(mio articolo pubblicato su Vogue di novembre)Nei progetti di Shahidul Alam non c’era la fotografia ma la chimica. Era andato a Londra per studiarla. Si era laureato e faceva il ricercatore quando gli capitò in mano una macchina fotografica. Questo incontro, casuale e magico, stravolse i suoi piani e lo riportò a casa, in Bangladesh, con l’idea di mettersi a lavorare per aziende e pubblicità. Era la metà degli anni ’80, le vie di Dhaka erano piene di gente che sfidava il coprifuoco e manifestava contro il generale Ershad. «Stava accadendo qualcosa di importante, sentivo la necessità di usare la mia macchina per fermare quelle scene, raccontare una lotta democratica che non interessava i media occidentali e quindi rischiava di non esistere», ricorda Shahidul. La fotografia commerciale fu messa da parte. «La mia storia di fotogiornalista cominciò in quel momento». Una storia scandita da viaggi e incontri fuori e dentro il Bangladesh, premi e riconoscimenti, che ha avuto come filo conduttore l’impegno sociale e il rifiuto dell’egemonia estetica e culturale dell’Occidente e che adesso è raccontata da un libro e da una mostra: My Journey as a Witness. Più di cento immagini di grande effetto che permettono di scoprire il Bangladesh e la sua complessità e, ovviamente, di ricostruire il percorso individuale di Shahidul. Sebastiao Salgado, autore della prefazione, sottolinea le affinità tra questo percorso e il suo.
Il volume, publicato da Skira, sarà presentato al bookstore Rizzoli di New York il 10 novembre, la mostra (in corso a Londra, alla Wilmotte Gallery fino al 18 novembre) arriverà in Italia nel 2012.
Shahidul Alam non è solo un grande fotografo e un artista eclettico che spazia tra l’immagine, la scrittura e la musica. E’ soprattutto un uomo che combatte per la giustizia e la dignità degli esseri umani e ha posto l’arte al servizio di questa battaglia. «La fotografia è uno strumento potente. La uso per questo e continuerò a farlo fino a quando servirà allo scopo», spiega.
Con il suo impegno e la sua disponibilità è diventato un punto di riferimento per i giovani fotografi bangladeshi Per loro, per facilitare l’accesso alla professione, ha fondato a Dhaka una scuola, la Pathshala Media Academy, che gode di una reputazione internazionale; con loro ha costruito un’agenzia, la Drik Agency, specializzata in fotogiornalismo sociale e con la mission di raccontare il majority world (espressione che Shahidul ritiene più appropriata rispetto a third world o developing world) dal punto di vista dei suoi abitanti. Ha dato vita inoltre al Chobi Mela, divenuto il festival di fotografia più importante di tutta l’Asia. Until the lions have their own storytellers, tales of the hunt shall always glorify the hunter, si legge in epigrafe al volume. Non si tratta di ribaltare i ruoli, sostituendo la prospettiva del cacciatore con quella del leone, un potere totalizzante a un altro potere totalizzante. L’obiettivo è moltiplicare le prospettive e farle coesistere, allargare i processi decisionali, riconoscere che il majority world è la maggior parte del mondo e non la periferia «I leoni hanno già cominciato a raccontare le loro storie», osserva Shahidul. «Ma i cacciatori non se ne sono ancora accorti».

