi, stanno fiorendo nuove e originali iniziative di solidarietà. Una delle più recenti è quella che ha portato in Burkina Faso i “bianciardini”, i micro-libretti da un centesimo di euro ideati da Ettore Bianciardi, figlio di Luciano, e Marcello Baraghini, inventore dei libri millelire. I bianciardini africani sono quattro, contengono i racconti di altrettanti autori burkinabé e vengono distribuiti nei quartieri più disagiati di Ouagadougou, la capitale, in cambio di un contributo simbolico e volontario. «La lotta alla povertà, per dare veri risultati, deve intrecciarsi a quella per la cultura», dice Gian Andrea Rolla, delegato di Terres des Hommes, la ong che sostiene in loco il progetto. «In Burkina Faso, come quasi ovunque in Africa, i libri sono una merce rara e costosa e gli scrittori hanno poche chanches di pubblicazione. Con i bianciardini diamo un’opportunità a chi legge e a chi scrive». Due dei testi scelti, infatti, sono di esordienti, e i contributi vanno alla locale Associazione dei Giovani scrittori.
Portare i libri nei Paesi poveri è la core-activity della ong inglese Book Aid International, che è attiva ormai in 12 stati e, grazie alla sua rete di contatti con editori e librerie, distribuisce ogni anno mezzo milione di volumi. «Cerchiamo anche di favorire l’accesso alla lettura da parte delle categorie più svantaggiate», spiega Jacqui S. Scott, la portavoce. «Per esempio, in Malawi, abbiamo creato dei reading group per le donne, che sono le prime vittime dell’analfabetismo di ritorno». Tra i supporter di Book Aid, molti scrittori famosi: Sebastian Faulks, John Irving, Doris Lessing, Alexander McCall Smith e JK Rowling.
L’associazione milanese Mario Cuminetti lavora, invece, per promuovere la lettura dentro il carcere e, a questo scopo, raccoglie volumi usati e intere biblioteche e organizza incontri, dibattiti e momenti di riflessione. «E’ un’attività complessa, impegnativa, che tende a rivelare la sua utilità nel lungo periodo», spiega il presidente, Nicola De Rienzo. «Oggi ci dobbiamo confrontare con un elemento nuovo: la maggior parte dei detenuti è di origine straniera. E noi avremmo un enorme bisogno di testi in arabo, romeno, cinese». Per chi fosse interessato, il punto di raccolta è la Libreria Popolare di via Tadino, a Milano (tel. 02.29513268).
Libri strumento principe anche per la charity Reader Organisation di Liverpool. La sua mission è tendere la mano a chi soffre di ansia, depressione, solitudine. «Ero una giovane mamma single, sola e sopraffatta dagli eventi», ricorda Jane Davis, fondatrice e presidente. «Per caso mi imbattei in un romanzo che mi aiutò a ritrovare la motivazione per tornare all’università e laurearmi. Mi resi conto allora che leggere, oltre che un piacere, può essere un’occasione di crescita e un argine contro il disagio esistenziale. Condividere questa intuizione mi è sembrata la cosa più giusta. Nel 2001 è partito così il primo club Get into Reading». Oggi i club sono 80 e le richieste di adesione in continua crescita.

giovedì 12 novembre 2009

Immagine dell'Africa. Un'intervista illuminante

Daniele Mezzana è un sociologo ed è l'autore di un blog che si chiama Immagine dell’Africa. Africa e Mediterraneo gli ha chiesto perché mai si interessasse a questo tema specifico (non l'Africa ma la sua immagine). Ne è nata un'intervista molto interessante e ricca di spunti e informazioni. La pubblico ocn molto piacere.

Perché ti interessi dell’immagine dell’Africa?

