Questo articolo, a firma della sottoscritta, è stato pubblicato dal dorso Lombardo del Sole 24 Ore lo scorso 20 gennaio.
«Lo scorso novembre, alcuni media italiani riportavano la notizia che una giornalista di origine marocchina, Nadia Lamarkbi, stava organizzando in Francia, per il prossimo 1° marzo, la Journée sans immigres, una manifestazione indirizzata a evidenziare, principalmente attraverso uno sciopero degli acquisti e dei consumi, la rilevanza dell'immigrazione per l'economia e gli equilibri sociali francesi.
Lamarkbi non aveva partiti o sindacati alle spalle. Aveva lanciato la proposta sul più famoso dei social network, raccogliendo immediatamente migliaia di adesioni e suscitando la curiosità allarmata del mondo politico e sindacale. Noi, cioè la sottoscritta e altre tre amiche, Nelly Diop, Daimarely Quintero e Cristina Sebastiani, diversissime da vari punti di vista, ma accomunate dall’impegno antirazzista e interculturale oltre che dalla non appartenzenza partitica, ci siamo chieste: chissà se i tempi sono maturi per tentare qualcosa di simile anche in Italia? Abbiamo contattato Nadia, creato il gruppo FaceBook e cominciato a raccogliere le adesioni, virtuali e reali. Per quanto riguarda la data, la scelta è caduta subito sul 1° marzo: “sintonizzarsi” con la Francia ci è sembrato importante per assicurare all’iniziativa un respiro europeo e creare le condizioni per la costituzione, eventuale, di movimenti simili in altri Paesi. Ci abbiamo visto giusto. Il nostro movimento Primo marzo 2010 oggi conta circa 40mila adesioni virtuali ma esiste fattivamente anche fuori da internet: siamo articolati in una ventina di comitati territoriali. In Spagna e in Grecia sono già nati coordinamenti gemelli. Ma qualcosa si sta muovendo anche in Belgio e in Germania.
Primo marzo 2010 è un movimento spontaneo, dichiaratamente non violento, che vuole in primo luogo richiamare l’attenzione della gente e di chi ci governa su un dato incontrovertibile ma troppo spesso ignorato o messo in ombra, anche per effetto della pericolosa saldatura tra razzismo popolare e razzismo istituzionale che caratterizza il presente italiano: i migranti sono fondamentali per la tenuta di una società complessa e articolata come la nostra. Tamponano le patologiche carenze del welfare (una famiglia su dieci si affida a una badante straniera nella cura di un parente anziano o malato), sono determinanti per il bilancio delle Stato e per il sistema previdenziale (tra tasse e contributi versano qualcosa come 6mila miliardi di euro) e per la crescita economica (dal loro lavoro dipende il 9,5% del nostro prodotto interno lordo).
Un obiettivo altrettanto importante è far capire che le campagne denigratorie che investono i migranti e i provvedimenti legislativi che in modo obliquo limitano le loro prerogative rappresentano una minaccia per la società nel suo insieme, non solo per chi ne è direttamente colpito. I diritti o valgono per tutti o cominciano a non essere per nessuno.
Il nostro movimento nasce meticcio ed è orgoglioso di esserlo: nella battaglia per la difesa dei diritti e della cultura della solidarietà contrapposta a quella del sospetto, italiani e stranieri, vecchi e nuovi cittadini siamo uniti e mescolati per la ragione, semplice e incontrovertibile, che nella vita di tutti i giorni siamo uniti e mescolati, legati da vincoli affettivi, rapporti di lavoro, relazioni di vicinanza. Se si dà uno sguardo veloce ai comitati territoriali e si fanno scorrere i nomi dei referenti questo aspetto è immediatamente visibile. Ma la mixité si ritrova anche all’interno del Coordinamento nazionale, formato da noi fondatrici e da due giovani collaboratrici: Ilaria Sesana, brianzola doc, responsabile dell’ufficio stampa, e Seble Woldghiorghis, esponente delle seconde generazioni e coordinatrice della segreteria organizzativa. La mescolanza è certamente più visibile nelle grandi città, come Roma o Milano, ma rappresenta un trend (non solo italiano) rispetto al quale chiudere gli occhi non paga. Lo ha detto benissimo Jacques Le Goff, che non è un visionario ma uno storico di altissimo livello: può piacere o meno, ma il carattere distintivo del ventunesimo secolo è il meticciato.
