lunedì 1 marzo 2010

Ci siamo....*

Il grande giorno è arrivato. Ma il Primo Marzo non finisce qui, comincia da qui!

«A distanza di pochi giorni o, addirittura, poche ore dal primo marzo, tante persone - giornalisti, ma non solo - mi chiedono se sono preoccupata o in ansia per la riuscita dell’iniziativa. Forse dovrei esserlo, la verità è che non lo sono: non solo perché dai comitati territoriali arrivano segnali più che incoraggianti ma anche perché, indipendentemente da quanta gente scenderà in piazza o si asterrà dal lavoro lunedì prossimo, indipendentemente dal numero di palloncini gialli che saliranno in cielo e dai metri di nastro giallo che “vestiranno” le città, l’obiettivo fondamentale di questa fase è stato già raggiunto: siamo riusciti a mobilitare migliaia di persone, a mettere in rete i movimenti antirazzisti, le associazioni di stranieri e la gente comune, a dare centralità alla questione dei dirtitti dei migranti e a legarla a quella dei diritti collettivi.
A preoccuparmi, invece, è il dopo primo marzo. Da martedì prossimo, infatti, comincia la fase due, quella della strutturazione del movimento e della proposta politica. Primo Marzo2010 nasce dal basso, come espressione della società civile e, è stato ribadito molte volte, a qualsiasi costo deve mantenere questo tratto distintivo. Rimanere espressione della società civile non vuol dire solo evitare partnership istituzionali. In altre parole: non permettere a partiti e sindacati di metterci il cappello, ferma restando l’opportunità di interloquire attivamente con quei soggetti politici - come il Pd e Rifondazione Comunista - che stanno sostenendo il movimento senza pretendere di orientarlo o manipolarlo. Vuol dire anche attrezzarsi rispetto a tentativi di - mi si passi il termine - cappellizzazione silenziosa.
Ci sono diversi modi per neutralizzare un movimento che non si capisce e che non si riesce a digerire. Uno, abbastanza scontato, è il discredito. Nei nostri confronti è stato molto usato: in particolare quando, in palese contraddizione con i fatti e le premesse del nostro manifesto programmatico, ci è stata ostinatamente attribuita la volontà di organizzare uno sciopero etnico e quella di volere strumentalizzare gli immigrati. Un altro, più insidioso, è il giochino del cavallo di Troia: ossia, inserirsi all’interno del movimento e puntare alla sua normalizzazione, ridurre i gruppi territoriali al ruolo di comitati organizzatori di eventi ed elargitori di nastrini gialli e, contestualmente, trasformare in tabù le richieste più forti venute dal basso: quella di sciopero, per esempio, che è stata strenuamente difesa da molti comitati ma anche pervicacemente osteggiata dall’esterno. Questo è un rischio concreto rispetto al quale dobbiamo aprire gli occhi e attrezzarci.
Occhi aperti e pragmatismo devono accompagnarci anche nella definizione della piattaforma politica, per non cedere alla tentazione del massimalismo. Se le aree critiche su cui lavorare (legge Bossi-Fini, pacchetto sicurezza, cittadinanza breve, tutela delle seconde generazioni, voto amministrativo, prolungamento della durata dei permessi di soggiorno, cie, respingimenti…) sono relativamente facili da individuare, meno chiara e scontata è la definizione delle priorità e delle modalità di intervento. Ai comitati territoriali è stato chiesto di elaborare autonomamente le proposte politiche, così da metterle a confronto e, sulla loro base, costruire democraticamente un’unica piattaforma politica. Personalmente credo che possa essere più efficace individuare un paio di punti e impegnarsi in modo martellante su quelli, per poi passare ad altri, piuttosto che puntare a un unico, esteso e definitivo documento. Questo, però, è solo il mio punto di vista.
Per quanto riguarda le azioni, infine, è necessario darsi a breve, brevissima scadenza, un altro appuntamento, al quale arrivare ancora più attrezzati e forti. Nell’aria ci sono già alcune date. Prima ancora che soffermarsi sui giorni però è determinante ribadire che verso questo appuntamento futuro e gli altri che seguiranno bisognerà muoversi con lo stesso spirito meticcio che ci ha guidati fino ad ora: vecchi e nuovi cittadini insieme, accomunati dal fatto di vivere sullo stesso territorio e dal rifiuto delle logiche di esclusione e di razzismo. La forza del Primo Marzo sta tutta nella sua capacità - spontanea, non costruita a tavolino - di mobilitare le persone attorno alla difesa di valori universali, a prescindere dal colore della pelle o dal luogo di nascita. Se aspiriamo a vivere in una società che sia oltre la contrapposizione tra “noi” e “loro”, autoctoni e stranieri, il primo luogo in cui questa contrapposizione deve essere superata è proprio il movimento».

*Mio articolo, scritto come Presidente Primo Marzo 2010 e pubblicato da Liberazione il 28/02/2010