Ho lavorato in molti progetti di studio, assistenza tecnica e formazione in Paesi africani.Mi ha sempre colpito la grande diversità tra quello che man mano osservavo e scoprivo sulle società africane e quello che, a casa nostra, la gente comune (e molti addetti ai lavori) sanno di queste società.Quando studiavo a Bologna negli anni ’80, mi fu molto utile la lettura, suggerita dal professor Roberto Grandi, del famoso “Rapporto MacBride” sui problemi della comunicazione nel mondo, da cui emergeva l’esistenza di un forte squilibrio tra Nord e Sud per quanto riguarda la produzione e la circolazione delle informazioni, con gravi conseguenze geopolitiche e culturali nelle relazioni tra i popoli.
Ma è stata l’esperienza della rivista online “Società africane” che mi ha portato a comprendere e a formalizzare con maggiore attenzione un grande problema purtroppo sottovalutato: il fatto che nei Paesi occidentali esistono tuttora rappresentazioni fortemente riduttive, o quanto meno incomplete, dell’Africa e degli africani, in particolare per quanto riguarda la parte sub-sahariana di questo continente.
Ad esempio, si parla giustamente molto della povertà, ma poco di quello che gli africani stessi fanno per combattere la povertà; si parla molto delle bellezze naturalistiche e della dimensione del “villaggio” e poco dell’importante realtà urbana africana, con tutti i suoi problemi aperti; si parla molto del folklore, ma poco della modernità africana; si parla molto di golpe e dittatori, ma poco delle esperienze di democratizzazione in corso e di cosa fa la società civile; o ancora, si parla molto della musica, della danza, dell’arte figurativa o anche (un po’ meno) del cinema in Africa, ma poco o nulla delle università, o delle numerose istituzioni pubbliche, private e non governative africane che svolgono ricerca scientifica e tecnologica per risolvere i problemi alimentari, sanitari, di sicurezza della gente in una prospettiva di sviluppo sostenibile e attento alle esigenze locali.Inoltre, si parla di Africa in generale, ma non delle tante Afriche realmente esistenti.
Insomma: molti di noi conoscono l’Africa solo per alcuni suoi aspetti, per quanto importanti siano, e oltretutto spesso per sommi capi, per mitologie e per stereotipi, e tutto questo incide negativamente sulle relazioni di cooperazione e sui rapporti che abbiamo, nella quotidianità, con gli immigrati che provengono dai Paesi africani.
Di qui nasce, almeno per me (e per molti miei colleghi, amici e conoscenti), la necessità di contribuire a dare un’immagine più completa e realistica delle società africane. Il blog è uno degli strumenti che utilizzo per dare risposta a questa esigenza. Quando parlo di dare un’immagine più realistica e completa non intendo affatto affermare che l’Africa non ha problemi, anzi proprio il contrario.
L’Africa ha molti più problemi di quanto comunemente si pensi e si dica (ad esempio nei nostri media): non solo questo continente affronta le gravissime questioni economiche, politiche, sanitarie a tutti note, ma anche sfide enormi come la fuga dei cervelli, il governo della ricerca e dell’innovazione al livello nazionale e regionale, la gestione delle politiche urbane, la promozione della presenza femminile nelle società, il divario digitale, e molto altro.
Inoltre, se ci si fa caso, nel discorso corrente su questo continente si preferisce parlare di quello che “noi” facciamo per gli africani, piuttosto che di quello che gli africani fanno per affrontare le loro questioni. A volte le stesse organizzazioni umanitarie si fanno involontarie portatrici di una visione paternalistica della gente africana. Questo è un altro grande problema, di tipo culturale. C’è poi, al tempo stesso, da favorire anche una maggiore informazione e consapevolezza su quello che di positivo (e non è poco) avviene nelle società africane, dal punto di vista politico, economico, della produzione culturale, scientifica e tecnologica.
Ecco, credo che sarebbe già un passo importante promuovere presso un più ampio pubblico una conoscenza un po’ più accurata delle società e dei popoli africani, e senza dare per scontato che studiosi e intellettuali di casa nostra non abbiano bisogno anch’essi di rivedere molti luoghi comuni di cui sono spesso portatori.