Per raggiungere il nostro obiettivo, utilizzeremo gli strumenti che ci appariranno più efficaci e praticabili, senza lasciarci imbrigliare dagli schemi, dalle consuetudini e dalle definizioni rigide. Raccoglieremo i suggerimenti e le sollecitazioni dei nostri comitati, che rappresentao la spina dorsale del movimento e il suo punto di forza. Agiremo sempre, però, nel rispetto della legalità e della non violenza. Una domanda che ci viene spesso fatta è se, alla fine, sarà sciopero o meno. La risposta è sì. La parola sciopero però può essere declinata in molti modi e non rimanda solo al concetto astensione dal lavoro. Questo rappresenta un formidabile strumento di pressione ma, allo stato delle cose, non è in nostro controllo: pur essendo quello di sciopero un diritto costituzionale, sappiamo che nella pratica per indirlo ci vuole l’ok dei sindacati. Possono esserci, però, scioperi della fame, dei consumi e di molte altre cose: manifestazioni di dissenso efficaci e che non richiedono autorizzazioni di alcun tipo, in molti casi appoggiate e condivise dai non migranti. Un’intera giornata senza acquisti da parte degli immigrati, senza transazioni economiche, senza telefonate nel Paese di provenienza: provate a immaginare la ripercussione di un’astensione come questa. In Italia gli immigrati (regolari e no) sono quasi 5 milioni e abbiamo già visto quanto incidono sull’economia. Quello che conta per noi non è la scelta dello strumento ma l’efficacia del messaggio. Ci sentiamo forti e ottimisti rispetto alla possibilità di centrare l'obiettivo: la nostra è davvero una manifestazione spontanea e partecipata, che non risponde a logiche di partito o di potere: riflette il bisogno condiviso di difendere i diritti e correggere le storture che stanno viziando il nostro sistema sociale e la volontà di andare avanti. Il Primo marzo 2010 non sarà un punto di arrivo, ma l’inizio di un nuovo nuovo percorso».
domenica 24 gennaio 2010
venerdì 15 gennaio 2010
L'inizio di un nuovo percorso*
Da quando è stata lanciata l'iniziativa Primo marzo 2010 sciopero degli stranieri, molte volte ci è stato chiesto chi siamo, qual è il nostro obiettivo, come pensiamo di raggiungerlo. Qui, proverò ad articolare le risposte.
Primo Marzo 2010 è un movimento spontaneo, nato per iniziativa di quattro donne slegate dai partiti ma impegnate, a titolo diverso, nel campo del dialogo interculturale e dell'antirazzismo; quattro amiche accomunate dalle frequentazioni multietniche e di colori ed estrazioni anagrafiche diverse: due bianche e due nere, due italiane (almeno di nascita) e due straniere. Io sono una di loro. Le altre si chiamano Nelly Diop, Daimarely Quintero, Cristina Sebastiani.
L'idea ci è venuta leggendo che Nadia Lamarkbi, giornalista di origine marocchina, partendo da FaceBook, aveva dato vita in Francia alla Journe sans immigré, una mobilitazione volta a evidenziare l'importanza dell'immigrazione per l'economia e gli equilibri sociali francesi. La Journe sarebbe stata il 1° marzo 2010.
Ci siamo dette: possiamo e dobbiamo provarci anche noi, e la nostra azione sarà mille volte più efficace e incisiva se avrà un respiro europeo: se sarà cioè congiunta a quella francese. Abbiamo contattato Nadia (molto felice della nostra idea e della convergenza di vedute) e ci siamo messe in moto raccogliendo tantissime adesioni da italiani, immigrati, esponenti delle seconde generazioni, raccolte su internet e nel mondo reale. Neanche per un istante abbiamo pensato di restare confinate alla rete virtuale. Conosciamo troppo bene la realtà dell'immigrazione per non sapere che moltissime tra le persone interessate non hanno accesso a un pc o non lo sanno usare.
