
Se si escludono miseria e disastri ambientali, il Bangladesh raramente fa notizia. Gli appassionati d’arte e, soprattutto, di fotografia farebbero bene però a tener d’occhio quest’angolo del subcontinente indiano: qui si stanno muovendo molte cose. Shahidul Alam, fondatore della South Asian Media Academy Pathsala di Dhaka, più volte in giuria al World Press Photo, parla di «rivoluzione nella fotografia, un'esplosione di idee e talenti che ha il suo epicentro nella capitale». Impegno e rifiuto dell’eurocentrismo sono i suoi tratti principali. Alam è anche l'ideatore-direttore di Chobi Mela, la biennale divenuta il più importante appuntamento in Asia per la fotografia: una creatura autoctona (niente regie o appoggi europei) che in pochi anni si è dotata di un respiro internazionale e caratterizzata per il livello alto delle opere, l'impronta sociale e la capacità di coinvolgere anche la gente comune. Un festival che ha qualcosa da dire, è stato scritto, oltre che da mostrare.
I temi delle 5 edizioni passate (differenze, esclusione, resistenza, confini, libertà) erano impegnati in partenza. Chobi Mela VI ha un leitmotiv più soft e aperto alle divagazioni: il sogno. Ma anche in questa cornice, i bangladesi in gara sono rimasti fedeli all’impianto engagé, volto ad aprire nuove prospettive. Lo si vede negli scatti del pluripremiato Munem Wasif, recentemente indicato dalla rivista Photo District News come uno dei 30 fotografi emergenti al mondo, e in quelli degli altri: Debasis Shom, Sayed Asif Mahumud e Taslima Akhter. L'impegno caratterizza le principali agenzie di fotogiornalismo (come Drik e Map )e il lavoro di altri artisti quotati ma non presenti al festival: Saikat Mojumder, Akash*, Khaled Hasan, Saiful Huq Omi e soprattutto Andrew Biraj che con lo scatto Woman on a train ha ricevuto 8 premi internazionali. «Le immagini sollevano domande importanti sulle questioni sociali», dice Biraj. «Il Bangladesh è soffocato da corruzione e sperequazioni. La fotografia qui non può essere solo un mezzo di espressione estetica: deve agire come strumento di denuncia e consapevolezza». La produzione di documentari è meno consolidata ma ha lo stesso anelito. Merita una segnalazione la casa Six Oranges che ha recentemente co-prodotto TresTristesTigres, un corto sulla condizione dei migranti bangladesi in Medio Oriente, diretto dal premio Goya David Munoz. Dai suoi esordi, il patron Shafiur Rahman, pendolare tra Bangladesh e Regno Unito, si è concentrato su questioni fondamentali ma rimosse dalla politica e dall’opinione pubblica (la condizione delle bostrobalikara, le giovani donne sfruttate nelle fabbriche di abbigliamento, o quella dei bihari, minoranza apolide senza diritti). I suoi docu-film, accurati e poetici, hanno fatto clamore. «L’impegno autentico e indipendente va distinto però dall’opportunismo di chi sposa per comodità le ricche campagne delle grandi agenzie umanitarie», ammonisce Mustafa Zaman, direttore di Depart, raffinata rivista d'arte lanciata all'inizio del 2010. In Bangladesh c'è un numero incredibile di ong e associazioni umanitarie. Molte sono scatole vuote e servono ad attirare finanziamenti. Altre hanno strutture troppo elefantiache per calarsi nella quotidianità. Ad agire davvero sono spesso le piccole realtà locali. La sinergia tra arte engagé e giuste cause riguarda soprattutto loro. E' il caso di Nijera Kori, che lavora per l'emancipazione delle popolazioni rurali, di Odhikar che documenta le violazioni dei diritti umani, o della Coastal Development Partnership impegnata sul fronte ambientale e dei climate refugees.
Ma il Bangladesh è in movimento anche rispetto ad altre arti visive: scultura, pittura, design. Accanto a eventi istituzionali, come l'Asian Art Biennale (la 14° edizione è stata chiusa a novembre) ci sono piattaforme spontanee e innovative. Per esempio la Britto Art Trust di Dhaka o la Porapara Artist' Community di Chittagong, che incoraggiano scambi tra artisti e sperimentazioni in una dimensione cosmopolita e multimediale. «In questo caso il legame tra opera e denuncia è meno marcato, l'elemento forte è la provocazione soggettiva», osserva Zaman. «Le istituzioni contrastano chi si allontana dagli schemi e il solo fatto di seguire la propria strada rappresenta un atto di resistenza». Nomi da tener d'occhio per il prossimo futuro sono Ronni Ahmmed, Mahbubur Rahman, Taveba Begum Lipi. Se avremo pazienza, assicura Zaman, sentiremo presto parlare di loro.
* Questo articolo, a firma della sottoscritta, è uscito su Vogue di dicembre.
**Fino al 31 dicembre alla galleria Porta Pepice di Matera si può visitare la mostra di Akash intitolata Survivor. Akash è considerato lo Steve McCurry del Bangladesh.


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