Quando nel 2004 hai deciso di cominciare a bloggare che cosa ti aspettavi dalla decisione di aprire un blog? Cosa è cambiato da allora?
Lo strumento del blog, all’epoca, mi è sembrato uno strumento agile, semplice e immediato per discutere di alcuni dei temi e dei problemi che ho appena richiamato. Mi sembrava che il blog permettesse una forma di comunicazione più diretta e interattiva rispetto ai comunque indispensabili strumenti di comunicazione scientifica, come le riviste o i libri, o ad altri canali di comunicazione di massa come la radio, la televisione e i giornali.
Devo dire che i risultati sono stati per lo più conformi alle aspettative, nel senso che ho avuto effettivamente la possibilità, sia di formalizzare in modo semplice e, spero, chiaro, alcune questioni chiave sul modo in cui le società africane vengono rappresentate, sia di ricevere molti indispensabili contributi e consigli da tante persone che, in un modo o nell’altro, per lavoro, per studio, per interesse o per passione, sono interessate a questa materia. In questa maniera, si è anche creata una rete, anche se piccola, di persone appassionate all’argomento. Ma non è facile mantenere una certa continuità e qualità, a meno di non passare a un livello di impegno superiore, direi professionale; credo che questo sia un problema diffuso tra i blogger.
Qualche mese fa, ho avuto l’esigenza di dare una maggiore strutturazione dei materiali presentati nel blog nei vari post pubblicati (ad oggi sono 332). In effetti, con il tempo, le riflessioni e i documenti di un blog come il mio si accumulano, anche sulla spinta di esigenze contingenti, e spesso si fa fatica a trovare collegamenti e criteri che facilitino la lettura e un minimo di accumulazione di informazioni. Per questo, ho creato un rudimentale sistema di tags (o parole chiave) per fornire almeno un filo rosso rispetto ai temi affrontati.
Sarebbe per me interessante esplorare ulteriori modi per leggere e rielaborare questi materiali, ma probabilmente si tratterebbe di letture e rielaborazioni che condurrebbero a sintesi (come articoli, dossier, libri, ecc.) di genere e livello diverso rispetto a quel che un blog può offrire, da un punto di vista comunicativo e della qualità dei contenuti.

I tuoi post sono molto vari per quanto riguarda gli argomenti; qual è, se c’è, un tema che reputi più importante o centrale?
Effettivamente i temi del blog sono diversi, in quanto si va dalla scienza alle religioni tradizionali, dalle società civili al giornalismo, dal calcio al rapporto città/campagna, dai fumetti al razzismo. Direi che tutti i temi in quanto tali sono importanti. Questi temi sono organizzati, grosso modo, attorno a due assi principali, che hanno varie intersecazioni: il primo è la critica delle rappresentazioni inadeguate dell’Africa; il secondo è la presentazione di informazioni su processi, fatti, gruppi umani e personaggi poco conosciuti e che invece a mio parere vale la pena di conoscere.
Se dovessi dire quali sono, più che i temi, i contenuti generali più importanti o centrali per me direi questi qui: innanzitutto il fatto che gli elementi immateriali e cognitivi (informazioni, miti, simboli, rappresentazioni collettive, ecc.) hanno un peso enorme nell’orientare scelte ed azioni nei confronti dell’Africa, o delle Afriche, anche se non ce ne rendiamo conto; in secondo luogo, che occorre far conoscere meglio e più a fondo gli attori africani, cioè le persone, le istituzioni, le organizzazioni della società civile, le imprese, gli enti di ricerca, gli enti professionali, le cooperative di donne e contadini, i media locali e nazionali, ecc..
Oggi si parla molto di Africa in generale, ma si parla poco degli attori africani e di quello che fanno, a meno che non si tratti di leader politici, di premi nobel, o di persone in difficoltà. Se si prova a fare una elementare analisi delle fotografie che corredano gli articoli o i reportages su particolari realtà africane, emerge un fenomeno che mi pare rivelativo a questo proposito, quasi un lapsus su larga scala: si preferisce rappresentare l’Africa dei bambini piuttosto che quella degli adulti. Dunque, quando leggo o sento parlare di Africa senza riferimenti ai concreti attori africani mi accorgo che manca qualcosa di molto importante, e questa assenza nel discorso sull’Africa non è mai innocente e senza danni.
Per questo trovo sia cruciale un forte intervento sul piano dell’informazione e dell’educazione critica, come sta facendo anche “Africa e Mediterraneo”.

Chi sono i lettori del blog di Daniele Mezzana?
E’ difficile avere una idea precisa di chi legge il blog. Ho solo alcuni indizi, che sono gli interventi di commento e i messaggi che mi vengono inviati privatamente.
La maggioranza di chi passa a far visita al blog sono intellettuali africani che vivono in Italia, funzionari della cooperazione internazionale, esponenti di organizzazioni non governative e professionisti (medici, avvocati, comunicatori, tecnici) che hanno lavorato o lavorano periodicamente in Africa. Poi ci sono anche persone che – per mestiere, per passione o perché svolgono una particolare attività – si interessano a vario titolo dei rapporti interculturali, di lotta al razzismo, di valorizzazione delle diversità, di relazioni internazionali. Il blog è letto anche da giornalisti, educatori e docenti universitari.
Ognuno prende qualcosa e da’ del suo, e questo mi sembra molto interessante: è un piccolo esempio di come può funzionare l’apprendimento collettivo.