L'obiettivo generale che ci siamo date è stato quello di lanciare all'opinione pubblica e a chi ci governa un segnale forte e chiaro: la saldatura tra razzismo popolare e razzismo istituzionale, che per varie deplorevoli ragioni si è prodotta in questi anni, è infame e destinata a saltare! Non solo perché anche in Italia gli immigrati sono fondamentali per l'economia e per tamponare le patologiche carenze del nostro welfare (basta usare un po' di cervello per accorgersene), ma anche perché si sta cominciando a capire che circolari e provvedimenti legislativi che colpiscono i migranti in quanto categoria e frantumano i loro diritti rappresentano una minaccia non per i soli immigrati ma per la tenuta della democrazia, quindi per tutti. La copertina di un giornale riportava tempo fa la seguente frase: la storia insegna che quello che oggi lo Stato fa agli stranieri domani lo farà ai propri cittadini. La storia insegna e c'è qualcuno – anzi tanti - che ormai non ha paura di imparare. C'è un altro aspetto, nuovo, che vogliamo sottolineare attraverso questo movimento, che nasce meticcio ed è orgoglioso di esserlo: in questa battaglia per la difesa dei diritti, italiani e stranieri, vecchi e nuovi cittadini siamo uniti e mescolati per la ragione, semplice e incontrovertibile, che nella vita di tutti i giorni siamo insieme e mescolati, uniti da vincoli affettivi, rapporti di lavoro, relazioni di vicinanza. Questo certamente è più visibile nelle grandi città, può esserlo meno in provincia, ma è un dato di fatto e un trend rispetto al quale chiudere gli occhi può pagare (elettoralmente parlando) solo nel breve, brevissimo periodo. Nessuno, con la testa sulle spalle e il polso del presente può ignorare che i segni di questo secolo sono la multiculturalità e il metissage.
Per raggiungere l'obiettivo, per lanciare cioè il nostro segnale, noi utilizzeremo gli strumenti che ci appariranno più efficaci, senza lasciarci imbrigliare dagli schemi e dalle definizioni rigide. Lo sciopero inteso come astensione dal lavoro è sicuramente uno strumento molto potente, ma sappiamo perfettamente che non è alla portata di tutti: a chi non ha i documenti, è precario o è impegnato nei servizi alla persona non si può chiedere di non andare a lavorare. Per indire uno sciopero, inoltre, è necessario l'intervento del sindacato. E noi non sappiamo ancora se questo ci sarà o meno. Nel caso non ci fosse, però, non ci strapperemo le vesti: da quello degli acquisti e dei consumi a quello della fame, ci sono molti altri “scioperi” disponibili e praticabili. Ci sono molte altre modalità rilevanti, creative e non violente per manifestare il dissenso e partecipare. I comitati di Primo Marzo 2010 che sono spontaneamente nati in tutta la Penisola (e continuano a nascere) le stanno elaborando e mettendo a disposizione di tutti.
I nostri punti fermi non riguardano la scelta degli strumenti ma altro e, precisamente: l'azione congiunta con la Francia e (speriamo) presto anche con altri e il fatto che questo movimento deve restare espressione della società civile ed essere animato in modo paritario da italiani e migranti. La questione della difesa dei diritti infatti riguarda tutti, indipendentemente dal passaporto. Su questi punti sì siamo e saremo intransigenti.
Noi ci sentiamo forti e ottimisti rispetto alla possibilità di centrare l'obiettivo. Perché questa è davvero una manifestazione spontanea e partecipata, che sta suscitando entusiasmo e non risponde a logiche di partito o di potere: riflette il bisogno condiviso di difendere i diritti e correggere le storture che stanno viziando il nostro sistema sociale. Ci auguriamo che chi ci sta osservando, magari non con una punta di scetticismo ma con varie, riesca a capirlo per tempo.
Il Primo marzo 2010 non sarà il punto di arrivo ma l'inizio di un nuovo percorso.
*Stefania Ragusa, presidente Primo marzo 2010
Questo articolo è stato pubblicato da Il Manifesto il 13/01/2010
Primo Marzo 2010 è un movimento spontaneo, nato per iniziativa di quattro donne slegate dai partiti ma impegnate, a titolo diverso, nel campo del dialogo interculturale e dell'antirazzismo; quattro amiche accomunate dalle frequentazioni multietniche e di colori ed estrazioni anagrafiche diverse: due bianche e due nere, due italiane (almeno di nascita) e due straniere. Io sono una di loro. Le altre si chiamano Nelly Diop, Daimarely Quintero, Cristina Sebastiani.
L'idea ci è venuta leggendo che Nadia Lamarkbi, giornalista di origine marocchina, partendo da FaceBook, aveva dato vita in Francia alla Journe sans immigré, una mobilitazione volta a evidenziare l'importanza dell'immigrazione per l'economia e gli equilibri sociali francesi. La Journe sarebbe stata il 1° marzo 2010.