Come descriveresti la situazione della blogosfera italiana in rapporto ai temi riguardanti l’Africa?
Direi che negli ultimi tempi c’è stata una evoluzione in positivo, perché sono nati diversi blog che si occupano di Africa, con un taglio informativo, di servizio o anche più semplicemente esperienziale. Bisogna poi dire che spesso molti contenuti interessanti sull’Africa vengono proposti da blog non specializzati in questo senso.
Credo comunque che, rispetto ad altri Paesi del Nord del pianeta, ci sia ancora molto da fare: parecchi blog hanno una vita breve o parecchio discontinua; inoltre (lo rilevo anche su me stesso) si fa fatica a “fare rete”, a connettersi – anche semplicemente tramite lo strumento dei links – ad altri blogs, siti o portali. Inoltre, chi apre un blog dovrebbe forse avere più chiara una propria strategia di massima, anche rispetto a quanto già fanno agenzie stampa e riviste specializzate.

Si parla molto del contributo di internet al progresso della comunicazione globale. Pensi che questo miglioramento stia valendo anche per l’Africa? L’Africa vive più di altri continenti il divario digitale rispetto ai Paesi del Nord. Gli utenti di internet in Africa non credo arrivino al 5% della popolazione. Al tempo stesso, come mi ricordava tempo fa il direttore dell’agenzia Pana Press, l’Africa è l’area in cui si registra forse, con le dovute proporzioni, il maggiore dinamismo nella diffusione di Internet.
Tra il 2000 e il 2006, a fronte di dati assoluti fortemente deficitari, in percentuale l’Africa ha visto aumentare del 625,8% gli utenti di internet, rispetto al 195,5% del resto del mondo (che però evidentemente è più “saturo” di tale tecnologia). Nei vari Paesi africani ormai si assiste a un proliferare di siti web e blog a carattere informativo, culturale, politico, e questo è un fatto di per sé positivo. Internet offre una straordinaria opportunità per far conoscere direttamente e senza troppe distorsioni quel che gli africani pensano e fanno.

Quali sono i blog e siti di cui non potresti fare a meno?
Ce ne sono tanti, ma ne segnalo alcuni come esempi, sicuramente facendo torto a molti. Per l’informazione, direi i siti MISNA, Pana Press , Jeune Afrique, Africa Time , Africa Times News o il blog Sociolingo. Per contenuti scientifici e culturali posso citare ASA e CADE. Su temi specifici, potrei segnalare ad esempio African Traditional Religion, o AfriGadget sull’inventività e l’innovazione, o ancora Timbuktu Chronicles sull’imprenditoria africana. Altri blog sull’Africa che leggo, o ho letto, volentieri sono Blog Africa, AfroItaliani/e, Italian Blogs for Darfur, Jambo Africa, In Senegal e Afrik Blog.
Tanti altri sono citati nei links del mio blog, compreso naturalmente Africa e Mediterraneo…

Chi è che vorresti convincere ad aprire un blog?
In generale, tutti quelli che hanno qualcosa da dire, purché guardino al di là del proprio, sia pur acuto e sensibile, ombelico.

lunedì 9 novembre 2009

Chi sono le vere fashion victims?

Bostrobalikara sono le giovani donne impiegate in Bangladesh nelle aziende che producono abiti e che riforniscono soprattutto i nostri grandi magazzini e le catene a basso costo. Nell'articolo che segue, pubblicato su Popoli di novembre (disponibile attualmente senza problemi), parlo di loro e della loro controversa situazione: da un lato il lavoro in fabbrica rappresenta un formidabile strumento di emancipazione, dall'altro le introduce in un ingranaggio che le stritola. E' una di quelle situazioni in cui noi, in qualità di consumatori (che odiosa parola!) occidentali, avremmo la possibilità concreta di intervenire e fare qualcosa, influenzando con le nostre scelte d'acquisto il mercato. Indignarsi e rammaricarsi, magari solo sulla rete, non basta.


È buio pesto, ma tra le baracche di Kathalbagan, alla periferia di Dhaka, c’è animazione.Le bostrobalikara, come in bengali sono chiamate le operaie del settore tessile, devono alzarsi presto per raggiungere la fabbrica e dare il cambio alle
collegheche hanno fatto il turno di notte. Noorjahan è una di loro. Ha 18 anni e viene da un villaggio del nord del Paese. È la prima di cinque figlie. Così, quando il padre ha dovuto cedere il campo che gli permetteva di tirare avanti, trasformandosi in un contadino senza terra, ha ritenuto che toccasse a lei darsi da fare. È andata nella capitale a cercare un posto in una garment factory. Oggi lavora in media dodici ore al giorno, per un salario mensile che non supera i 25dollari. 15 vanno via per l’affitto e il cibo, cinque per le spese personali. Ogni tre mesi riesce a mandarne una decina a casa. Le garment factories,le fabbriche di abbigliamento del Bangladesh, sono concentrate soprattutto nel distretto di Dhaka e impiegano quasi esclusivamente manodopera femminile: su due milioni di operai, l’85% sono donne e hanno meno di trent’anni. Sono loro a cucire, confezionare, far nascere i vestiti che affollano i grandi magazzini europei. Noorjahan è la protagonista di un film documentario su queste ragazze, intitolato, appunto, Bostrobalikara. Lo hanno realizzato tre intellettuali bangladesi sensibili e impegnati: Tanvir Mokammel, cineasta, poeta e scrittore, Anwar Hossain, fotografo trapiantato a Parigi, Shafiur Rahman, blogger e produttore di documentari sociali, pendolare tra Bangladesh e Gran Bretagna. Questa pellicola mostra, con sentimento ma senza retorica, uno dei tanti volti nascosti della globalizzazione: il dramma di decine di migliaia di donne in bilico tra il tentativo di uscire dalla miseria e conquistare una forma di autonomia e un sistema di produzione che le stritola.

IL BOOM DEL TESSILE
La garment industry comincia a svilupparsi in Bangladesh a partire dal 1974, per effetto del cosiddetto «accordo multifibre», un’intesa internazionale sui tessili e l’abbigliamento che fissava quote di produzione e tetti alle importazioni e avrebbe dovuto servire, nelle intenzioni dei Paesi occidentali, ad arginare la concorrenza nel settore tessile da parte di alcuni Paesi emergenti. In risposta i coreani lanciarono la carta della delocalizzazione e si misero a produrre in Bangladesh, emulati di lì a poco dai primi, intraprendenti imprenditori locali. Da subito queste fabbriche attirarono le donne dei ceti più umili, fino a quel momento escluse dal mercato del lavoro e sottoposte all’autorità indiscussa di mariti e tutori. Per molte di loro si trattò di una formidabile opportunità di emancipazione: «Il mestiere di mio marito era bere, giocare d’azzardo e andare a donne - ricorda Safia Begum, altra voce del documentario-. Grazie al lavoro in fabbrica, ho potuto divorziare e fare studiare
mia figlia». Ma il prezzo della libertà è stato alto: paghe da fame, orari massacranti, nessuna previdenza o tutela sanitaria, vessazioni e angherie. Come dimostrano le parole di Makhduma Nargis, una dottoressa che si occupa della salute delle bostrobalikara: «Le donne che visito soffrono spesso di tubercolosi e altre
malattie legate alla cattiva nutrizione e all’immobilità forzata. A volte non hanno neanche il permesso di andare in bagno. In molti casi sono vittime di abusi e violenze, ma non hanno la forza per denunciare né i soldi per comprare cibo e medicine».
Hanno molte difficoltà anche a trovare un alloggio: «Le vedevo sciamare verso le fabbriche e mi domandavo: cosa accade loro all’uscita dal lavoro? - racconta Mashuda Khatun Shefali, fondatrice dell’Ong Nuk (Nari Uddug Kendra, Centro per le iniziative delle donne) -. La maggior parte arrivava da villaggi sperduti e a Dhaka non conosceva nessuno. Trovare lavoro non era difficile, ma un posto sicuro in cui stare, sì. Mi sono data da fare per creare un ostello per loro. Era il 1991: tre anni dopo gli ostelli erano diventati quattro. Ma trovare i locali da affittare è stato molto difficile. I proprietari considerano le bostrobalikara poco affidabili». La situazione è peggiorata nel tempo, man mano che aumentavano le richieste e le pressioni dei mercati. La moda ormai non cambia più secondo le stagioni, ma di settimana in settimana. Tra le aziende c’è una competizione sfrenata per accaparrarsi gli ordini. Per spuntarla bisogna consegnare la merce nel minor tempo possibile e al prezzo più basso. L’unico modo per farlo è aumentare i ritmi di lavoro e diminuire le paghe, far crescere la produttività e trascurare la sicurezza.