Ci siamo dette: possiamo e dobbiamo provarci anche noi, e la nostra azione sarà mille volte più efficace e incisiva se avrà un respiro europeo: se sarà cioè congiunta a quella francese. Abbiamo contattato Nadia (molto felice della nostra idea e della convergenza di vedute) e ci siamo messe in moto raccogliendo tantissime adesioni da italiani, immigrati, esponenti delle seconde generazioni, raccolte su internet e nel mondo reale. Neanche per un istante abbiamo pensato di restare confinate alla rete virtuale. Conosciamo troppo bene la realtà dell'immigrazione per non sapere che moltissime tra le persone interessate non hanno accesso a un pc o non lo sanno usare.
L'obiettivo generale che ci siamo date è stato quello di lanciare all'opinione pubblica e a chi ci governa un segnale forte e chiaro: la saldatura tra razzismo popolare e razzismo istituzionale, che per varie deplorevoli ragioni si è prodotta in questi anni, è infame e destinata a saltare! Non solo perché anche in Italia gli immigrati sono fondamentali per l'economia e per tamponare le patologiche carenze del nostro welfare (basta usare un po' di cervello per accorgersene), ma anche perché si sta cominciando a capire che circolari e provvedimenti legislativi che colpiscono i migranti in quanto categoria e frantumano i loro diritti rappresentano una minaccia non per i soli immigrati ma per la tenuta della democrazia, quindi per tutti. La copertina di un giornale riportava tempo fa la seguente frase: la storia insegna che quello che oggi lo Stato fa agli stranieri domani lo farà ai propri cittadini. La storia insegna e c'è qualcuno – anzi tanti - che ormai non ha paura di imparare. C'è un altro aspetto, nuovo, che vogliamo sottolineare attraverso questo movimento, che nasce meticcio ed è orgoglioso di esserlo: in questa battaglia per la difesa dei diritti, italiani e stranieri, vecchi e nuovi cittadini siamo uniti e mescolati per la ragione, semplice e incontrovertibile, che nella vita di tutti i giorni siamo insieme e mescolati, uniti da vincoli affettivi, rapporti di lavoro, relazioni di vicinanza. Questo certamente è più visibile nelle grandi città, può esserlo meno in provincia, ma è un dato di fatto e un trend rispetto al quale chiudere gli occhi può pagare (elettoralmente parlando) solo nel breve, brevissimo periodo. Nessuno, con la testa sulle spalle e il polso del presente può ignorare che i segni di questo secolo sono la multiculturalità e il metissage.
Per raggiungere l'obiettivo, per lanciare cioè il nostro segnale, noi utilizzeremo gli strumenti che ci appariranno più efficaci, senza lasciarci imbrigliare dagli schemi e dalle definizioni rigide. Lo sciopero inteso come astensione dal lavoro è sicuramente uno strumento molto potente, ma sappiamo perfettamente che non è alla portata di tutti: a chi non ha i documenti, è precario o è impegnato nei servizi alla persona non si può chiedere di non andare a lavorare. Per indire uno sciopero, inoltre, è necessario l'intervento del sindacato. E noi non sappiamo ancora se questo ci sarà o meno. Nel caso non ci fosse, però, non ci strapperemo le vesti: da quello degli acquisti e dei consumi a quello della fame, ci sono molti altri “scioperi” disponibili e praticabili. Ci sono molte altre modalità rilevanti, creative e non violente per manifestare il dissenso e partecipare. I comitati di Primo Marzo 2010 che sono spontaneamente nati in tutta la Penisola (e continuano a nascere) le stanno elaborando e mettendo a disposizione di tutti.
I nostri punti fermi non riguardano la scelta degli strumenti ma altro e, precisamente: l'azione congiunta con la Francia e (speriamo) presto anche con altri e il fatto che questo movimento deve restare espressione della società civile ed essere animato in modo paritario da italiani e migranti. La questione della difesa dei diritti infatti riguarda tutti, indipendentemente dal passaporto. Su questi punti sì siamo e saremo intransigenti.
Noi ci sentiamo forti e ottimisti rispetto alla possibilità di centrare l'obiettivo. Perché questa è davvero una manifestazione spontanea e partecipata, che sta suscitando entusiasmo e non risponde a logiche di partito o di potere: riflette il bisogno condiviso di difendere i diritti e correggere le storture che stanno viziando il nostro sistema sociale. Ci auguriamo che chi ci sta osservando, magari non con una punta di scetticismo ma con varie, riesca a capirlo per tempo.
Il Primo marzo 2010 non sarà il punto di arrivo ma l'inizio di un nuovo percorso.
*Stefania Ragusa, presidente Primo marzo 2010
Questo articolo è stato pubblicato da Il Manifesto il 13/01/2010
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