CONTROLLI DI FACCIATA
I committenti occidentali si sono a lungo disinteressati di questi aspetti. Ma quando, grazie anche a campagne di sensibilizzazione come Clean Clothes, certe notizie hanno cominciato a uscire dai confini del Bangladesh, l’atteggiamento è cambiato, almeno formalmente.Fare finta di nulla avrebbe potuto tradursi in un grave danno di immagine. Molti hanno posto il rispetto dei diritti basilari dei lavoratori - salario minimo, divieto del lavoro minorile, tutela della maternità, ecc. - come condizione per continuare le commesse. È iniziata così la stagione delle ispezioni. «Sono visite largamente annunciate. Sappiamo sempre con anticipo quando arriveranno i nostri clienti - racconta un’operaia -. Ci dicono di vestirci bene. Mettono sapone, asciugamano e carta igienica nei bagni. Fanno pulire tutto e lasciano i cancelli aperti, per mostrare che siamo libere di entrare e uscire. Quando gli ispettori se ne vanno, tutto torna come prima. La regola è avere una doppia contabilità: una reale e un’altra da mostrare ai compratori. Fanno credere che prendiamo dai 70 agli 80 dollari al mese, che lavoriamo otto ore al giorno e ne facciamo solo due di straordinario, che ci pagano la maternità e la malattia». I committenti occidentali non approfondiscono ulteriormente e si astengono rigorosamente
da visite a sorpresa.

MA LE LEGGI CI SONO
«A monte non c’è, come si potrebbe credere, la mancanza di leggi adeguate- osserva Hamida Hossain, dell’Ong Ask -. La legislazione del Bangladesh, in questo campo, è molto avanzata,ma viene sistematicamente disattesa».
Così come i regolamenti per la sicurezza degli edifici. Infatti, nelle fabbriche si continua a morire.
Crolli,incendi e incidenti vari sono all’ordine del giorno, spesso aggravati dal fatto che i cancelli sono chiusi dell’esterno per controllare meglio gli operai e quindi è impossibile scappare. I morti accertati sono stati finora oltre tremila. Tra i disastri più recenti: nel 2006, l’incendio della Kts Factory di Chittagong (seconda città del Paese),con 61 vittime, e il crollo del Phoenix Building di Tejgaon, con 22. Il più grave, in assoluto, è stato il crollo della Spectrum a Dhaka nel 2005, incui ufficialmente persero la vita 74 persone, ma che con ogni probabilità causò molte più vittime (vedi Popoli 1/2007). «L’atteggiamento dei governi è sempre stato ambiguo - osserva Shafiur Rahman -. In Bangladesh la scena politica è occupata da anni da due partiti, alternativi a parole ma in realtà molto simili. Entrambi hanno tra i sostenitori potenti industriali che con l’industria dell’abbigliamento si sono arricchiti. Nessuno vuole perdere il loro appoggio». Ecco perché, al di là delle dichiarazioni di intenti, né il Bangladesh National Party di Khaleda Zia (attualmente all’opposizione), né la Lega Awami di Hasina Wazed (vittoriosa alle ultime elezioni) hanno fatto nulla per ottenere l’applicazione delle leggi, limitandosi a interventi tampone di stampo assistenziale. Uno dei più recenti, molto gradito dagli imprenditori, è stato un contributo per dare gratis alle operaie, ogni giorno, un piatto di riso. Ma la libertà di alzarsi per andare in bagno, in troppi stabilimenti, continua a essere negata.

venerdì 6 novembre 2009

Frontiere di Bamako*

Un cambio significativo al vertice dell’organizzazione, un tema forte e attuale, la volontà dichiarata di aprirsi al pubblico autoctono. Con queste novità, a partire dal 7 novembre, torna Rencontres de Bamako, la Biennale Africana di Fotografia. Per un mese la capitale del Mali sarà la principale vetrina di arti visive del Continente.

Se provassimo a “dividere” l’arte tra i paesi africani, con ogni probabilità, la fotografia toccherebbe al Mali. Merito di grandi talenti come Seydou Keita e Malick Sidibé, ma anche della Biennale di Bamako e di Françoise Hughier, l’artista francese che l’ha ideata, nel 1994, e insieme con Simon Njami (tra i fondatori della Revue Noire) ne ha curato l’organizzazione per quasi 15 anni. Nel tempo, infatti, Rencontres de Bamako ha acquisito sempre più prestigio, rivelato nuovi talenti e stimolato la creazione in loco di centri di formazione e promozione della fotografia: il Cadre de promotion pour la Formation en Photographie (CFP), la Maison Africaine de la photographie, il Conservatoire des Arts et Métiers Multimédia.
Per quest’ultima edizione, l’ottava, il testìmone però è passato di mano: Samuel Sidibé, già direttore del Museo Nazionale del Mali, è il nuovo delegato generale, affiancato, alla direzione artistica, da due curatrici conosciute e apprezzate nel gotha della fotografia internazionale: Michket Krifa, tunisina, e Laura Serani, italiana. Il Ministero della Cultura del Mali, insieme con Culturesfrance, le ha scelte attraverso un bando, nel quale si specificava che l’edizione avrebbe dovuto essere caratterizzata dall’apertura al grande pubblico. E, in effetti, insieme con il maggiore coinvolgimento del Mali nell’organizzazione, l’intenzione di andare incontro alla gente comune, di accorciare le distanze tra arte contemporanea africana e africani è la novità, importantissima sul piano sociale, di Rencontres 2009. I luoghi espositivi sono stati moltiplicati, e si trovano in vari punti di Bamako. Ci sarà la possibilità di accedere gratuitamente a laboratori e workshop. E’ stato fatto un lavoro preparatorio nelle scuole e un battage pubblicitario intenso, rivolto alla città e al Paese intero.

Il tema scelto per questa edizione sono le frontiere, in tutte le accezioni possibili (politiche, geografiche, economiche, culturali, psicologiche, artistiche… ) e nelle loro manifestazioni paradossali. E’ un argomento che inevitabilmente ne richiama altri, di grande attualità: le migrazioni, non solo verso l’Europa ma anche all’interno del Continente; l’artificiosità dei confini tracciati a Berlino e accettati dall’Unione Africana al momento della decolonizzazione; la questione dell’identità e del rapporto con l’altro; la difficoltà di muoversi per gli esseri umani contrapposta alla libera circolazione delle merci. «Tematiche oggi centrali e imprescindibili, in Occidente come in Africa», osserva Serani. «Affrontarle attraverso la reinterpretazione artistica è importante e permette di far vacillare i cliché presenti da una parte e dall’altra». Ma il discorso sui confini può essere sviluppato anche in un’ottica artistica, sottolinea Krifa, e cioé accettando e cercando il contatto e le intersezioni tra i diversi codici espressivi (foto, moda, cinema, pittura, video). Krifa e Serani hanno voluto portare all’interno della Biennale queste intersezioni. Il linguaggio dominante rimane ovviamente quello fotografico, ma nel ricco programma troviamo anche video (nella Exposition Panafricaine c’è una sezione dedicata), performance filmate (come Ukungenisa, di Nandipha Mntambo, originaria dello Swaziland, che lavora e modella la pelle di mucca fino a darle la forma di un corpo femminile), contaminazioni con la moda.




La Exposition Panafricaine è una collettiva dedicata alle frontiere. Raccoglie gli scatti di 40 artisti africani, alcuni già piuttosto noti. Per esempio, il nigeriano George Osodi, che racconterà lo smarrimento delle sue concittadine, prostituite sulle strade italiane dopo avere percorso migliaia di chilometri e attraversato clandestinamente innumerevoli frontiere. Zanele Muholi, sudafricana, presenterà Miss D’vine, statuario ed enigmatico transessuale nero, al confine tra due generi e due mondi. Ayana Jackson, esponente della diaspora sudafricana negli Usa, parteciperà con le sue immagini di lavoratori in viaggio, pendolari, colti nella terra di nessuno dove spendono la maggior parte della loro vita...
Ma in programma ci sono molte altre cose. Nella sezione dedicata al Mali troviamo una collettiva di fotografi contemporanei, i recenti scatti di moda realizzati da Malick Sidibé in esclusiva per il New York Times Magazine, e una selezione di reportage conservati negli archivi dell’Amap (Agence Malienne de Presse et de Publicité).
Ci sono, poi, varie mostre monografiche, come quella del congolese Baudoin Mouanda che documenta il curioso fenomeno dei sapeur, affiliati alla Sape (la Societe des Ambianceurs et Personnes Elegantes) poveri ma consacrati al culto dell’immagine, o quella di Patrizia Guerresi Maimouna, italiana convertita al mouridismo (una corrente sufi dell’Islam, molto diffusa in Senegal) che racconta la sua doppia appartenenza attraverso immagini strutturate ed evocative. E ci sono mostre a tema: The Maghreb Connection, curata dalla svizzera Ursula Biemann, un progetto di ricerca collettivo sulle migrazioni che attraversano il Nord Africa; Albinos, del francese Alain Turpault, sull’ambigua condizione degli albini d’Africa, temuti perché considerati portatori di poteri sovranaturali, ma disprezzati per la loro diversità; Matola, che raccoglie i lavori di sei fotografi africani, è il racconto della quotidianità a Matola, sobborgo di Maputo collocato sull’asse che dal Mozambico porta al SudAfrica, una terra di passaggio e di confine… C’è uno special focus organizzato con una galleria di Cape Town, altra capitale africana dell’immagine, che comprende il già citato Ukungenisa e la retrospettiva Nollywood, del sudafricano Pieter Hugo, sull’industria nigeriana del cinema.

C’è una sezione Heritage, che raccoglie gli scatti di fotografi africani del passato: Oumar Ly, Jean Depara, James K. Bruce Vanderpuije.
C’è infine la serie Luxury, dell’inglese Martin Parr, che racconta per immagini l’ostentazione del lusso. Una presenza apparentemente fuori luogo, quella di Parr e che non ha mancato di sollevare polmiche, ma che in realtà rimanda a una frontiera ormai anche africana: la contrapposizione tra ricchezza estrema e povertà.

Tanta carne al fuoco, insomma. E se alcune opere (mi riferisco ai lavori sui sapeur e sugli albini) possono avere il sapore del già visto, o risultare troppo moderate (penso a Zanele Muholi, attivista per i diritti delle lesbiche in Sud Africa: le sue foto di denuncia più forti sono state scartate a favore di Miss D’vine), la kermesse artistica rimane di livello elevato e rappresenta un’occasione pressocché unica per capire cosa si stia muovendo dentro il Continente. La fotografia africana sta vivendo, infatti, una stagione di grande vitalità. «Anche in assenza di un mercato dell’arte interno, gli artisti si organizzano in reti, cominciano a diffondersi le gallerie e centri, che sono collegati tra loro e il resto del mondo», osserva Krifa. La crisi economica che sta condizionando ovunque le produzioni artistiche, qui quasi non si sente, le fa eco Serani. Forse perché tutto è fatto già in partenza con pochissimi mezzi. E quello che per molti rappresenta il peccato originale dell’arte contemporanea africana (l’assenza di un mercato interno, appunto) si rivela, nella congiuntura attuale, un punto di forza.

Maimouna attraverso le frontiere
E’ l’unica artista italiana presente a Bamako. Patrizia Guerresi Maimouna partecipa a Rencontres con dieci immagini che riproducono altrettante performance e appartengono alla serie La stanza del Gigante. Maimouna costruisce i suoi soggetti mettendosi anche personalmente in gioco (la troviamo in diverse foto), o con l’aiuto delle figlie, una bianca e l’altra mulatta. Dà vita a figure ieratiche, che si dilatano, si allungano, si trasformano in capanne. Figure che esprimono l’energia e la potenza comunicatrice del corpo mistico. «Spesso i miei personaggi sono vestiti come i Baye Fall (una costola della confraternita sufi dei mourid, di cui faccio parte anche io), cioè con una stoffa, chiamata jaxass, che è fatta di tanti ritagli di tessuti diversi e che dimostra come dalla varietà nasce l’armonia. Entrando nel sufismo sono arrivata al cuore dell’Africa e questo mi ha permesso di posare sul continente uno sguardo diverso da quello occidentale. Attraverso l’arte provo a esprimere la doppia appartenenza. Non mi interessa tanto descriverla quanto evocarla, per arrivare prima al cuore della gente».

* Pubblicato su Nigrizia di Novembre